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Ignazio Marino, il sindaco in versione Che Guevara, che dimentica Roma

Ha arringato la folla citando Che Guevara. Cosa che per uno che ha fatto un paio di volte il Senatore, stona un po’. Senza dimenticare che la sua carriera politica l’ha iniziata alla comoda corte di Massimo D’Alema, non in un gruppo di zapatisti in americana latina.

Ignazio Marino non molla: il sindaco-chirurgo pare intenzionato a ritirare le proprie dimissioni. Lo ha urlato alla “sua” piazza, circa duemila persone radunate al Campidoglio. Cittadini che vorrebbero lui continuasse la sua avventura amministrativa. Una domanda però – direbbe qualcuno – nasce spontanea. Perché il Sindaco più criticato degli ultimi vent’anni ha raccolta intorno a sé un gruppo comunque nutrito di “pasdaran”?

Non c’è un solo motivo, probabilmente. Innanzitutto il fascino della sfida. Marino oggi sembra, e sottolineo sembra, colui che in qualche modo si oppone ai poteri forti della città, portando quindi con sé il sapore della sfida impossibile. Il gusto del sapore della ribellione: a un sistema, ad una decisione che si ritiene ingiusta.

È una sfida, quella di ritirare le dimissioni, in cui si identifica oggi chi vuole costruirsi una realtà parallela, un altrove dove il mondo appare più giusto.

È una sfida dal richiamo irresistibile per un pezzo di sinistra italiana, nella quale riversare il proprio genetico essere “anti“. Anti Renzi, il presidente del Consiglio cattivo che lo vuole rimuovere, Anti Partito Democratico, che vuole vuol fare fuori il sindaco onesto, anti sistema, perché si sa che a sinistra governare non è una cosa mai tanto piaciuta. E, nello specifico romano, rappresenta anche (non solo, ma anche) un pezzetto di ceto politico che ancora non si rassegna al risultato del congresso del 2013, e al commissariamento di Matteo Orfini, che si pone l’obiettivo di azzerare le bande del Pd romano.

La piazza che oggi inneggia a Marino la conosciamo bene. È quella dei girotondi, quella velleitaria del popolo Viola, quella movimentista che invoca un altro mondo che semplicemente non esiste e che non ha la capacità di costruire.

Ieri è stato il loro giorno di gloria, il giorno in cui – come nell’attimo fuggente – si sale sui banchi, per affermare il proprio disaccordo con la cacciata del professore Keating. Ma poi il professore se ne va, la porta si chiude e torna la realtà. (Eh si, dai banchi prima o poi si dovrà scendere)

Una realta testarda, che torna a riproporre i suoi fatti, le sua solidità.

La realtà dice che il PD che Marino e i suoi fan tanto contestano oggi, con i suoi uomini più potenti – Goffredo Bettini per tutti – ha sostenuto la candidatura del presunto alieno.

La realtà racconta di sondaggi impietosi per l’amministrazione Marino. Sondaggi che riguardano i cittadini romani, non una sparuta minoranza in piazza.

La realtà racconta di un Sindaco che all’inizio del suo mandato ha sbagliato priorità e uomini in giunta. (Ricordate la vicenda dell’assessore al bilancio Morgante?). Di un sindaco incapace di relazionarsi con la propria maggioranza e il proprio partito.

La realtà racconta che il sindaco Marino, che ora arringa la folla manco fosse Che Guevara, non ha la maggioranza in consiglio comunale. Si appresta a ritirare le dimissioni, condannando Roma ad altri venti giorni di pubblico ludibrio, senza poterla governare. Senza avere uno straccio neppure ipotizzabile di maggioranza. Insomma, “muoia Sansone con tutti i filistei” avrebbe detto Marino, ormai totalmente vittima della propria vanità.

In tutto questo ci sarebbe Roma, in cui ancora oggi la Metropolitana B non ne voleva sapere di funzionare. Tra due mesi c’è il giubileo. Ma il Sindaco sembra aver ben chiaro che oggi le sue priorità sono altre: se stesso, per esempio.