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Turchia, la «sanguinosa vittoria» di Erdogan

Turchia,

il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ottenuto la maggioranza assoluta per il suo partito cercata per trasformare il Paese in una Repubblica presidenziale, se non autoritaria. Dopo mesi di guerra alla minoranza curda, contrapposizione al resto del mondo e contrasto alla libertà di stampa Erdogan ha conseguito l’obiettivo perseguito quasi con ogni mezzo. Aiutato in questo dall’Occidente, che lo considera alleato indispensabile nella regione.

ELEZIONI TURCHIA

La Turchia ha scelto Erdogan. Le elezioni anticipate del 2015, convocate dal presidente turco dopo lo stallo provocato dalle parlamentari dello scorso giugno, sono diventate un trionfo per l’Akp. Il partito islamico fondato da Recep Tayyip Erdogan ha ottenuto il suo miglior risultato percentuale dall’arrivo al potere. Dal 2002 Akp non ha mai conseguito una percentuale come il quasi 50% sfiorato alle elezioni legislative di domenica 1° novembre 2015. Solo il probabile ingresso del partito curdo Hdp ha reso meno netta la maggioranza parlamentare islamica, comunque ben sopra la soglia del 50%+1 dei seggi. La Turchia diventa, de facto, una Repubblica presidenziale guidata da Erdogan, che centra così l’obiettivo tanto di aumentare quanto prolungare il suo potere. Lo scorso giugno i turchi avevano rifiutato questa prospettiva, con l’Akp per la prima volta senza maggioranza parlamentare. Erdogan non ha accettato questo risultato, frenando le trattative per un governo di coalizione, e perseguendo una strategia molto aggressiva per aumentare i consensi del suo partito. Akp è andata alla caccia dei voti nazionalisti di Mhp, il partito legato ai Lupi grigi, estrema destra laica che si è sempre contrapposta all’islamismo di Erdogan. Una strategia efficace, a prezzo di una vittoria sanguinosa come la definisce Der Spiegel.

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TURCHIA ISIS

Dopo anni di relativa pace il presidente e il governo in carica, seppur senza maggioranza in Parlamento, hanno lanciato una campagna militare contro la minoranza curda più aggressiva, legata al Pkk. Dopo aver sostenuto l’ascesa dell’ISIS in funzione anti Assad e anti curda Erdogan ha iniziato a colpire anche il jihadismo sunnita ai suoi confini. Una contrapposizione tra la Turchia e il resto del mondo che ha conquistato molti nazionalisti, in un clima di scontro permanente simboleggiato dalla giustificazione piuttosto folle della strage di Ankara. Il più grave attentato nella storia recente del Paese sarebbe stato compiuto secondo il premier Davutoglu da un’alleanza anti turca di ISIS e terroristi curdi. Una tesi evidentemente falsa e artatamente elettoralistica, ma che pare aver conquistato diversi elettori che hanno premiato la stabilità garantita dal sistema Erdogan, a prezzo anche della libertà di stampa. La stabilità ha spinto anche l’Occidente a schierarsi per il sultano di Ankara. La Turchia è un Paese Nato, e il suo allontanamento dalle guerre americane nell’area, già visto con il conflitto iracheno, ha sempre preoccupato Washington. Il ritorno di Erdogan nel campo anti ISIS è stato salutato con grande sollievo, così come l’Europa, travolta dalla crisi dei migranti, ha promesso al governo di Ankara la ripresa del negoziato per l’adesione in caso di stop all’esodo di massa dei siriani. Un flusso permanente favorito da Erdogan negli scorsi mesi, visto che la maggioranza dei migranti è partita dalla Turchia per raggiungere l’Europa. L’Occidente, preoccupato dall’instabilità, pare felicitarsi per il trionfo che più allontana la Turchia dai valori di democrazia, libertà e laicità.

Photo credit: OZAN KOSE/AFP/Getty Images