Sisde e mafia: il lato oscuro di Scalfaro
30/01/2012 - I misteri della biografia del presidente emerito raccontati dal Corriere della SeraIl Corriere della Sera, in un articolo a firma di Giovanni Bianconi, ricorda i casi Sisde e mafia, in cui Oscar Luigi Scalfaro, morto ieri notte, si è trovato
I misteri della biografia del presidente emerito raccontati dal Corriere della SeraIl Corriere della Sera, in un articolo a firma di Giovanni Bianconi, ricorda i casi Sisde e mafia, in cui Oscar Luigi Scalfaro, morto ieri notte, si è trovato invischiato durante la sua lunga carriera politica:
Imisteri per cui l’hanno chiamato in causa più di recente riguardano la mafia e la presunta trattativa con pezzi delle istituzioni nella stagione delle bombe, 1992-93. Quella che portò Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, proclamato quarantott’ore dopo la strage di Capaci. Giovanni Falcone era saltato in aria con la moglie e tre agenti della scorta il sabato pomeriggio (mentre Giulio Andreotti chiedeva a Claudio Martelli i voti socialisti per diventare lui presidente della Repubblica) e il lunedì il Parlamento ruppe indugi e veti incrociati eleggendo il nuovo capo dello Stato. In mezzo, la domenica, proprio Scalfaro aveva commemorato Falcone dallo scranno più alto di Montecitorio chiedendosi: «Ma è solo mafia questa? Non ha anche il marchio atroce del terrorismo? E chi ci può essere dietro un atto di guerra così spietato e clamoroso?». Nel giro di un mese incaricò Giuliano Amato di formare un nuovo governo, e nella lista dei ministri sparì dal Viminale il democristiano Vincenzo Scotti, che dopo Capaci aveva varato insieme al Guardasigilli Martelli il decreto che introduceva l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, quello che introduceva il «carcere duro» per i boss mafiosi. Al suo posto ministro dell’Interno fu nominato l’altro democristiano Nicola Mancino, e ancora dieci giorni fa Scotti ha riferito al tribunale che sta processando l’ex generale Mori di non conoscere le ragioni di quella rimozione: «Avevo avvertito intorno a me un certo isolamento politico. Ma non ho avuto spiegazioni, solo impressioni», esplicitate fuori dall’aula di giustizia: «Qualcuno tra i politici si tirò indietro».
Sulla questione si indaga ancora, con discrezione:
Ai pubblici ministeri palermitani che indagano sulla trattativa, e per i quali il cambio della guardia al Viminale rappresenta uno di nodi da sciogliere, l’allora presidente della Dc De Mita ha raccontato di recente che i motivi della sostituzione furono di natura politico-partitica. E che, da quel che ricorda, fu il presidente della Repubblica a caldeggiare l’avvicendamento tra Scotti e Mancino. Affermazione che contrasta con quanto dichiarato un anno fa da Scalfaro agli stessi magistrati: «Non ne conosco i motivi». Con l’avvicendamento al ministero dell’Interno si aprì una fase in cui tutto si mescola e si confonde, e dove gli stessi fatti possono nascondere banali realtà che oggi si tingono d’intrigo oppure inconfessabili segreti destinati a restare tali. Dopo la sostituzione di Scotti con Mancino s’intrecciano i contatti dei carabinieri con l’ex sindaco mafioso Ciancimino, la strage di Via D’Amelio che toglie di mezzo Paolo Borsellino, il «41 bis» che diventa legge, l’arresto di Riina, nuove stragi di mafia—stavolta in continente: Firenze, Roma e Milano —il ricambio al vertice dell’Amministrazione penitenziaria dove all’improvviso si suggerisce di alleggerire il «carcere duro» per dare «un segnale di distensione». Anche in quell’avvicendamento—e siamo al 1993—a Scalfaro viene assegnato un ruolo, sebbene tuttora incerto. Perché lui ha detto agli inquirenti di non averne saputo niente, mentre il segretario generale del Quirinale Gifuni ha riferito che fu «sostanzialmente deciso nell’accordo tra il ministro Conso, il presidente del Consiglio Ciampi e il presidente della Repubblica Scalfaro». I pubblici ministeri avevano programmato di tornare ad ascoltare l’ex capo dello Stato, e così il tribunale che giudica Mori.
Non hanno fatto in tempo:
Restano le pubbliche dichiarazioni di Scalfaro per cui «nessuno, in maniera diretta o indiretta, e neanche sotto forma di interrogativo, mi ha mai parlato di trattativa». E restano i fatti, tutti da interpretare. A cominciare dalla revoca di oltre trecento decreti di «carcere duro» nei confronti di altrettanti detenuti per mafia. In quegli stessi giorni, a diciotto mesi dalla sua elezione scanditi da attentati, morti «eccellenti» e dal terremoto politico-giudiziario provocato dall’inchiesta Mani Pulite, Scalfaro decide di presentarsi in televisione con un inedito quanto rumoroso messaggio agli italiani. Quello del famoso «non ci sto», in cui il presidente esordisce: «Prima si è tentato con le bombe, ora con il più infame degli scandali». Era il 3 novembre ’93. Il capo dello Stato si riferiva all’inchiesta sui fondi neri del Sisde, in cui alcuni inquisiti avevano lanciato il sospetto che pure lui, da ministro dell’Interno fra il 1983 e 1987, avesse contribuito a una gestione poco chiara dei fondi riservati. O peggio. Si ritrovarono accusati di «attentato agli organi costituzionali». Cioè la presidenza della Repubblica che nel 1994, dopo la discesa in campo di Berlusconi e terminata la campagna terroristica, dovette continuare a navigare per mari molto agitati.













“al gioco al massacro non ci sto” così rispose il giudice che condannò a morte un colpevole.
is.Ma non disse nulla sui quattro miliardi di lire mancanti e che erano sotto la sua custodia. Forse lo ha detto al suo confessore. Marianna, certamente, la figliuola lo sa-
Ma la finanza perchè non indaga? E la procura di milano perchè non indaga?
Se fosse stato berlusconi a rendersi colpevole di tale ammanco, a quest’ora l’arcorano si troverebbe in una cella col 41/b.
Un lADRO DI MENIO.
E REQUIESCAT IN INFERNO.
ALL’INFERNO CI DEVE STARE PER FORZA!
IN ATTESA CHE LO RAGGIUNGA LA FIGLIA MARIANNUCCIA
UN DEMOCRATICO CRISTIANO, EX FASCISTA CHE EMISE UNA CIoNDANNA A MORTE CONTRO ALTRO CRISTIANO.
Uno strumento di un omicidio!
Ora se la vede con il padre eterno ,il santarellino…. Bastaso…
I tg della televisione hanno parlato di Scalfaro come un santo. Ma lo era veramente? Scriverò al Papa di farlo subito beato e poi santo. Per me è stato il peggior presidente. Avete dimenticato di scrivere quando Scalfaro mise a tacere tutti i quotidiani della capitale sullo scandalo dell’amico della figlia, il famoso architetto che restaurò il Quirinale.
AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
ON. GIORGIO NAPOLITANO
Palazzo del Quirinale
00100 ROMA
Gentile Presidente,
Faccio seguito alla lettera del 23 c.m. avendo nel frattempo avuto modo di esaminare la lettera di Mancino al Corriere della sera del 17 luglio 2009, nella quale riporta le parole di Mutolo per dimostrare che l’incontro non c’è stato, ma non la convocazione al Viminale :
” Sai Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, ma…..manco una mezzoretta e vengo “ Paolo Borsellino è tranquillo, sereno; forse pensa che il Ministro vuole conoscerlo di persona, domandargli come vanno le cose, dirgli di persona che apprezza lo sforzo che sta facendo in quello momento triste, agli in una parola la cosiddetta “ solidarietà”, fare sapere a tutti pubblicamente che lo Stato è con lui, dare un segnale alla mafia:
“ Quindi ( Paolo Borsellino) manca per qualche ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io, insomma non sapendo cosa… Dottore, ma che cosa ha! E lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del Ministro si è incontrato con il Dott. Parisi e il Dott Contrada“ .
Mancino conferma tutto il racconto di Mutolo in ogni suo dettaglio.
Il Ministro convoca il giudice al Viminale, ma al Viminale, nella sua stanza gli fa trovare, al posto suo, il Capo della polizia Parisi e il capo della questura di Palermo Contrada.
Cosa hanno detto Parisi e Contrada a Paolo Borsellino a nome del Ministro in quei quaranta minuti, lo hanno avvertito, lo hanno minacciato, lo hanno avvertito e minacciato insieme, gli hanno chiesto cosa dicevano i pentiti, di cosa stava dicendo Mutolo. Come si definisce la circostanza in cui con una telefonata si convoca un incontro e poi si manda un altro ? Perché Paolo Borsellino quando torna è così arrabbiato, agitato, preoccupato. Non so dove e quanto Paolo Borsellino ha detto: “ Sto vedendo la mafia in diretta”, Forse era così arrabbiato, agitato, preoccupato, Lui che la mafia la conosceva eccome, perché l’aveva vista in diretta nell’ufficio del Ministro degli Interni.
Contrada è stato condannato in via definitiva: dai tabulati telefonici è stato accertato che Contrada seppe dell’eccidio di via Amelio dopo ottanta secondi.
Ecco perché Nicola Mancino non può restare al suo posto, Lei non può essere rappresentato da Nicola Mancino al Consiglio Superiore della Magistratura, quella lettera è una confessione piena.
ricordo di oggi. Ma l’incontro è un fatto certo, perché riferito da chi accompagnò Borsellino sino all’anticamera del Ministro”.
Il 19 luglio ero a Palermo, in Via D’Amelio, con i ragazzi di Ammazzateci tutti, qualche minuto prima dell’ora fatidica in cui Paolo Borsellino con la sua scorta è saltato in aria, si è arrivato il procuratore Lari, anche Lui aveva la mano alzata con l’agenda Rossa, anche Lui è nel mirino, non lo lasci solo.
Nell’ultima intervista a Giorgio Bocca Carlo Alberto dalla Chiesa ha spiegato nei dettagli l’anatomia del delitti eccellenti:
IL CASO MATTARELLA
Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è successo, generale?
“E’ accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l’impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del “palazzo”. Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”.
Mi spieghi meglio.
“Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell’amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l’esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco”.
Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?
“Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato”.
Non aspetti quaranta anni.
Mandi al Paese un segnale nuovo,forte, chiaro, inequivocabile: che lo Stato è forte e credibile e che sa sopportare la verità e non rinuncia a se stesso e non è spaventato. Mancino non può restare al suo posto. Il Paese questo si aspetta .
Con infinito affetto e stima, che Dio La guardi.
Mitt. Spinelli Francesco –
Vico 3° Marconi 12 Falerna CZ
Pereira50@live.it
……più si mostrano puri e più sono sporchi………………
…………tutti sul Transatlantico e portarli a naufragare nella fossa delle Marianne….
Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi, le mafie e la credibilità italiana
Giulio Andreotti dinanzi alla Commissione per le Autorizzazioni a Procedere che voterà la richiesta dei giudici di Palermo di sottoporlo ad indagine per associazione mafiosa:
“Io mi sono trovato in tanti ad avere una rappresentanza internazionale.
Un paese che si lasciasse prendere per il naso da un referente dalla mafia non acquista credibiltà di fronte all’opinione pubblica all’estero.
Questo che accade, non getta discredito solo su di me.”
La credibilità italiana è stata definitivamente compromessa dall’agire di Giulio Andreotti come da quello di Silvio Berlusconi, anch’esso più volte sospettato od indagato di essere compromesso come le mafie.
La verità è che la mafia ha sempre governato questo paese e lo ha fatto con il condizionamento elettorale, con il ricatto, con l’estorsione.
La verità è che sino a quando resteranno in questo paese regioni come la Sicilia, la Calabria e la Campania, uomini dalla smisurata ambizione personale malcelata sotto le mentite spoglie di un amore divino per il bene comune come Andreotti o come Berlusconi, troveranno il modo di raggiungere il potere con i voti controllati dalle mafie.
La verità è che sino a quando resteranno in questo paese regioni come la Sicilia, la Calabria e la Campania, questo non sarà un paese libero ed i suoi cittadini non vivranno in una autentica democrazia, vissuta in piena libertà di scelta.
Quella in cui viviamo, è la dittatura delle mafie.
Questa è la verità, piaccia o non piaccia.
Quando pensate alla verticale caduta di credibilità nei confronti dell’italia, dello stato italiano, della società civile italiana, del Made in Italy, dovete pensare alla presenza delle organizzazioni mafiose e della loro enorme influenza sul governo del potere pubblico, sulla amministrazione della cosa pubblica.
Non per niente, le mafie vengono anche denominate l’anti-stato o Cosa Nostra:
esse sono antitetiche alla esistenza di uno stato democratico della cosa pubblica.
La verità e che sino a quando resterà in vita anche un solo mafioso, questo paese non sarà un paese civile, ne tanto meno, normale o democratico.
La verità è che uccidere un mafioso, non dovrebbe essere un reato, ma un dovere civico e civile.
Ed ora, ammazzatemi pure:
Sarà sempre meglio che dover sopportare questa quotidiana e storicamente affermata infamia mafiosa.
Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X
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