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Economiadi Luca Conforti
pubblicato il 25 febbraio 2009 alle 11:30 dallo stesso autore - torna alla home

La crisi? Colpa di ebrei avidi, di colletti bianchi disonesti e di paesi canaglia che danno rifugio a chi ci ha derubati.

(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore)

Avevo letto con il sorriso sulle labbra questo articolo del Financial Times che paradisi fiscali mappa In difesa dei paradisi fiscaliriportava come la crisi economica stesse facendo aumentare l’antisemitismo. D’altronde, non è il faccendiere americano [[Bernie Madoff]] un ebreo praticante? Non erano della stessa religione i Lehman brothers che danno il nome alla banca d’affari fallita? Insomma ce n’è abbastanza per riesumare il complotto pluto-giudaico-massonico dei fascisti. Poi è arrivato il vertice dei quattro grandi paesi europei in cui si è scoperto che la prima falla del sistema finanziario da tappare è quella dei paradisi fiscali e degli hedge funds. In America la nuova maggioranza democratica ha deciso che “deve farla pagare a quelli di Wall Street” e si prepara a dichiarare guerra alla Svizzera e ai Caraibi. Per la prima volta da quarant’anni a questa parte, Antigua, sede operativa offshore dell’altro truffatore [[Allen Stanford]], è una minaccia peggiore della Cuba comunista. Il tutto mentre in Italia cresce l’indignazione perché il condannato [[Tanzi]] inganna la vecchiaia facendo da consulente per una fabbrica di dolci, e in Germania finiscono in galera i possessori di conti cifrati in Liechtenstein. Dopo qualche mese è finalmente apparsa la principale controindicazione di un maggior intervento della politica nell’economia: la tendenza dei governi a ridurre realtà a propaganda comprensibile per le menti semplici. Di semplificazione in semplificazione si arriva a decisioni prive di logica e efficacia, preferendo annunci roboanti. Si danno in pasto all’opinione pubblica i soliti capri espiatori e la si rende più disponibile al sacrificio. La dura lotta dichiarata ai paradisi fiscali discende dal ragionamento che lì sono nascosti i capitali bruciati in due anni di crisi. Un po’ come durante Mani pulite: molti scendevano in piazza chiedendo agli inquisiti di “tirar fuori i soldi” convinti che il debito pubblico italiano (in quegli stessi anni ad un passo dal default) potesse essere ripianato recuperando i soldi nascosti nelle ville dei corrotti. Stesso schema l’ho ravvisato in questo articolo di Marketwatch in cui si mettono in relazione i 5000 miliardi di patrimonio che i cittadini Usa tengono nei paradisi fiscali e il denaro pubblico necessario a combattere la recessione. Nessuno nasconde il ruolo attivo dei paradisi fiscali nel dare rifugio ad evasori, ai patrimoni frutto di attività criminali e ai loro riciclatori. Ma metterli tra i colpevoli della crisi finanziaria non ha senso se non per coprire gli errori del passato e giustificare scelte future molto pericolose.

PARTIAMO DAL PASSATO - La presenza di Stati che non tassano i capitali esteri o enron In difesa dei paradisi fiscalicon un impenetrabile segreto bancario non è mai stata “di per sé” una causa dell’impoverimento dell’economia generale o anche solo di quella dei paesi “onesti”. Sono piuttosto una costante dell’ordine finanziario mondiale sia in periodi prosperità che di crisi. È vero che negli ultimi anni si è concentrata su di loro una grossa quantità di capitali finanziari trainata dalla crescita degli hedge funds. In vent’anni questi fondi ultraspeculativi, che spesso hanno sede nei “tax havens“, hanno triplicato il patrimonio amministrato fino a raggiungere una cifra pari al Pil annuale italiano, ma non perché i paesi ospitanti siano diventati più permissivi (anzi gli accordi di collaborazione in ambito Ocse raccontano di una tendenza opposta), ma perché è la regolamentazione dei paesi sviluppati a essere completamente sparita. Le banche internazionali hanno potuto impiegarvi una quota sempre maggiore dei propri capitali e di quelli dei propri clienti. Sono state loro a dare munizioni alla volatilità dei mercati, ad allungare la leva del debito fino a che questa non si è spezzata. Sarebbe bastato che regole prudenziali da parte delle banche centrali nazionali impedisse che una quota tanto alta degli attivi finisse in attività di trading o nelle Spe (società fuori bilancio ben conosciute dai tempo dello scandalo Enron). Un controllo molto meno dispendioso ed efficace della rincorsa per i sette mari alla ricerca dei proprietari dei conti segreti. Se così fosse successo il fallimento a catena degli hedge funds più rischiosi non starebbe distruggendo i bilanci delle banche, ma i patrimoni di una manciata di supericchi dell’economia globale. Ancora una volta l’amministrazione uscente di Washington, e la sua politica iperliberista, è il principale imputato. Paradossalmente il fatto che questi fondi fossero domiciliati nelle isole della Manica o a Singapore è puramente marginale: la bassa tassazione sulle plusvalenze finanziarie era considerato un vantaggio in più (e a costo zero) nel momento in cui i sottoscrittori dovevano incassare gli alti rendimenti ottenuti sulle “regolatissime” borse di New York e Londra.

IL FUTURO – A cosa serve questa lotta dura contro i paradisi fiscali? Potrebbe valentino%20rossi 08 In difesa dei paradisi fiscalispiegarlo bene [[Vincenzo Visco]] che voleva rendere meno indigesto agli italiani pagar le tasse mostrando che anche [[Valentino Rossi]] era stato costretto a non svicolare e a chiedere scusa. L’enorme sforzo dei piani di salvataggio di banche e imprese significa aumento della pressione fiscale nei paesi sviluppati per almeno 5-10 anni. La crescita della mano pubblica nell’economia produrrà una spesa corrente sempre più alta anche quando l’emergenza sarà finita. In un mondo globale è molto difficile gestire una situazione del genere per via della maggior mobilità di persone e capitali, e allora meglio eliminare da subito la concorrenza “fiscale” scomoda. Meglio ancora se si riesce a farlo con l’applauso entusiasta delle masse.

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