Nell’università italiana è sfigato anche il secchione

E’ il sistema universitario attuale che genera i fuoricorso: la riforma del 3+2 e i dati contraddittori sul suo successo...

E’ il sistema universitario attuale che genera i fuoricorso: la riforma del 3+2 e i dati contraddittori sul suo successo

“Se non ti laurei entro 28 anni sei uno sfigato”: lo ha detto ieri il viceministro Michel Martone al Welfare, intendendo a suo dire iniziare la promozione di un nuovo concetto, di un nuovo pensiero da promuovere nella società italiana: “Bisogna promuovere la cultura dei secchioni”, intendeva dire Martone. All’università,o si studia di corsa o si va a lavorare; oppure si studia e si lavora, fra mille difficoltà, ma anche quello per Martone va bene. Insomma, Martone attacca i tanti, a suo dire, “parcheggiati” negli atenei d’Italia, quelli che all’università ci svernano per ritardare al massimo la propria entrata nel mondo del lavoro.

LA RIFORMA DEL 1999 – Il problema è che, glielo hanno fatto notare in molti – e anche Martone è dovuto ritornare sui suoi passi – è che l’Università italiana non è esattamente il posto dal quale sia facile uscire in tempi brevi. Perché fra tasse universitarie che non fanno che salire, problemi degli spazi dove vivere, studiare, abitare e passare una tranquilla esistenza, lungaggini burocratiche e altri problemi di ogni tipo, per uscire in tempo dai palazzoni più o meno fatiscenti dei nostri atenei bisogna essere particolarmente brillanti, volenterosi, motivati, quasi dei crociati. Il che è certamente ammirevole, ma non dovrebbe essere necessario, soprattutto perché oltre 10 anni fa il governo italiano ha messo in cantiere ed approvato la famosa riforma che doveva cambiare il volto dell’università del nostro paese, rendendola più facile, più veloce, più snella, più adatta a sfornare laureati in maniera rapida ed efficace. E invece, come vedremo, il suo successo è quantomeno tutt’altro che sicuro secondo i dati ufficiali; gli effetti della sua applicazione, nelle vive voci degli studenti, sono addirittura nefasti: perché può essere difficile trovare un alloggio, e i libri costare molto così come le tasse, e la burocrazia nemica; ma se l’ordinamento degli studi, l’impalcatura degli atenei, garantisse uno studio rapido e spedito – almeno – forse la scelta di cambiare da università monolitica, un po’ antica e polverosa dei cinque anni di corso, ed adeguarsi al modello europeo dei due livelli di apprendimento sarebbe valsa a qualcosa. E invece, a quanto sembra, ha creato più danni che altro.

IL TEMIBILE 3+2 – In qualsiasi famiglia che mandi i figli all’università il malfunzionamento del sistema 3+2 è argomento di discussione nei pranzi domenicali. Un sistema che innanzitutto pretende due lauree, due progetti di ricerca di cui, come è noto, “il primo non serve a nulla” – virgolettato che qualsiasi studente universitario potrebbe controfirmare – visto che, ad esempio, per i corsi di laurea professionalizzanti non permette in quasi tutti i casi l’iscrizione all’albo di riferimento; e che poi ha spacchettato l’offerta formativa in mille rivoli, mille esami in più che, in teoria, pretenderebbero un minor carico di studio per ogni verifica e che invece, come vedremo, finisce per raddoppiare, triplicare o quadruplicare il carico di studio richiesto ad un allievo. Nelle intenzioni, il corso di laurea triennale, con i suoi piccoli esami da pochi crediti formativi (affronteremo fra un attimo questa curiosa unità di misura) doveva essere una Ferrari turbo, un affare facile, spedito, altamente professionalizzante e mirato a far ottenere allo studente proprio quelle competenze che gli servivano per gettarsi completamente nel mondo del lavoro: niente accademia. Per la carriera universitaria di alto livello, ci sono le lauree magistrali, i dottorati e l’attività di ricerca post-universitaria. Condivisibile o meno quest’impianto, l’intenzione, la ratio legis era questa. Peccato che nessuno ha avvertito la classe docente, che sembra essersi mantenuta impermeabile al cambiamento. Ma ci torneremo fra un secondo, prima qualche dato.

MA FUNZIONA? – Questa riforma ha funzionato o no? Ha ridotto o no l’età media del laureato italiano? Ogni anno la riforma del 1999 viene sottoposta a severo scrutinio e verifica, da più realtà, ufficiali ed istituzionali come private ed indipendenti. I risultati sono oltremodo contraddittori. Questa mattina, ad esempio, su Repubblica è uscito uno studio di Almalaurea.

Nel 2000 gli studenti italiani si laureavano in media a 28,4 anni. Erano tutti mediamente sfigati. Poi è arrivata la cosiddetta riforma del 3 + 2, voluta da Luigi Berlinguer che ha diviso in due il percorso di studi: una laurea di base di tre anni più un’eventuale specializzazione di altri due. E per fortuna il cannocchiale di AlmaLaurea ci dice che le cose sono migliorate. Consideriamo solo i ragazzi che all’università si iscrivono subito dopo la Maturità. Adesso alla laurea arrivano in media a 25,1 anni, ben al di sotto della soglia fissata da Martone. E attenzione perché parliamo di quelli che non si fermano dopo i primi tre anni ma arrivano alla laurea specialistica. E quindi si fanno cinque anni di università, uno più di prima. Una specie di miracolo possibile proprio perché la riforma Berlinguer ha smontato i vecchi corsi di laurea rendendoli più flessibili e agevoli, anche troppo secondo i critici.

Tuttavia il rapporto annuale diffuso dal Comitato Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario, l’edizione più recente, 2011, riporta una diversa tendenza, in risalita.

Limitando l’analisi ai soli laureati in corsi di primo livello, si può osservare che anche nel 2009 prosegue la flessione di lauree conseguite in tempi inferiori o uguali a quelli canonici: se si considerano i laureati “precoci” insieme ai regolari ed a quelli che si laureano entro un anno (oltre la durata del corso), si raggiunge complessivamente il 54,4% dei laureati totali di primo livello, mentre tale insieme rappresentava il 56,3% nel 2008, il 60,3% nel 2007, il 64,3% nel 2006 e il 75,5% nel 2005. Tale diminuzione, nell’anno di riferimento, è in parte dovuta alla forte riduzione dei laureati “precoci”, che rappresentano il 2,1 % dei laureati nel 2009, contro il 4,3% dei laureati nel 2008, ed il 6,7% dei laureati nel 2007

Questo per quanto riguarda le lauree triennali: dunque, pare che sempre più studenti, di fronte alla prima tesi (tesina, secondo alcuni), si prendano almeno l’anno di fuori corso “canonico” che per le lauree vecchio ordinamento era una prassi non particolarmente colpevolizzante.

Tra i laureati in tempi lunghi stabile, negli ultimi due anni, è la quota di coloro che si laureano in 4 anni oltre la durata del corso, pari al 6,8% (negli anni precedenti non era mai scesa sotto la quota del 4%), mentre aumenta la quota di coloro che fanno registrare tempi di conseguimento ancora più lunghi (la quota dei laureati con 5 o più anni dalla durata del corso passa da 8,2% nel 2008 a 10,5% nel 2009).

Insomma, “dal confronto tra i corsi di durata triennale e quelli di durata maggiore delle vecchie lauree , si osserva che la durata media era comunque superiore a 7,5 anni per il vecchio ordinamento (comprendendo tutti i corsi di durata di 4, 5 o 6 anni), contro i 4,9 anni delle triennali. Nell’uno come nell’altro caso le medie del tempo di conseguimento sono oltre al 50% rispetto al tempo canonico”.

Come a dire che per quanto riguarda i fattori considerati dal comitato nazionale di valutazione, fuori corso si va comunque, in un caso o nell’altro. Per capire le ragioni bisognerà dunque rivolgersi altrove.

IL CREDITO FORMATIVO UNIVERSITARIO – Forse non nella mancanza di case dello studente, anche se è un fattore importante: se non si dovesse lavorare per mantenersi durante il periodo degli studi, ci si laureerebbe certo prima. E questi sacrifici sarebbero sopportabili se, tornati a casa dopo il lavoro, non si dovessero rincontrare ad aspettarci sul tavolo dei minacciosi libroni, pagine e pagine di sapere da immagazzinare in molti casi sproporzionate rispetto al carico di studi che quella singola disciplina pretenderebbe. Perché accanto allo spacchettamento dei corsi di laurea, la riforma del 1999 introduce il concetto di Credito Formativo Universitario, sorta di unità di misura dell’impegno e dello studio richiesto per sostenere un singolo esame. Dopo la riforma Berlinguer, come tutti gli studenti sanno, ogni esame è “misurato” in crediti. “I “crediti formativi universitari” (CFU) sono un’unità di misura europea che serve a quantificare l’impegno necessario per preparare l’esame (ed è quindi anche in rapporto con l’ampiezza del programma d’esame) e per i riconoscimenti degli esami nell’Unione Europea”, scrive una guida didattica dell’università della Tuscia. “Ogni esame superato produce per lo studente un certo numero di “crediti” prefissato, qualunque sia il voto ottenuto. Per laurearti devi raggiungere 180 crediti, in tutte le Università italiane e dell’Unione Europea”; secondo Wikipedia ” convenzionalmente 1 CFU è pari a 25 ore di lavoro (indipendentemente se questo sia svolto come studio personale o come frequenza a laboratori o lezioni)” e ogni ateneo deve, da norma, darsi una linea guida, un criterio di conversione fra crediti e pagine da studiare. Ad esempio, se si studia Scienze Politiche a Viterbo dovrebbe studiare con “i seguenti criteri di corrispondenza tra crediti e numero di pagine dei testi su cui verterà l’esame: Esame da 8 crediti = non oltre 500 pagine Esame da 4 crediti = non oltre 300 pagine”. Peccato che, come dicevamo, i primi ad ignorare questo tipo di divisione sono proprio i prof.

IL MINACCIOSO LIBRONE – E per loro esplicita contrarietà a questa mutazione dell’università, alla mutazione da università “lenta”, accademica ad università veloce, “professionalizzante”. Su Facebook, sui social network, uno studente riporta il giudizio di un suo docente sulla riforma: “Alla fine di ogni corso la frase di chiusura di ogni prof. era la seguente: “questa riforma fa schifo, non sono riuscito ad insegnarvi nulla, se volete passare l’esame studiate tutto il programma autonomamente”. Ed è proprio qui che casca l’asino, perché l’università è cambiata, le materie sono state “ponderate” e, in teoria ridotte, dalla riforma universitaria. Ma i docenti, per conto loro, in linea di massima non hanno affatto adeguato i programmi, chiedendo agli studenti di studiare i programmi pre riforma per sostenere gli esami post-riforma, che sono di più. Sarà per questo che ci si mette di più a laurearsi (oppure, come abbiamo visto, quantomeno non certo di meno?). La rete è piena di esempi, di voci di studenti inferociti che si trovano a studiare libri su libri per materie da 1,2,4 crediti.

Letteratura italiana. 6 crediti. Programma: tutta la letteratura dalle origini (Duecento) ad oggi, 15 canti della Divina Commedia, un mare di antologia (poesie, canti, racconti di chiunque e i Sepolcri). Prof così esigente da ritenere 22 il voto minimo. Chi per lui vale meno di 22 è bocciato
ADE: Attività Didattica Elettiva, sono mini-corsi a scelta da inserire nel curriculum. Numero di CFU: varia da 0.5 a 1. Ci sono professori che hanno il coraggio di fare corsi (ahem) lunghi un intero semestre, assegnare dispense/articoli/appunti da studiare e fare tanto di esame finale? Ovviamente, sì…
Storia dell’Arte, 4 crediti: dai Fiamminghi (’400) a Canova (quasi ’800), conoscendo tutti gli artisti, le opere, le date in maniera mooolto dettagliata
mmm..io ha fatto 3 esami che poi alla fine era un voto unico…chimica biochimica e biologia…fiumi di appunti esercizi cose da ricordare…per…1,5 crediti o.O

Viene da pensare che qualche docente, convinto anche legittimamente che nonostante la riforma la propria materia meritasse il giusto approfondimento, si sia rifiutato di ridurne il programma.

PROF SULLE BARRICATE – Altri esempi non mancano.

Lingue e Letterature Anglo-Americane (a Scienze della Comunicazione)…esame COMUNE a tutti e 4 i curricula (Massa,Impresa,Tecnologie e Analisi), 4 libri, slides, corso di 3 mesi, appunti…4 crediti. e in più chi non lo fa scritto, lo fa orale…e molti, tra cui il sottscritto, sono stati tenuti sotto torchio per un’ora
esame di storia economica da 5 crediti per il curricula di economia aziendale alla Federico II 1000 pagine da studiare dall’epoca Preindustriale all’economia degli stati uniti e il giappone nel XX secolo(questo per i non corsisti) ma immaginate per i corsisti più 1000 pagine mamma miaaaaaaaa voglio andare al mare
anatomia patologica 5,5 cfu in medicina e chirurgia a padova, la patria dell’anatomia patologica. E magari fossero solo 1000 pagine….

A Genova gli studenti di scienze della Formazione tempo fa hanno iniziato ad appuntarsi, sul loro forum di facoltà, tutti gli esami sproporzionati ai libri richiesti per superarli; racconti analoghi non mancano fra quelli che l’Espresso chiese agli studenti universitari di inviare riguardanti “ciò che non va negli atenei” italiani, per la loro esperienza.

NON CAMBIO! – E, indirettamente, che il sistema non sia gradito lo confermavano anche gli stessi docenti.

Con il nuovo ordinamento che prevede la laurea triennale con 180 crediti da raggiungere e un eventuale biennio di specializzazione, i professori sono limitati nell’adottare i testi dal numero dei crediti del proprio esame. Meno crediti vale, meno devono essere le pagine del testo. Ogni credito corrisponde a 25 ore di «lavoro» per lo studente, possono essere divise in ore di lezione e ore di studio. Con le lauree triennali la frammentazione dei corsi comporta avere esami spesso da 3 crediti o 5. La conseguenza? Pur non esistendo una rigida corrispondenza tra crediti e pagine, quando il testo è troppo lungo si cambia. «La trovo una cosa assurda – spiega Roberto Faenza, regista e docente di sociologia della comunicazione all’università di Pisa -, è un principio folle e modo scellerato di concepire la didattica. È vero che gli studenti si laureano prima, ma si abbassa il livello culturale. Anche io sono stato costretto a cambiare il testo adottato».

L’Unità raccontava il dolore dei docenti nel dover modificare i propri programmi.

«Succedono cose grottesche – sbotta Guido Fiegna (politecnico di Torino), del comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario -, pur di non cambiare i testi, alcuni docenti a Bologna hanno fatto stampare libri con un carattere più piccolo per ridurre il numero delle pagine». Ci sono delle vere e proprie trattative fra prof e commissioni, ma secondo Fiegna sono più i vantaggi. «Con questo sistema ci si allinea a quelli europei, ma fra il difetto principale è il programmare sull’insegnato e non sull’imparato»

Capito il trucco? Con la riforma, in teoria, gli insegnanti devono tararsi su quello che è nel programma, sul libro che hanno assegnato e su ciò che hanno spiegato; quel che facevano prima e quel che vogliono continuare a fare, è assegnare la materia e premiare il livello culturale di chi si è studiato tutto, tutto, ma proprio tutto. Possibile e forse lodevole, ma di certo illegale. In questa università, come non diventare sfigati, è un mistero da spiegare.