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Sinistra Italiana nasce per abbattere Renzi, non per costruire un soggetto alternativo

L’obiettivo di Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre e dei reduci di SeL è abbastanza chiaro. Sinistra Italiana non nasce per creare un nuovo progetto di “sinistra-sinistra”, come dice qualcuno, ma solo ed esclusivamente per abbattere Matteo Renzi. Per porre fine alla sua “era politica”.

Parliamoci chiaro: non c’è alcuna visione diversa dal solito in quello che si è visto e sentito sabato all’evento con cui è stato dato il via ai nuovi gruppo parlamentari. Non si è sentito nulla di rivoluzionario. Anche i protagonisti sono i soliti: già siedono in parlamento. Non si fanno portatori di una nuova sfida, essi auspicano tutt’al più un ritorno al passato.

Sinistra Italiana non nasce per creare un soggetto alternativo al Pd renziano. Sinistra Italiana è lo strumento con il quale un pezzo di apparato pensa di poter ripetere il “caso Liguria” – dove la candidatura di Luca Pastorino ha permesso la vittoria del centrodestra con Giovanni Toti.

Questa è la strada tracciata da Fassina & Co: presentare alle prossime amministrative una serie di candidati a sinistra del Pd, in modo che possano essere decisivi in alcuni casi (vedi Roma e Napoli) per impedire al loro ex partito di arrivare ballottaggio. E a quel punto, magari con una sconfitta del Partito Democratico in due tre città importanti, provare ad andare all’attacco del governo, chiedendone veementemente le dimissioni. Un progetto nato contro qualcuno, piuttosto che per qualcuno.

Natualmente, questo piano mal si concilia con la buona politica, di cui tanti opinionisti radical-chic si sono riempiti la bocca in questi mesi. Come mal si concilia con il dichiararsi di sinistra-sinistra, pur avendo l’obiettivo di mandare il centrodestra – il centrodestra di Salvini-Berlusconi-Meloni – al governo delle città più importanti d’Italia.

La scelta di Fassina e D’Attorre è abbastanza evidente: non avendo alcuna possibilità – almeno per ora – di ribaltare i rapporti di forza nel Pd al prossimo congresso – decidono di “scalare” il partito da fuori, costringendolo alla sconfitta. Un Pd sconfitto, un Renzi dimesso, e la possibilità a quel punto scontata di convergere con i “vecchi amici” rimasti nel Pd.

Una tattica politica, non qualcosa di eversivo, per carità. Ma mettiamo in chiaro un paio di cose: la prima è che questa è un’operazione di ceto politico, che poco c’entra con il “popolo della sinistra”. Un ceto politico che prima di tutto vuole tutelare se stesso.  La seconda è che ogni “superiorità morale” davanti a tale piano dovrebbe essere messa da parte.

Perché la politica, quella vera, imporrebbe di rimanere nel partito e combattere per cambiare, per sovvertire l’attuale leadership del Pd. Quello che hanno fatto gli avversari di Bersani durante la sua segretaria, o i “bersaniani” durante quella di Veltroni. Questa è la vera politica, quella del bipolarismo (magari avessimo il bipartitismo), quella dell’alternanza, quella che sogniamo per questo paese.

Certo, c’è il rischio, non tanto remoto a mio avviso, che questa operazione diventi un boomerang per Fassina e compagni. Infatti, potrebbero scontare una sonora sconfitta alle amministrative, finendo per farsi (ancora) più male. Senza contare che si si cristallizzeranno nel ruolo del partito del “No”, nella tradizione dell’immobilismo di sinistra dell’ultimo decennio.

Senza contare che l’operazione Fassina potrebbe risultare anche un regalo a Matteo Renzi, perché “sposta” il Pd al centro dello schieramento politico, con una coalizione, quella Berlusconi Salvini Meloni, a destra e Sinistra Italiana dal lato opposto.

 

Insomma, un bel regalo per chi si vorrebbe abbattere.