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Il giorno più difficile del Pd Romano: dalle firme con la destra al futuro tutto in salita

E’ lunga la giornata del Partito Democratico romano. Lunga come settimane di fatica, di incontri, di scontri, culminati nell’accelerazione degli ultimi giorni: le dimissioni del sindaco, il ritiro delle stesse in extremis, la prova di forza del Pd Roma, del suo commissario Matteo Orfini, dei consiglieri comunali che si recano, nel tardo pomeriggio, nell’ingresso laterale del Campidoglio per consegnare al segretariato generale del Campidoglio l’atto contestuale delle dimissioni di 26 consiglieri: con quest’atto l’Assemblea Capitolina decade, ed Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma.

“DOPO IGNAZIO MARINO? GUARDATE CON CHI ABBIAMO FIRMATO LE DIMISSIONI…”

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva fatto sapere chiaramente che non c’erano margini di trattativa: “La posizione del Partito Democratico è autorevolmente sostenuta da Matteo Orfini“, aveva scandito il comunicato stampa di Palazzo Chigi mentre il premier era ancora in procinto di tornare dal suo viaggio in America Latina. Orfini aveva un compito, e uno solo: far sì che Ignazio Marino liberasse al più presto lo studio con il balcone sui Fori Imperiali. Per riuscirci, si è passati prima dalle maniere buone; l’incontro a casa del deputato ed ex-Vicesindaco Marco Causi con la proposta di un piano in tre tappe: conferma delle dimissioni magari con un passaggio in aula, incontro con Renzi a Roma un minuto dopo la firma, tutti insieme in pellegrinaggio a Piazzale Clodio giovedì 5 novembre per il processo Mafia Capitale. Ignazio Marino ha scelto lo strappo, ha ritirato le dimissioni, e il gruppo del Partito Democratico ha iniziato il faticoso e frenetico lavorìo per la ricerca delle firme. Obiettivo: evitare come la peste il passaggio in aula, il dibattito con chi veniva definito “un’esperienza conclusa” e il dover votare una sfiducia con il centrodestra. Alle 18 di venerdì 30 ottobre, con la firma contestuale delle dimissioni di 26 consiglieri, l’incarico di Matteo Orfini poteva dirsi concluso.

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Ma a quale prezzo? Il prezzo di un foglio di carta, autenticato da un notaio, con 26 firme. Comprese quelle, determinanti per raggiungere la quota 25, di due consiglieri (Ignazio Cozzoli Poli e Francesca Barbato) eletti nella lista civica “Cittadini per Gianni Alemanno”, il sindaco che va a processo insieme agli altri imputati di Mafia Capitale e che la procura di Roma sta ancora indagando per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, e poi transitati nel gruppo di Raffaele Fitto “Conservatori e Riformisti”; più Roberto Cantiani, capogruppo del rinato Popolo della Libertà.

“Ci sono precedenti illustri”, ci dice un consigliere entrando nella sala del segretario generale, visibilmente abbattuto: “Abbiamo anche votato la fiducia al governo insieme a Silvio Berlusconi. Chiaramente, non sono soddisfatto di come è finita”. Non è l’unico a pensarla così: “Non è una bella pagina per l’esperienza democratica a Roma, speravamo di poter aprire una fase due costruens dopo quella destruens…”, dice una consigliera, uscendo, dopo la consegna delle dimissioni. Però, nessuno li ha costretti a dimettersi: o sì? “Abbiamo fatto quello che ritenevano opportuno, anche con dolore. Le circostanze politiche hanno prodotto questo effetto”, ci dice un consigliere fra i più anziani: “Che dovevamo fa’?“.

Poco dopo, Ignazio Marino dirà chiaramente in Protomoteca: “Chi mi ha accoltellato ha 26 nomi ma un solo mandante”: il messaggio vola rapido, attraversa Piazza Venezia, scorre via del Corso, arriva dritto a Palazzo Chigi. E’ il convitato di pietra, l’ombra sull’intera vicenda: forse non il Partito della Nazione, ma il Consiglio della Nazione magari sì. Perché il chirurgo va a casa? “Il sindaco non cade sugli scontrini. Cade perché non ha saputo amministrare la città”, dicono i consiglieri, incalzati sui temi concreti, sulle scelte amministrative che hanno comportato la necessità di chiudere la fase: “Per due anni e mezzo ha trattato noi del Pd con sufficienza. Se avesse privilegiato un rapporto col gruppo e con l’aula oggi non saremmo qui”, ci dice Marco Palumbo (“il nome? Scrivete pure, non ho problemi”): “Il sindaco”, continua un’altra consigliera di spicco, “non ha saputo ascoltare, non c’era dialogo con noi e quindi con pezzi importanti della città”. E le firme insieme alla destra? “Abbiamo fatto la cosa giusta con chi riteneva di condividere con noi questo percorso. L’importante è che su quel foglio non c’è la firma di Gianni Alemanno, che nessuno di noi ha contattato, nonostante qualcuno avesse detto anche questo”. Qualcun altro minimizza: “E’ stata una scelta tecnica”. Di un certo peso, indubbiamente.

Rome mayor Ignazio Marino

Mentre i consiglieri scemano, in piazza (molto pochi, va detto) sparuti sostenitori del sindaco cantano “Bella Ciao”. I telefoni sono come buttati nel cemento: “Non parlo”, ci dice un esponente di spicco del fronte mariniano: “Sarei cattivo e non serve a nessuno”. Facciamo il nome di Svetlana Celli, l’eletta nella lista civica di Ignazio Marino che ha firmato le dimissioni insieme al Partito Democratico: “Peggio che mai. No comment”. Bocche chiuse anche dagli amministratori più vicini al sindaco. I collaboratori, lo staff, gli assessori, fanno gli scatoloni.

Sarà in serata Matteo Orfini a dichiarare a Otto e Mezzo che il sindaco di Roma cade in seguito a “una valutazione politica che abbiamo fatto insieme con Renzi: quella vicenda era finita. La verità è che ha commesso un’enormità di errori“. Il prezzo da pagare, non lo negano i protagonisti di questa vicenda, è stato alto: “Non vi sarà sfuggito un dato”, dichiara un consigliere uscendo dal Campidoglio: “Le persone con cui abbiamo firmato le dimissioni disegnano un percorso che mi sembra essere già nelle cose”. Un cantiere con i moderati e con i pezzi del centrodestra, che in serata Orfini stesso smentisce: “Alfio Marchini e Beatrice Lorenzin non sono ipotesi praticabili, dobbiamo cercare una candidatura che tenga insieme la coalizione di centro sinistra. Noi siamo già al lavoro per il dopo Marino. Il Pd ed il sindaco devono ammettere che questa vicenda è andata male. Agli elettori diciamo: ora aiutateci per il dopo“. Il Partito profondo sembra meno ottimista.

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Fra dichiarazioni e prese di posizione, il futuro del Pd è stato disegnato in più versioni: c’è chi ha anche detto (Walter Tocci), che l’ideale a questo punto sarebbe “saltare un giro”, non presentare proprio la lista del Pd alle prossime elezioni e impegnarsi per quel processo di cambiamento che Fabrizio Barca, inviato speciale di Matteo Orfini, ha definito “in pericolo” proprio durante la crisi-Marino. Mentre i consiglieri firmano le loro dimissioni, le varie chat dei militanti e delle cordate del Pd Roma fremono: “La domanda che tutti si pongono è se il Pd riuscirà ad arrivare al ballottaggio. Le speranze più rosee parlano di sei consiglieri rieletti. Purtroppo non si scappa”, ci dice qualcuno. “Chi dice che il Partito non è stato sentito?”, ci incalza una consigliera: “Io mi sono fatta il giro dei circoli che mi sostengono, e ho spiegato le ragioni della nostra scelta. In qualche circolo c’era una platea abbastanza divisa. Altrove, sono stati i militanti a darmi il coraggio che mi serviva”.  C’è però un nome che gira, fra le conversazioni dei militanti; un esponente di spicco, che sull’intera vicenda Marino si è espresso pochissimo, e che però, ci dicono militanti ed esponenti del Pd Roma, non potrà non parlare adesso: “Ce lo stiamo chiedendo tutti. Cosa fa, cosa pensa Nicola Zingaretti?“. C’è chi dà il presidente della Regione Lazio per preoccupato: forse Ignazio Marino è pronto a giocare la partita dell’anti-Renzi di caratura nazionale, ma non è un segreto per nessuno che l’inquilino della Pisana avesse ipotesi per il suo futuro personale. “In molti pensano che dopo Marino il prossimo in lista sia lui, un concorrente solido per Matteo Renzi”, ci dicono. La nuova pagina della storia del Pd Roma è tutta da scrivere, e la situazione parte già parecchio intricata.

Copertina e foto: “AnsaFoto”