“Non potevo più sparare addosso ai miei fratelli”
01/02/2012 - La storia di un disertore dell’esercito siriano Il New York Times va in Siria per raccontare la storia di alcuni soldati che hanno scelto la diserzione pur di non commettere atrocità nei confronti dei manifestanti e degli oppositori al regime
La storia di un disertore dell’esercito siriano
Il New York Times va in Siria per raccontare la storia di alcuni soldati che hanno scelto la diserzione pur di non commettere atrocità nei confronti dei manifestanti e degli oppositori al regime siriano.
CHI E’ AMMAR – Ammar Cheikh Omar non potrà mai dimenticare la prima volta in cui gli ordinarono di sparare sui manifestanti. Il 29enne ha impugnato il suo AK-47, mirato poco sopra le loro teste, pregato Dio di non trasformarlo in un assassino e ha premuto il grilletto. Ammar è figlio di emigrati siriani in Germania. E’ cresciuto a Rheda-Wiedenbrück, dove ascoltava le canzoni di Mariah Carey e sperava di poter tornare, un giorno, in Siria.
GRAZIE DIO - Ancora oggi cerca di capire come ha fatto a trasformarsi da studente tedesco a falange armata del regime governato da Bashar al-Assad fino ad arrivare al suo status attuale di disertore. “Ero orgoglioso di essere siriano -svela Ammar da Hatay, città turca al confine con la Siria dove si è rifiugiato- ma non volevo diventare un uomo che uccide i suoi fratelli. Ringrazio Dio tutti i giorni per essere ancora vivo”.
TUTTI SOLDATI - Secondo gli attivisti siriani e i gruppi per la tutela dei diritti umani, Ammar è uno dei 5000 disertori che, a partire dal marzo 2011, hanno abbandonato l’esercito regolare siriano. Nel Paese i soldati vengono coscritti all’età di 18 anni. Gli Alawiti, ovvero i componenti del gruppo religioso al quale apparteneva il vecchio Hafez e di conseguenza suo figlio Bashar-Al Assad possono fare carriera. Ammar, sunnita ottimamente istruito, venne assegnato a un’unità alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno.
IL RITORNO A CASA – Ammar tornò in Siria dalla Germania nel 2004, con l’obiettivo di ritrovare le sue radici, studiare legge, migliorare il suo arabo e trovare una moglie. Dopo poco tempo venne raggiunto dai genitori, con il padre che voleva passare gli ultimi anni della sua vita a casa sua, ad Aleppo. Ammar venne arruolato a fine 2010, poche settimane prima dell’esplosione delle proteste in Tunisia.
L’OSTRUZIONISMO - Ammar si sentiva orgoglioso di rappresentare il suo Paese. Lui, che non si è mai sentito tedesco, si sentiva responsabilizzato dall’impegno di difendere il suo paese contro Israele, almeno questo gli venne detto. Le proteste crebbero e il regime definì “terroristi” o “bande armate foraggiate dai Paesi nemici” i manifestanti. Vietò l’uso di telefoni cellulari, bloccò le televisioni non di stato e mise Internet sotto controllo. Chiunque vietava queste norme veniva condannato ad almeno due mesi di prigione. Ammar si trovò quindi immerso in questa realtà sconosciuta e tremendamente scomoda.
A DARA’A - Ammar venne discolato per le prime operazioni a Dara’a, città a sud del Paese, vicino al confine con la Giordania. Gli venne ordinato di arrestare decine di manifestanti, tra cui molti giovani studenti colpevoli solo di aver scritto graffiti anti-governativi sui muri delle città. Gli ordini prevedevano anche colpi d’arma da fuoco verso questi ragazzi. Ogni soldato veniva armato con 60 proiettili e una nuova fornitura di munizioni ogni notte. La sua unità sparò sui manifestanti dal tetto della moschea di Omar, nel centro della città. Uno dei suoi compagni cominciò a urlare dopo essersi reso conto di aver sparato al fratello, diciottenne, uccidendolo.
GLI INTERROGATORI - Scosso da questa esperienza, Ammar decise di abbandonare tutto. Prima di poterlo fare, però, venne spedito a Duma, a nord-est di Damasco, in un’unità specializzata in interrogatori. Alcuni dei prigionieri avevano solo 15 anni. Gli interrogati venivano bendati, spogliati e le loro mani erano legate dietro la schiena. Gli interrogatori venivano condotti da quattro o cinque soldati in una stanza buia e senza finestre. Per ottenere le “confessioni” e i nomi dei capi della protesta, questi ragazzi venivano picchiati, colpiti con delle scosse elettrice, umiliati. Qualcuno sveniva. Qualcun altro rimaneva gravemente ferito, altri semplicemente scomparvero.
LA DISERZIONE - Dopo l’estate Ammar venne mandato ad Hama in compagnia di un AK-47. Sperava di poter scomparire in mezzo alle migliaia di manifestanti, e fece così assieme a due suoi compagni nel mezzogiorno del 26 luglio 2011: si cambiarono i vestiti, mollarono le uniformi, saltarono il muro della caserma e scapparono via. A quel punto vennero accolti in una casa piena di oppositori del regime, con sciarpe avvolte intorno al capo per nascondere le facce. Per paura che potesse essere “rapito” o che potesse, semplicemente “sparire nel nulla”, Ammar pubblicò un video su Youtube rendendo pubblica la sua diserzione.
L’ARRIVO IN TURCHIA – Il 30 luglio 2011, alle 7.00, il gruppetto di disertori è entrato in Turchia, a Hatay, dove vennero accolti dai membri del Free Syrian Army. Una volta arrivati al campo, Ammar ha creato un altro video pubblicato su Youtube nel quale annunciava la sua vergogna per essere stato un componente delle forze di Bashar Al-Assad. “Hitler è morto in Germania, ma si è svegliato in Siria”. La Germania, che non riuscì mai ad accoglierlo come figlio suo, gli ha dato una mano per uscire dal campo dei disertori e ottenere un visto sul passaporto che gli consenta di restare, legalmente, in Turchia. Resta solo un unico pensiero, alla sua famiglia ad Aleppo. Al padre, alla madre, alla moglie e alla figlia di un anno. Dopo la sua diserzione il cognato è stato licenziato dallo studio di architettura in cui lavorava e la casa è stata vandalizzata, ma la cosa non lo preoccupa: “La mia famiglia sa che ho fatto la cosa giusta”.













Diverse cose non tornano in questa storia. Almeno riguardatevi le date!