Così la spesa si mangia tutto lo stipendio
27/01/2012 - Il potere d’acquisto degli italiani mai così in basso dal 1995 Le retribuzioni crescono meno dell’inflazione, e il potere d’acquisto dei lavoratori si riduce. In questa dinamica risiedono le cause della crisi dei consumi, e quindi la riduzione del Pil
Il potere d’acquisto degli italiani mai così in basso dal 1995
Le retribuzioni crescono meno dell’inflazione, e il potere d’acquisto dei lavoratori si riduce. In questa dinamica risiedono le cause della crisi dei consumi, e quindi la riduzione del Pil o la sua stagnazione. Il Corriere della Sera ci spiega perché:
Ebbene, dice l’Istat, nel 2011 l’aumento delle retribuzioni è stato pari nella media all’1,8%, l’incremento più basso dal 1999. E soprattutto non in grado di coprire il rialzo dei prezzi registrato nel corso dell’anno, pari nella media al 2,8%. Ed è un elemento importante perché vuole dire che si è corroso il potere d’acquisto dei lavoratori. Lo si vede meglio se invece di prendere in considerazione il dato medio si guarda al dato tendenziale. Cioè al raffronto tra la situazione a dicembre 2012 rispetto a quella dello stesso mese di un anno prima, senza considerare le variazioni intermedie. In questo caso si ha un aumento di salari e stipendi dell’ 1,4%, il più basso dal 1995, che si raffronta a un balzo dell’inflazione del 3,3%: i prezzi sono saliti a un ritmo decisamente più veloce di quanto non siano cresciute le retribuzioni. Visto che l’Istat fornisce i dati definitivi dell’anno è meglio comunque tornare alle cifre medie più efficaci per analizzare il fenomeno. Tanto le cose non cambiano. Anche perché potremmo prendere per valutare quanto si sia ridotto il potere d’acquisto degli italiani che lavorano alle dipendenze non l’indice dei prezzi generale ma quello dei beni a più alta frequenza di acquisto, quelli del cosiddetto carrello della spesa, che nel 2011 sono aumentati in termini tendenziali del 4,3% e nella media del 3,5%.
La differenza in questo caso è più evidente. Cosa è successo?
Prendiamo in considerazione i diversi comparti, agricoltura, industria, servizi privati e pubblica amministrazione: le retribuzioni orarie contrattuali sono rispettivamente cresciute nella media del 2,2%; del 2,5% (con una punta del 3% per le categorie della gomma e plastica e del 2,9% per l’edilizia); dell’1, 5% e dello 0,7% (con le punte del 3,3% per i militari del 3,1% delle forze dell’ordine e del 2,7% dei vigili del fuoco). Tutti incrementi, comunque, che nel complesso dei diversi settori non hanno coperto l’inflazione, con qualche differenza sotto l’aspetto contrattuale: nell’agricoltura e nell’industria la gran parte degli accordi (per quel che riguarda il numero dei lavoratori) è stata siglata, nei servizi privati è mancato il rinnovo dei bancari, il cui contratto è stato siglato solo qualche giorno fa. Mentre nella pubblica amministrazione, come si sa, è tutto bloccato per tre anni dal 2010 al 2012. In totale i contratti in attesa di rinnovo sono 29, di cui 16 appartenenti alla pubblica amministrazione relativi a circa 4,1 milioni di dipendenti (circa tre milioni nel pubblico impiego). In dicembre, quando l’Istat ha fatto l’indagine, risultavano in vigore 48 accordi a cui si aggiunge quello dei bancari siglato la scorsa settimana, che regolavano il trattamento economico di 9milioni di dipendenti, cioè il 63,1% del monte retributivo complessivo. A questo proposito l’Istituto di statistica informa che i mesi di attesa per il rinnovo dopo la scadenza per il settore privato sono 27,6. Non è quindi la mancanza di un contratto in vigore a spiegare la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. Ma evidentemente lo sono gli accordi siglati.
Lo schema riassuntivo del Corriere:
Che spiega parte dell’effetto con la fiammata dell’inflazione:
I prezzi hanno preso la rincorsa in particolare negli ultimi mesi del 2011 riflettendo soprattutto gli aumenti delle imposte indirette, Iva e accise sui carburanti. Mentre si sono andate attenuando le pressioni provenienti dai prezzi alla produzione. Il risultato è come si è detto un incremento medio del 2,8 %, in sensibile accelerazione rispetto all’1,5% del 2010. A incidere soprattutto i rincari dei carburanti e dei prodotti energetici: al netto di questi beni, il tasso tendenziale di inflazione pari in dicembre come si è detto 3,3%, scenderebbe al 2,3%. Una differenza non lieve che potrebbe aver fatto la sua parte nella dinamica delle retribuzioni. I contratti collettivi di lavoro, sulla base dell’accordo tra le parti sociali siglato nel gennaio del 2009, prendono in considerazione nel definire gli aumenti salariali l’Ipca, che è l’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo (pari nella media del 2011 al 2,9% mentre a livello tendenziale in dicembre è risultato del 3,7%) depurato però degli effetti della spesa energetica importata.













A fronte di queste già note considerazioni, suona ancora più ridicolo ed incomprensibile il fatto che CISL e UIL propongano di adottare un indice di valutazione dell’inflazione “depurato” dalle voci relative alle materie energetiche nella contrattazione nazionale. Già precedentemente si cercava di recuperare almeno il tasso d’inflazione “programmata”, ben diverso da quella reale, ora neanche quello.
Mandiamo il conto..della spesa direttamente a chi ha creato tutto questo : partiti politici governi ma anche certi sindacati di avere firmato e creato la precarietà lavorativa mista a disoccupazione forzata tra non molto la spesa in Italia non si farà quasi più..le sanguisughe sono al potere e funzionano da scatole cinesi.. si fanno chiamare ” illuminati ..”