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Alfio Marchini: “Sì ai voti di Berlusconi, tiro dritto senza destra né sinistra”

Sono molti i giornali oggi in edicola che scelgono di dare la parola ad Alfio Marchini: lui, e il consigliere Alessandro Onorato sono state fra le firme decisive per l’operazione “dimissioni di massa” che hanno mandato a casa l’ormai ex sindaco Ignazio Marino. Sono stati 26 i consiglieri dell’Assemblea Capitolina che, consegnando nelle mani del segretario generale del Campidoglio Serafina Buarné il foglio protocollato e autenticato dal notaio, hanno provocato la decadenza del Comune di Roma. Ed è sempre Marchini ad essere osservato speciale, ora: lui che ha già annunciato l’intenzione di tornare a correre per lo studio con il balcone sui Fori Imperiali.

ALFIO MARCHINI: “SI’ AI VOTI DI BERLUSCONI, TIRO DRITTO SENZA DESTRA NE’ SINISTRA”

Alfio Marchini, rampollo di una famiglia storica di costruttori della sinistra romana, si rifugia nella sua tenuta sul lago Trasimeno; lì, lo raggiungono i giornalisti, fra cui Francesco Merlo di Repubblica. Sarà di nuovo la lista “con il cuore di Roma” a contendere, forse al Movimento Cinque Stelle, la partita nella Capitale. Il leader del centrodestra Silvio Berlusconi ha già dato la sua benedizione: “Se c’è Marchini, sosteniamo lui”.

Nell’Italia dove Renzi passa per il figlio politico di Berlusconi, questo figlio della sinistra candidato della destra sarebbe l’ultimo paradosso. Perciò gli dico che se davvero si presentasse con il Centrodestra non solo non lo voterebbe, come ha già detto, sua cugina Simona Marchini, ma neppure sua madre, la signora Milly. E Marchini ride: «Amor omnia vincit». Poi si fa serio: «Nel 2013 quando mi presentai da solo con il cuore come simbolo, tutti dissero: quel giovane signore capriccioso sarà spazzato via e il mondo riderà di lui. Non è andata cosi e abbiamo sfiorato il 10 per cento». Dunque, di una cosa Marchini è sicuro: «Correrò di nuovo con lo stesso simbolo, il cuore, e correrò da solo». Berlusconi del resto è stato il primo a dirgli: «Il mio abbraccio potrebbe esserti mortale». Si sono visti, ma Marchini non è mai andato in via del Plebiscito né tanto meno ad Arcore: «Se Ber-lusconi facesse un passo indietro e, come ha detto ieri, desse davvero l’indicazione di votare Marchini, io lo ringrazierei. Ma io non mi sposto di un millimetro, non cambio e non contratto posizioni, non vado in casa di nessuno, non sarò mai ospite nelle liste di destra o di sinistra: hospes e hostis, ospite e nemico, appartengono allo stesso campo semantico»

Pare che anche a sinistra molto si muova nei suoi confronti: ci sarebbe anche chi sarebbe pronto a fornirgli una lista d’appoggio con pezzi del Partito Democratico. “Democratici con Marchini”, è anche di questo si parla: il giudizio del candidato sul Pd però è nettissimo.

«Siamo riusciti a liberare Roma da Marino perché era inadeguato. Il Pd, che insieme a noi lo ha cacciato, dopo due anni è venuto sulle mie posizioni. Non c’è però alcun dubbio che la sconfitta di Marino è una sconfitta del Pd». Marchini di sé dice: «Sono un innovatore e sono un conservatore». Pensa davvero che Roma, «l’emergenza della nostra amatissima Roma», non abbia bisogno dei soliti indipendenti di sinistra o di destra, dei furbi neutrali di una volta «ma di coraggiosi che si sospendano dai luoghi mentali noti, come sono appunto la destra e la sinistra, e si appendano in quelli ignoti, e non per ignavia ma per formare, sul campo della capitale occidentale più bella e degradata del mondo, i nuovi codici della politica». Mancano ancora otto mesi alle elezioni «e otto mesi in politica sono un’eternità», ma Marchini sta già preparando la squadra : «Ci saranno personalità di alto livello, sarà una specie di manifesto per Roma. Sono convinto che l’ottanta per cento dei romani capisce che coprire le buche o pulire le strade non è né di destra né di sinistra». Gli faccio notare che, senza nomi, la trasversalità delle liste è solo una slogan, campagna elettorale: «Lo capisco, ma io ci credo davvero e so tacere quando devo tacere»

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Una storia intricata e ramificata quella di Marchini, ultimo erede della famiglia di “immobiliaristi rossi” della Capitale, con amicizie personali di altissimo livello e in ogni ambiente della politica e dell’economia addirittura mondiali. Fino al Papa, Papa Francesco.

Tutti sanno che nonno Alfio e lo zio Alvaro, che fu a lungo presidente della Roma, erano soprannominati “Calce e martello” oppure “Rosso San Pietro”, a riprova che a Roma perfidia e grandezza sono da sempre la stessa cosa o, se preferite, che non esiste l’univocità e non bastano le chiavi etiche per acchiappare la storia. In fondo, questo nuovo Alfio, trasversale tra le macerie della destra e quelle della sinistra, si ricongiunge davvero alla Roma dei ponti, quella che dal Vaticano portava a Botteghe Oscure, un ponte pubblico e tuttavia segreto. Alfio Marchini va a messa ogni mattina e in Argentina ha conosciuto bene questo Papa, anche se non riesco a strappargli nulla sull’argomento, neppure quando gli dico che lo hanno visto entrare nella Domus Santa Marta … E’ stato amico di Cuccia, di Shimon Peres, di don Giussani «che una volta mi portò a braccetto dentro l’arena del Meeting di Rimini e, io che pure avevo litigato con i ciellini romani, mi presi tutti quegli applausi». Con D’Alema e Veltroni è ancora amico. Marchini ha spesso mediato tra i due: «Una volta che non si parlavano, organizzai un incontro a casa mia, e fu una bellissima notte d’amicizia». Un giorno nonno Alfio lo nominò capofamiglia e lo mandò in cantiere: «Studiavo e lavoravo». Poi arrivò la stagione dei sequestri: «Rapirono un mio zio». E allora cominciarono a spostarsi, a disinvestire dall’Italia: Londra, l’Argentina …: «lo non sono mai stato mondano, mi piace la solitudine, al rosso fuoco dell’Inferno o al giallo del Paradiso preferisco il pastello, le sfumature tenui la cui forza sta nella durata, amo la sobrietà e la discrezione. Eppure mi chiamano il bel Ridge, dicono che sono bello per dire che sono stupido».

Il racconto, estremamente privato, del motivo per cui ha scelto di impegnarsi in politica “per Roma”, coinvolge uno dei suoi figli.

Marchini ha cinque figli. Il più grande si chiama Alessandro, come quel fragile nonno. Capitò che, mentre andava in motorino, fu travolto da un’ auto e rimase in coma per sette giorni. «Mi rivolsi a Dio e gli dissi di perdonarmi, ma che non ce l’avrei fatta a sopravvivere a mio figlio». Il settimo giorno il ragazzo si svegliò «e io mi risvegliai con lui: decisi di tornare in Italia e di mettermi in gioco». Oggi i sondaggi gli attribuiscono il 25 per cento, in competizione con il grillino Di Battista e con Giorgia Meloni. Marchini è una specie di Giano di Roma, quello che dà nome al Gianicolo, il colle dell’epopea risorgimentale, e ha due facce: una per sbrogliare gli ultimi nodi del Novecento, l’altra per imbrogliarne gli ultimi sfilacci.

Copertina: AnsaFoto