Quelli abbandonati 24 ore nella bufera
05/02/2012 - La statale 690 in direzione Sora e l’Odissea degli automobilisti Ventiquattro ore sotto la neve, dentro l’automobile, senza soccorsi. E’ l’Odissea capitata ai poveracci che si sono trovati sulla statale 690 priva di spartineve, in direzione Sora, in una strada
La statale 690 in direzione Sora e l’Odissea degli automobilisti
Ventiquattro ore sotto la neve, dentro l’automobile, senza soccorsi. E’ l’Odissea capitata ai poveracci che si sono trovati sulla statale 690 priva di spartineve, in direzione Sora, in una strada senza soccorsi in mezzo alla neve. La storia la racconta Repubblica:
La maggioranza sono spettri silenziosi, con facce da funerale, ma qualche urlo di rabbia rompe il silenzio della foresta. «Dicono – sbraita un impresario edile di Caserta al telefonino – che la Protezione civile ha risolto tutto. Questi non hanno risolto un cazzo. Se non vengono loro, ce ne andiamo noi a piedi. Nessuno ci dice niente, siamo nel buio più totale». Molti hanno abbandonato l´auto e sono scesi a piedi fino a Sora, prima città laziale, per farsi un panino e bersi qualcosa di caldo. Altri hanno cercato un albergo e lasciato il numero di telefono sul cruscotto della macchina. Ma è proprio a Sora il problema. Gli spartineve laziali si sono fermati alla frontiera con l´Abruzzo e hanno lasciato al suo destino l´autocolonna dei desperados. Sulla strada solo tracce di gomme di trattore e alle 12 nessuno aveva ancora spazzato la neve. Il problema non era solo meteo, era l´Italia dei timbri e delle carte bollate.
Anche da L´Aquila non arrivano soccorsi, pare che i mezzi siano bloccati da camion messi di traverso in coda alla fila, chissà dove:
Una maxi-auto grigio metallizzato, super-finestrata. Dentro, due tipi vestiti di nero con accento avellinese. «Abbiamo dormito col feretro», dicono mostrando il catafalco alle spalle. «Veniamo da Bologna e andiamo in Irpinia». Da quanto siete qui? «Dalle 11.30 di venerdì. Non mangiamo da allora, ma non potevamo lasciare la salma, dottò», sospira quello al volante e la coda di auto alle sue spalle pare di colpo un funerale. Molti sono blindati in un cupo silenzio. «Dzen dobri», buongiorno, dico a un camionista polacco e quello mi guarda stralunato senza articolare parola, come se avesse visto un connazionale in Patagonia. Risalgo il serpentone a piedi per qualche chilometro, in un silenzio da lupi rotto soltanto dal crollo di alberi sovraccarichi, e l´incanto per la natura forma un surreale impasto con la rabbia. Il fiume grigio fuma sotto i piloni della superstrada, un airone cinerino lo risale a bassa quota, con le ali ferme. Il materiale fotografico è strepitoso.
Ed ecco le storie dei ‘sopravvissuti’:
Alex, il regista emiliano finito con me per caso nella tormenta, non trova stivali numero 45 per il suo piedone da orso e per filmare i reduci di Russia improvvisa stivaloni di fortuna con sacchi di plastica e stracci anti-scivolo ben legati. Sembra il disastro italiano in Grecia nel ‘41. Buona volontà e mezzi niente. I più disastrati sono proprio i soccorritori. Un cingolato dei Vigili del fuoco a bordo strada rimasto – pare – senza benzina. I carabinieri con i telefonini senza ricarica che non riescono a comunicare nemmeno tra loro. La camionetta dell´esercito salita dal Lazio, passata una sola volta in ventiquattr´ore e poi scomparsa nel nulla. Un Panda bianco 4X4 dell´Enel immobilizzato in coda. Ma il top è un mezzo giallo del soccorso stradale che dopo una manovra imprudente è rimasto di traverso sulla neve, bloccando eventuali soccorsi.
E poi attenti, tra i naufraghi guai a nominare la Protezione civile:
Pare abbiano dichiarato alla radio che la situazione era risolta con un´operazione perfetta, e quelli dell´autocolonna non ci stanno. «Risolto un cazzo», s´imbestialisce un napoletano. «In Italia non serve fare, basta dire di aver fatto». Fa eco un marchigiano: «Li conosco quei signori, mangiano nei migliori ristoranti dell´Aquila, caricano i rimborsi spese, e intanto io pago». Il popolo cerca capri espiatori e il superpotere che fu agli ordini di Guido Bertolaso, oggi – dopo gli scandali di un anno fa – pare perfetto alla bisogna. «Nemmeno un tè caldo, nemmeno un´informazione. Abbiamo dovuto cercarci da mangiare da soli, a piedi. Sei chilometri per un caffè e due patatine»













se la sono cercata
e taglia di quà e taglia di là alla fine restano solo i problemi ;
quelli , purtroppo , non li taglia mai nesuno