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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 20 febbraio 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

Se fosse una cosa seria e non l’ennesima boutade, almeno potremmo avere finalmente qualcuno contento di come si sta evolvendo la crisi economica in Italia. Lenin, Bertinotti, in parte magari anche Di Pietro. Solo che è lecito chiederselo: quando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiara alla stampa che “E‘ allo studio un’ipotesi di nazionalizzazione delle banche” (soltanto allo studio, per carità: una mera ipotesi), bisogna prenderlo sul serio o no?

20090217 artefatti Silvio è impazzito, oppure ha bevutoPerché se bisogna prenderlo sul serio è un conto. E allora, diciamo subito che certe cose non si possono dire a mercati aperti, perché – come il premier saprà, essendo anche la sua azienda quotata in Borsa – altrimenti le contrattazioni potrebbero risentirne. Il mondo della finanza sa che le nostre banche (anche le più grandi) hanno tutte qualche problema dal punto di vista della solidità, chi per un motivo chi per un altro. E hanno coefficienti di core tier 1 inferiori rispetto ad alcune delle concorrenti straniere. Ora, ufficialmente è tutto comunque sotto controllo, ma se Berlusconi se ne esce con un’”ipotesi di nazionalizzazione“, chi sta sui mercati (e pensa che i presidenti del Consiglio non parlino a vanvera) è portato a credere che invece qualche problema potrebbe anche esserci. Con uno dei grandissimi istituti, o con un medio-grande che ha provato a crescere un po’ troppo, o – perché no – con un medio-piccolo che potrebbe aver fatto male i suoi conti. E a quel punto, chi sta sui mercati potrebbe anche decidere di vendere le sue azioni in portafogli. Creando un effetto a cascata sul flottante, di quelli che abbiamo già visto in questa crisi, con grandi volumi scambiati in periodi ristretti di tempo. Anche sospetti, in taluni casi. Ma in questo sarebbero ampiamente giustificati.

Sarebbe un piccolo disastro. Ma certo, se fosse vero che una banca italiana sta per essere nazionalizzata (e consideriamo che ha parlato un presidente del Consiglio, quindi per antonomasia una fonte ufficiale), sempre meglio sapere, visto che stiamo parlando di un’emergenza finanziaria di primissimo livello. Nella quale, a seconda delle condizioni, è giusto dare una risposta forte. Proprio l’altroieri l’Abi ha giudicato positivamente i bond del Tesoro che giacciono già da un po’ a via XX Settembre, dove ufficialmente nessuno li ha ancora richiesti. “I prestiti che saranno sottoscritti dal ministero dell’Economia potranno migliorare il coefficiente di patrimonializzazione al quale il mercato guarda con maggiore attenzione“, diceva il Sole 24 Ore. Quindi, si agisca visto che non c’è tempo da perdere. In fretta: dopo le parole ci vogliono i fatti. Anzi, in questi casi di solito prima si agisce e poi si dichiara. E si spiega perché si è fatto quello che si è fatto. Sempre allo scopo di non peggiorare le situazioni.

Se invece non si dovesse prenderlo sul serio, allora si potrebbe anche scherzarci su. E paragonare l’uscita di Berlusconi a una soluzione un po’ leninista, anche se in sedicesimo (visto che parliamo di periodi storici e contesti economici molto differenti, solo per questo: niente ironia, giuro!). “Ci sono diverse ipotesi sul tavolo e una che potrebbe proprio contro l’idea del capitalismo”, ha aggiunto ieri Silvio: per fortuna che se ne rende conto da solo. E si rende conto che finora ai banchieri ed ai loro rappresentanti era stato detto tutt’altro: che l’entrata del Tesoro negli istituti di credito sarebbe stata temporanea, programmata per durare tre anni (altrimenti si sarebbe dovuto pagare un premio di rimborso, oltre all’interesse del 7,5-8% nel triennio). Nessuno li aveva avvertiti che si parlava di “nazionalizzazione”, il che vuol dire qualcosa di diverso: che lo Stato si può arrogare il diritto di decidere in prima persona (non in compartecipazione con altri, ma in prima persona) su manager e componenti dei consigli d’amministrazione di aziende (prima) private. La qual cosa può far piacere ad alcuni, dispiacere ad altri. E pensare male quasi tutti. Insomma, non c’è da confondere un intervento sotto forma di prestito con una vera e propria nazionalizzazione. Sono due cose troppo diverse, per scambiarle, a meno che non si scherzi. O non si sia lì per fare intrattenimento. Perché dire brutte parole come aggiotaggio o abigeato? Non è il caso, visto che si stava celiando. Si parlava così, tanto per dire. Giusto per riempire il vuoto e il silenzio imbarazzante delle conferenze stampa, quando non sai mai di che parlare. Ci si stava trastullando, era una pour parler, è soltanto allo studio. Si giocava. Sulla pelle di un’economia che non ha ancora compreso di che morte deve morire. E infatti, bastano pochi minuti e arriva il chiarimento di prammatica: “Non riguarda le banche italiane, ma si tratta di una delle tante proposte sul tavolo del G8“. Così intanto l’abbiamo buttata lì, e poi abbiamo fatto un mezzo passo indietro. Saranno contenti i banchieri internazionali, a questo punto: praticamente il premier di un paese estero gli ha appena annunciato che stanno per prendere la sua banca. Come lo sapesse, non si sa: forse quel chiacchierone di Gordon Brown si sarà fatto uscire qualcosa. 

Ma il brutto è che non si capisce quale delle due ipotesi (prenderlo sul serio o meno) sia la peggiore.

(Vignetta di Artefatti)

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