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Cara Michela Murgia, una donna che smette di mangiare non lo fa per la taglia 38

Il weekend appena trascorso è stato dominato dalla polemica a mezzo social circa la modella sulla copertina dell’ultimo numero di Marie Claire, e dalla replica della scrittrice sarda Michela Murgia, che ha attaccato la rivista e il suo direttore accusandola di spacciare l’immagine di una «donna emaciata» per una «sana magrezza costituzionale». Il tutto ha riaperto una volta di più l’annoso dibattito sulle “modelle troppo magre che incitano all’anoressia” e sulle “donne che si ammalano per poter rispondere ai canoni di bellezza imposti dal mondo della moda e della società”. Un discorso che, guarda caso, è stato ripreso anche domenica sera a Openspace, culminato con l’indignata uscita di scena della modella “abbastanza magra per sfilare” che ha abbandonato lo studio del talk show di Nadia Toffa perché la sua ambizione era quella di «spandere luce». Evabbé.

Tornano quindi le solite equazioni: modelle = anoressia, taglia 38 = anoressia, e le ragazzine diventano anoressiche perché vedono le modelle magre e vogliono diventare come loro. In quest’ultimo capitolo della polemica, c’è una cosa che non viene mai detta, né da Antonella Antonelli, né da Michela Murgia né da Nadia Toffa: e cioè che l’anoressia e i disturbi alimentari in generale non hanno nulla a che vedere con il sogno di calcare le passerelle. Sarebbe troppo semplice. I disturbi alimentari, invece, sono molto più complicati.

L’anoressia non è la magrezza estrema: le ossa sporgenti e il famoso thigh gap (lo spazio vuoto tra le cosce) sono soltanto le conseguenze esteriori di un comportamento che ha che vedere con la smania di controllare ogni più piccolo aspetto dell’esistenza di una persona. Un controllo totale quanto impossibile – la nostra vita non dipende davvero soltanto da noi, lo sappiamo bene – e che per questo si riversa completamente sulle uniche cose che si possono veramente controllare “per davvero”. Una di queste è il cibo. Una persona malata di anoressia può stare per ore a sentire le suppliche di una madre che la implora di mangiare un piatto di pasta, o i discorsi di un’amica che le dicono che “è tanto bella così com’è», ma non potrà mai essere “obbligata” a mangiare, o a trattenere il cibo che ha appena ingerito. È un modo irrazionale e malato – ma efficentissimo – di controllare la propria vita, sfoderando una volontà di ferro che fa voltare le spalle a un biscotto, anche quando quel biscotto è l’unica cosa che si mangerà nell’intera giornata. E tutto questo è lontano anni luce dal sogno di essere “magre per fare le modelle”, come ha detto Nadia Toffa ieri sera: piuttosto si accosta all’ideale di essere magre e felici, finalmente accettate. E non accettate dal manager delle agenzia di moda: accettate dalle persone di cui si sogna l’amore e, prima ancora, accettate da se stesse.

Quanti chili debba segnare la bilancia per raggiungere la felicità non lo sa nessuno, tanto meno un’anoressica: di certo, chi smette di mangiare non lo fa certo per entrare nella taglia 38. La 38 può essere solo il primo di una lunga serie di obiettivi. Perché quando ci si arriva, alla 38, ci si rende conto che non è ancora abbastanza. Allora l’obiettivo diventa la 36. E quando si entra nella 36 si pensa che si può fare ancora di più, ancora meglio. La modella in copertina è sempre più magra del proprio riflesso nello specchio. Tutte le donne del mondo sono più magre, più belle e più felici del proprio riflesso nello specchio. Allo stesso modo, si può essere anoressiche anche indossando una “sanissima” taglia 44. Non importa se chi la indossa si sta intimamente flagellando da dodici ore per quelle due fette di pane mangiate a pranzo. L’anoressia non è la magrezza. L’anoressia è una malattia che nasce altrove e di cui la magrezza è solo uno dei tanti sintomi  – il più evidente, ma non per questo il più importante – di un disturbo che si protrae nel tempo.

Per cui è inutile stare a parlare di come la taglia 38 sia da anoressiche: si può essere anoressiche anche con un indice di massa corporea sopra i 18,5, che i medici considerano clinicamente “normale”. Così come è inutile dibattere sulle modelle «che mangiano una mela per poter sfilare». Dice bene la modella che domenica sera è uscita dallo studio di Openspace: quello è lavoro, non anoressia. Se ti sta bene lo fai, essendo consapevole dei rischi a cui vai incontro, altrimenti cambi lavoro. Come ha fatto Charli Howard, la quale ha mandato a quel tal paese il mondo della moda perché «non poteva segarsi le ossa» per rispondere ai canoni imposti dalla moda.

A questo punto si potrebbe però obiettare che una ragazzina appena adolescente con il sogno di sfilare non abbia sufficiente esperienza per comprendere questo meccanismo, con il rischio di lasciarsi scivolare in una pericolosa spirale fatta di digiuni e miraggi di diventare bella e famosa come i propri idoli da passerella, costi quel che costi. Ma uno stomaco che brontola è uno stomaco che brontola. Non c’è niente da capire. Lo capisce anche una ragazzina anoressica che non parla con nessuno da settimane, altro che sogni di passerelle, con la differenza che lei, di quello stomaco che brontola, non può più farne a meno per paura di perdere il controllo sulla propria incontrollabile vita.

Piuttosto, sarebbe utile capire quando e dove è successo che il mondo ha deciso che una donna con il corpo da bambina e l’espressione teatralmente e perennemente incazzata sia una bellezza ideale. Ma, del resto, oggi la Venere di Botticelli la chiameremmo curvy.

(Photocredit copertina: Marie Claire, novembre 2015)

 

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