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Pd Roma, Ignazio Marino è già un ricordo e gli anti-Orfini alzano la voce

Matteo Renzi sostiene Matteo Orfini, e la strada del commissariamento è ancora l’unica praticabile a Roma? Questo non è un problema mio: io dico che il commissariamento sta sbagliando moltissimo, che siamo sulla strada sbagliata, e che Orfini ci sta mandando a sbattere. Così perderemo le elezioni a Roma”: è questa la frase che vi viene detta, la più forte, a margine dell’assemblea del Partito Democratico del Lazio che si è riunita al terzo piano del Nazareno, sede centrale del Pd, probabilmente sopra la testa di Matteo Renzi che ha la sua stanza al secondo piano di via di Sant’Andrea delle Fratte. Una riunione densa di temi, dagli appuntamenti elettorali in vari comuni del Lazio, alla questione – data ormai per ineludibile – della riforma dell’ordinamento amministrativo di Roma Capitale e della Regione; una riunione che, col commissariamento del Pd Roma, rappresenta per il Pd l’unica occasione di confronto democraticamente insediato all’indomani del collasso della giunta di Ignazio Marino.

PD ROMA, IGNAZIO MARINO E’ GIA’ UN RICORDO E GLI ANTI-ORFINI ALZANO LA VOCE

Il sindaco del Partito Democratico defenestrato dalle dimissioni contestuali dei consiglieri dell’Assemblea Capitolina è solo un lontano ricordo: la fase è già nuova. “Ringraziamo Ignazio Marino per il buon lavoro fatto insieme”, dice il segretario Dem Lazio Fabio Melilli, “ora si guarda avanti”. E continua, dichiarando a Giornalettismo: “Il PD romano ha fatto bene a tentare di tutto per recuperare la situazione. Non condivido le parole di quelli che immaginano scenari fantascientifici, descrivendo i nostri amministratori come gente a difesa di non so bene quali poteri forti. Il Pd Roma è fatto di giovani donne e uomini che hanno sofferto terribilmente per quanto è accaduto. Lavoriamo per il futuro adesso , per costruire la stagione delle elezioni con una riflessione sulla natura della Capitale“. Già, il tema che tiene banco è questo: al di là dell’esperienza di Ignazio Marino in Campidoglio, è chiaro a tutti, ma proprio a tutti, che la città in questo modo davvero non è governabile: “In nessun posto al mondo si governano tre milioni di abitanti senza gli strumenti amministrativi adeguati. In nessun posto”, si scandisce dal microfono.

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Che la riflessione sia sul tavolo, è noto: oggi sul tema ha preso la parola Valeria Baglio, mentre è stato da ultimo Walter Tocci a sostenere, nel suo libro, che il Comune di Roma vada abolito, così come del resto la regione Lazio, trasformata nella regione di Roma Capitale e cedendo le altre province alla Toscana, all’Umbria (Viterbo e Rieti), e alla “Grande Campania” (Latina e Frosinone): è la proposta di legge di Roberto Morassut, che Melilli mostra di non sostenere. “Proposte del genere”, scandisce nella sua relazione iniziale, “vengono da persone che sembrano non ragionare da dirigenti del Pd Lazio”. Replica, Morassut, nel suo intervento: “Senza una proposta che suonasse persino provocatoria, il dibattito non si sarebbe nemmeno aperto; nel merito, discutiamo”. E il merito è che tutti sono d’accordo che Roma Capitale debba diventare un ente amministrativo a sé, dotato di poteri legislativi simili a quelli delle Regioni; sull’estensione dello stesso ente (città metropolitana? Area vasta?), i distinguo si sprecano.

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La riforma delle regioni Morassut – Ranucci

E sopratutto, sembra che i promotori delle proposte di revisione dell’ordinamento regionale, che vorrebbero il Lazio scomparso, dovranno prima convincere i propri omologhi provinciali: “Credo che unire Viterbo con la Toscana sia una sciocchezza che deperirebbe la nostra terra, siamo legati a Roma e la Toscana ha già tutto ciò che noi possiamo offrire”, dicono i viterbesi; “uniti alla Campania? Noi e Frosinone abbiamo un milione e duecentomila abitanti, andare verso sud significherebbe agganciare i comuni del sud-Pontino ancor di più a certe sconsigliabili dinamiche casertane. Piuttosto, facciamo regione autonoma”. L’Umbria, il Molise, persino il Friuli, ci fanno notare, avrebbero meno abitanti. Sia come sia, sembra che prima o dopo le amministrative – più probabilmente dopo – il treno delle riforme istituzionali dovrà partire, o ripartire: e in queste istituzioni, qualcuno ci si dovrà pur mettere. A Roma, ad esempio.

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Spicca l’assenza di Matteo Orfini alla direzione laziale di cui è membro (“mi ha chiamato, aveva un’importante riunione, ricordiamoci che è anche il presidente del Pd nazionale”, ci dice Melilli soffocando qualsiasi polemica sul nascere), che viene comunque citato in alcuni interventi piuttosto combattivi: archiviato Ignazio Marino, ora sono i prossimi passi del Partito Democratico romano, ancora commissariato dal leader dei Giovani Turchi, a venire in questione: “Senti, parliamoci chiaro”, ci dice a margine della direzione uno dei membri, “Orfini ha fatto vari errori”. Dal palco degli interventi, Roberto Agostini, consigliere regionale del Pd, lo scandisce a voce chiara: “Oltre a non parlare con i nostri elettori, non abbiamo parlato nemmeno con i nostri militanti in questi mesi. Poi è arrivata la relazione di Fabrizio Barca, che ha detto che siamo tutti una sorta di brigata di delinquenti. Vorrei dirlo chiaramente, io non mi ci ritrovo, così. E vorrei chiedere: a Roma c’è un partito commissariato, questo partito è oggi in grado di gestire l’emergenza democratica in città?”. Subito dopo David Sassoli, europarlamentare Pd: “Ho letto stamattina l’intervista a Matteo Orfini sulla Stampa, in cui dice che di politica, a Roma, si ricomincia a parlare a gennaio. Di certo il commissario ha dovuto gestire una fase estremamente delicata, ma fino a gennaio che facciamo? Siamo già in ritardo, e la città non ci aspetta. Penso alla festa democratica di questa estate, per me è stata un’occasione sprecata per ricostruire il rapporto con la città”.

A margine dell’assemblea, i toni si appesantiscono: “Così perdiamo il partito, e se perdiamo il partito perdiamo la città. Orfini ci sta mandando a sbattere, e così perdiamo le elezioni; senza il sostegno della nostra base qualsiasi riforma amministrativa fallirà. Matteo Renzi sostiene ancora Orfini? Questo non è un problema mio. Le cose vanno dette chiaramente”.

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Certo è che chi parla di politica romana, lo fa solo per attaccare Orfini: “Non a caso molti altri non hanno parlato, e avrebbero potuto”, ci dice, estremamente sereno, un esponente regionale molto più vicino al commissario del Pd Roma: “Questo non è il luogo per un dibattito del genere, e lo ha mostrato chiaramente il segretario nella sua relazione introduttiva. Con il Pd Roma commissariato, l’assemblea laziale non può diventare un luogo in cui si recupera surrettiziamente il ruolo del Pd Roma, non sarebbe corretto. Chi ha parlato lo ha fatto nell’ambito di un discorso più ampio, come Agostini che parlava in generale della tenuta del partito nelle prossime tornate amministrative. Se la discussione avesse preso un’altra piega, sarei intervenuto. E non sarei stato solo”. Nessun problema in vista, dunque, per il commissario? Un deputato, certo non sospettabile di ostilità verso il leader dei Giovani Turchi, prova la via dell’equilibrio: “Certo, la fase è stata difficile, e tremendamente difficile gestirla, ma non c’è dubbio che alcuni passaggi si potessero affrontare con maggiore concertazione”. Sui territori, continua qualcuno, “inizia ad esserci molto scontento, sopratutto per il lavoro dei subcommissari”. Dallo staff del commissario tagliano corto: “Massima serenità”.