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Vatileaks, i nomi dei politici nella rete di Francesca Chaouqui

Ci sono anche dei politici nella rete dei ricatti e dei veleni intessuta da Francesca Chaouqui, dal marito Corrado Lanino e dal monsignor Vallejo Balda: proprio per questo l’inchiesta, aperta a Terni da una costola delle indagini che coinvolgono anche monsignor Vincenzo Paglia, è in corso di trasferimento dal capoluogo umbro a Roma e anche alle sedi di giustizia vaticane. Le ipotesi di reato, infatti, sarebbero state compiute proprio nella capitale, a danno di esponenti di primo piano di rilievo anche nazionale.

VATILEAKS, I NOMI DEI POLITICI NELLA RETE DI FRANCESCA CHAOUQUI

La gestione delle relazioni è il core business di Francesca Chaouqui, che stringe un legame molto forte proprio con monsignor Paglia.

Agli atti ci sono, oltre alle conversazioni con monsignor Vincenzo Paglia, anche quelle con Andrea Riccardi, numero uno della comunità di Sant’Egidio. A carico della pr finita misteriosamente nella commissione che doveva rivedere le finanze della Santa sede, c’è pure l’intrusione in uno studio legale dove la donna lavorava, lei e il marito, esperto di informatica, sarebbero stati ripresi dalle telecamere mentre tentavano di accedere al computer di un avvocato. Nella diocesi di Terni la Chaouqui aveva un ruolo preciso. Aveva proposto a monsignor Paglia di aiutarlo a rimettere in sesto i conti E così aveva intrecciato un rapporto importante. Un tentativo di avvicinamento la Chaouqoui l’avrebbe fatto anche con Michele Briamonte, il giovane e rampante avvocato diventato legale dello Ior, con il quale, però non avrebbe avuto successo.

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Nelle carte dell’inchiesta, il mondo strano e tutto da chiarire dei procedimenti per le cause di beatificazione: tutt’altro che celesti, le dinamiche che portavano questo o quel soggetto a progredire verso la proclamazione dipendevano moltissimo da quanto il postulatore, e dunque spesso l’ordine religioso di appartenenza, era disposto a pagare.

Le norme istituite da Giovanni Paolo II prevedevano che il postulatore di santità, religioso o laico, che promuoveva la causa presso Santa sede, dovesse aprire un conto di appoggio per avviare la pratica. Il deposito bancario presso lo Ior era indispensabile per le ricerche da eseguire sulla vita e i prodigi del futuro beato. I soldi, invece, spesso sarebbero serviti a pagare tangenti per ottenere più testimonianze e superare l’istruttoria. I depositi raggiungevano cifre astronomiche, tanto più che i ”postulatori” agivano per conto degli ordini e delle congregazioni religiose, interessate ad annoverare un numero sempre maggiore di santi nelle proprie fila. Anche questa era una forma di potere. E’ così che torna il nome di don Evaldo Biasini, il religioso coinvolto nell’inchiesta sui Grandi Eventi e il G8 della Maddalena. Era stata la grande disponibilità di contante ad assicurargli l’appellativo di ”don Bancomat”, così lo chiamavano l’imprenditore Diego Anemone e il presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Andando a ritroso nell’esame di uno dei tredici conti intestati al religioso, alla voce ”postulatore” risultavano, fino al 2000, movimentazioni per due miliardi e mezzo di vecchie lire. E’ stato Papa Francesco a controllare anche queste voci e ad accorgersi dell’attività di Biasini e di molti altri, come il postulatore di santità Francesco Ricci, il domenicano, rettore della chiesa Santa Sabina all’Aventino che tra il 2000 e il 2007 ha affidato un milione e 600mila euro al broker Gianfranco Lande. Così Francesco ha anche cambiato le regole. Adesso sul conto d’appoggio aperto dai postulatori non si possono depositare più di 25mila euro.