Dove va Hamas?

03/02/2012 - La rivoluzione araba è penetrata anche nella falda palestinese Dove va Hamas? Difficile la risposta. Tuttavia, la domanda merita una riflessione. Non fosse altro perché la lunga primavera araba ha coinvolto i più importanti Paesi del Mediterraneo mediorientale, lasciando fuori

     
 

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La rivoluzione araba è penetrata anche nella falda palestinese

Dove va Hamas? Difficile la risposta. Tuttavia, la domanda merita una riflessione. Non fosse altro perché la lunga primavera araba ha coinvolto i più importanti Paesi del Mediterraneo mediorientale, lasciando fuori dai giochi la questione israelo-palestinese. Oggi, nella sempre più concreta ipotesi di un crollo del regime siriano, Hamas potrebbe diventare un ospite non più gradito per il prossimo governo di Damasco. È qui che il segretario del movimento, Khaled Meshal, vive e manovra le sue pedine. Seguendo le recenti vicende che lo hanno visto protagonista, si può arrivare alle conclusione che la rivoluzione araba sia penetrata anche nella falda palestinese.

LA MONARCHIA PLACCATA D’ORO - Dall’inizio dell’anno, i vertici di Hamas stanno viaggiando parecchio. Meshal è volato in Giordania a stringere la mano di re Abdullah II. Ismail Hanyyeh, che di Hamas è leader nella Striscia di Gaza, è andato in Qatar, a baciare la pantofola dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani. Ed è atteso dagli Ayatollah in Iran nelle prossime settimane. Nel 1999, Meshal insieme a tre colleghi di partito era stato espulso dal regno hashemita in quanto accusato di approfittare dell’ospitalità per svolgere attività di terrorismo e spionaggio. La mossa di re Adbullah giungeva due anni dopo il tentativo del Mossad di eliminare Meshal proprio ad Amman. In quel periodo il regno era in fase di riposizionamento, specie agli occhi degli Stati Uniti e aveva bisogno di eliminare tutte le zavorre imbarazzanti. Siamo oggi a un’inversione di tendenza? La fresca visita potrebbe essere una risposta positiva al quesito. Ancora prima, il primo ministro giordano, Awn al-Khasawneh, ha giudicato come un errore l’espulsione del 1999. In realtà, ad Amman si teme che, caduto il rais siriano, la rivolta valichi la frontiera e metta in discussione una monarchia placcata d’oro, ma dall’anima di argilla. Oltre la facciata del sovrano moderato e di Rania, la regina più glamour del Medioriente, il Paese versa in condizioni economiche e sociali precarie. Il rischio di una rivoluzione, quindi, potrebbe essere un deterrente per Meshal nel cercare casa nel Paese.

IL RUOLO DELL’EGITTO - Non sono escluse a questo punto le opzioni Egitto e Qatar. Tuttavia la nebulosa che avvolge il futuro del governo cairota non fa al caso dei palestinesi. É vero, l’uscita di scena di Mubarak e la vittoria della Fratellanza musulmana potrebbero tornare utili a Meshal & Co. Un ufficio all’ombra delle piramidi sarebbe molto vicino a Gaza e tutto sommato al West Bank. Sta di fatto però che l’Egitto è il miglior amico di israeliani e americani. E poi chi sarà il suo futuro capo dello Stato? Anche se fosse un esponente dei Fratelli musulmani, nulla basterebbe a togliere il marchio di filo-iraniano che Hamas si è sempre portato sul groppone. La Fratellanza è il movimento politico transnazionale più potente del mondo arabo. Sarebbe anche disposto ad accogliere il figliol prodigo e ad aiutarlo nell’affermarsi in Cisgiordania. Condicio sine qua non però è che si sfili dalla rete degli Ayatollah. Su questo i sunniti egiziani non transigono. Discorso simile per il Qatar. A Doha l’emiro è l’astuto tessitore di una nuova politica estera della Lega araba. Passata, almeno così si ritiene, l’egemonia egiziana, i regni del Golfo non vedono l’ora di fagocitare l’organizzazione. E chi è il primo nemico dei Paesi del Golfo e della Lega? Ancora una volta l’Iran. Inoltre, se Hamas scegliesse di ripiegare sul Qatar, si sentirebbe davvero in esilio. Sono troppo lunghe le piste che, nel deserto, separano Doha da Gerusalemme.

IL FUTURO – Irrisolta com’è la questione logistica, altrettanto fluido appare il futuro politico del movimento. Meshal pare non voglia candidarsi per un nuovo mandato come segretario generale. Il Consiglio della Shura (55 membri) è prossimo a rinnovare l’ufficio politico (15 membri). Forse a giugno. In certi casi, ritirarsi dalla corsa elettorale, può voler dire cercare l’acclamazione della folla. I contendenti alla leadership possono essere Hanyyeh o Moussa Abu Marzuk. Il primo è l’espressione della tenacia a Gaza contro l’assedio di Israele. Ma è anche aperto al dialogo con al-Fatah. Marzuk, al contrario, gode dell’appoggio delle Brigate Ezzedin al-Qassam, strenue milizie che difendono la Striscia e di Mahmoud Zahar, cofondatore di Hamas e tuttora numero due di Meshal. Vale a il dire i duri e puri dell’organizzazione. Flessibilità o rigore quindi? Ancora una volta è la dicotomia ideologica a far pencolare il movimento. Meshal o meno, Hamas è a un giro di boa ed è esposto a forti strumentalizzazioni. L’Iran, dopo l’uscita di scena di Assad, avrà ancora più bisogno di una pedina da poter muovere, sia come facente funzione dei suoi interessi politici, sia in qualità di elemento di disturbo sulle sponde del Mediterraneo. Il movimento palestinese deve capire se limitarsi a essere il fantoccio di una potenza lontana – opzione dagli scarsi sbocchi evolutivi – oppure se proseguire sulla strada dello Stato islamico palestinese. Il che però richiede bocconi amari e compromessi.

     
 

1 Commento

  1. ginogori scrive:

    “falda”? (booooh…)

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