Derek Redmond
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Derek Redmond e suo padre, le medaglie d’oro dello spirito olimpico. Ecco cosa succedeva 24 anni fa a Barcellona

Derek Redmond fu uno degli atleti più applauditi ai Giochi Olimpici del 1992. Derek Redmond non mise a segno un record del mondo, non conquistò una medaglia. Fece qualcosa di più: incarnò lo spirito più profondo dell’atleta olimpico.

Il velocista inglese era un quattrocentista di buone speranze. Forse avrebbe potuto centrare un bronzo in finale, con la gara perfetta. Era il 5 agosto del 1992, era arrivato agevolmente in semifinale. Partì bene, la sua falcata era piena e potente, lo stile elegante, la progressione sicura. Poi, il dramma. Improvviso, ingiusto, lacerante. Sì, perché a Derek lo tradì il bicipite femorale della gamba destra, che si strappò, senz’appello.

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Si fermò. Il dolore lo faceva urlare, mentre i suoi avversari continuavano a correre. Ma il pubblico catalano sprofondò in un innaturale silenzio. Perché contro ogni logica Redmond si rialzò e saltando sulla gamba buona volle concludere la gara. Urlando, piangendo. Stava per ricadere. A meno di un’ora dallo sparo dello starter il tendine d’Achille devastato lo costrinse a rinunciare a Seul 1988. Lì in Spagna era arrivato superando otto infortuni. Non poteva ritirarsi. Non voleva. Non doveva.
E a quel punto, in uno sport ancora non militarizzato dall’ossessione inevitabile per la sicurezza in tempi come questi, suo padre entrò in pista. Lo abbracciò, gli offrì la spalla e capì. Capì che il figlio doveva finire quei 400 metri. E al suo fianco lo sostenne, fisicamente e moralmente, proteggendolo dai giudici di pista burocrati che li volevano portare fuori. Con la serenità e la determinazione che può avere solo un genitore. Solo lui poteva sapere quanto fosse importante per il suo ragazzo tagliare quel traguardo. Anche per ultimo. Anche non andando in quella finale che meritava e che inseguiva da tutta la vita.
Tra le urla e le lacrime. Questa volta del pubblico, che celebrò Derek Redmond più di un oro olimpico. Con una standing ovation.

Un’immagine iconica dello spirito olimpico, un filmato che raccoglie da anni migliaia di contatti su youtube. Poche decine di secondi entrati così prepotentemente nel nostro originario che Matteo Renzi, ora a Rio per sostenere la candidatura di Roma per le Olimpiadi 2024, qualche mese fa, alla sesta Leopolda, accolse con le immagini di questo atleta Giovanni Malagò, presidente del Coni. Una delle scelte azzeccate di una convention che tra i pochi lati positivi ha avuto proprio l’iconografia visiva, dalla scena meravigliosa del film Timbuktu fino, appunto, a questo filmato.