Il doodle per Charles Dickens

07/02/2012

     
 

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Google oggi dedica il suo doodle a Charles Dickens per il bicentenario della nascita. “Il Grande burattinaio”: se esiste un autore cui l’appellativo calza a pennello è Charles Dickens, l’epitome del romanziere vittoriano di cui oggi ricorre il bicentenario della nascita. La critica dell’epoca – e fino ai primi decenni del Novecento – non è mai stata tenera con Dickens: era considerato un autore da feuilleton – il che tecnicamente era vero: i romanzi venivano pubblicati a puntate – e dai personaggi (specie quelli femminili) privi di una vera profondità psicologica, appunto dei burattini. Un giudizio severo che tuttavia ignorava l’altra faccia della medaglia: l’eccezionale abilità di Dickens nel raccontare storie, la capacità di trasformare – all’interno del “mondo secondario” dei suoi romanzi – i suoi “burattini” in simboli, di muoverne i fili in modo da indurre il lettore a provare delle intense emozioni.

Dickens era poi dotato di una capacità di lavoro quasi sovrumana e da un’altrettanto sovrumana capacità di improvvisazione: P.G. Wodehouse – altra “macchina da scrivere” e genio del linguaggio, ma dedito all’umorismo e quindi snobbato – notava sbalordito come, specie nei primi romanzi, ammettesse nelle sue lettere di finire di scrivere una puntata senza ben sapere che cosa sarebbe successo dopo, con la consegna delle prossime 30 pagine prevista magari in meno di un mese. Non che Dickens abbia mantenuto sempre un modus operandi così sul filo del rasoio: dopo il successo popolare dei primi romanzi e abbandonato il mestiere di giornalista parlamentare, potè permettersi di preparare i suoi romanzi con più calma e le ultime opere mostrano una trama più curata a tavolino; non abbastanza tuttavia da permettere di stabilire quale fosse il finale dell’ultima opera lasciata incompiuta alla morte, il “Mistero di Edwin Drood”. All’attività di romanziere (quindici opere, alcune in diverse edizioni che necessitarono di pesanti revisioni, l’ultima incompiuta) si univano inoltre l’ideazione, la direzione e quasi totale redazione di una rivista di enorme successo, le pubbliche letture dei romanzi e racconti – in cui, attore consumato, eccelleva ma enormemente faticose, tanto da causarne in ultima analisi la morte nel 1870 per emorragia cerebrale – e persino estenuanti passeggiate, anche notturne, per trovare ispirazione.

Se su trama e caratterizzazione non si preoccupava più di tanto, sulla scelta dei nomi dei suoi personaggi Dickens era invece maniacale: i suoi taccuini sono pieni di varianti scritte e cancellate prima di arrivare a quelle definitive. Nomi indimenticabili per personaggi indimenticabili: non certo privi di profondità psicologica, anche se magari non del tipo che si potrebbe definire “realistica”. Ugualmente maniacale tuttavia si dimostrò nella denuncia di tutti i mali sociali dell’epoca: gli effetti disumanizzanti della Rivoluzione industriale, il divario sempre crescente fra ricchi e poveri, la crudeltà dell istituzioni – dalle scuole alle prigioni – verso i più deboli. I critici poi, prima di apprezzare la sua abilità di narratore, hanno gettato fango sulle “marionette” dei suoi romanzi, specialmente quelle femminili: arpie senza pari o veri e propri angeli sotto umane spoglie (Florence di “Dombey and Son”, una per tutte), magari destinati a morti struggenti assai apprezzate da un pubblico incline alle lacrime; o anche “cattivi” come Edward Murdstone (nel quasi autobiografico “David Cooperfield”) o James Carker, ed altri diventati proverbiali come il signor Micawber (eterno ottimista che Dickens imbarca per l’Australia con l’augurio di una nuova vita, e non sarà l’unico dei suoi personaggi a finire il romanzo diretto “downunder”). Per una volta, la psicologia sembra poter spiegare entrambi gli aspetti: il padre di Charles finì in prigione per debiti – grazie a una legge molto severa in materia – e la madre, per sbarcare il lunario, costrinse il figlio ancora bambino a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe, lasciandocelo per qualche tempo anche dopo il rilascio del genitore e la fine dell’emergenza economica; un comportamento che Dickens non le avrebbe mai perdonato e che avrebbe colorito non poco la sua percezione della donna. (TMNews)

     
 

2 Commenti

  1. momin scrive:

    “e la madre, per sbancare il lunario, costrinse il figlio ancora bambino…”
    il lunario non si sbanca, semmai si “sbarca”, espressione che vale per “arrivare a fine mese (con i soldi)” (nota del pignolo)

  2. dario scrive:

    “Charles Dickens, l’epitome del romanziere vittoriano di cui oggi ricorre il bicentenario della nascita”
    epitome significa “compendio di un’opera”, in lingua italiana…

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