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Ignazio Marino, la versione di Goffredo Bettini lo “smemorato”

Goffredo Bettini, che fine ha fatto? E’ la domanda che ha posto sul Foglio di ieri Mario Sechi, chiedendo al “kingmaker”, al “padre nobile” della candidatura al Campidoglio di Ignazio Marino: perché tutti si sono, o si sarebbero, dimenticati di come quella candidatura era iniziata? Perché nessuno chiede conto al grande tessitore della politica romana, il vero inventore del “modello Roma”, il fondatore nemmeno troppo oscuro dell’Auditorium e della festa del Cinema di Roma? Perché Goffredo Bettini lascia “orfano” la sua più recente creatura politica?

IGNAZIO MARINO, LA VERSIONE DI GOFFREDO BETTINI

Il racconto di Mario Sechi parte molto da lontano, dalla giovinezza di Goffredo Bettini alla FGCI romana, una storia politica percorsa sempre sottotraccia ma sempre al centro delle alchimie politiche della sinistra capitolina; “colto, circondato di libri, attento alle date e alle lezioni della storia, dolce e furioso nei dibattiti, Bettini a Roma è stato quello che poteva diventare Bettini: primo. Cominciò nel 1977 con la guida della Fgci romana e fu sempre il segretario di tutto, giovani e vecchi comunisti, post-comunisti, democratici, musicanti e cinematografari. Fu (è) una potenza Capitale. Ha celebrato matrimoni e funerali politici. Ebbe il grande merito di aprire la stagione di Francesco Rutelli sindaco, ha avuto il grande demerito di consegnare Roma a Ignazio Marino“, è la descrizione che Sechi fa di Bettini: perché non prende posizione, non rende conto, chiede Sechi, dell’operazione politica che ha costruito in prima persona per il Campidoglio?

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Bettini, scrivendo al Foglio, non si sottrae alla risposta sostenendo che il suo ruolo nella vicenda Marino sarebbe tutt’altro che caduto nell’oblio: Sono innumerevoli i commentatori, i politici e i giornalisti che lo ricordano in continuazione. E poi: non c’è persona da me incontrata anche per caso, che non mi dica, qualche volta con sguardo pietoso: “Va bene tutto; ma Marino!”. Dunque tutti sanno del ruolo che ho svolto. E io ho assunto le mie responsabilità. Non ho mai negato nulla. Solo una volta mi sono permesso di dire che non ero solo nella scelta e che non vi è stata alcuna imposizione; in quanto Marino ha stravinto le primarie del centrosinistra e, soprattutto, ha stravinto le elezioni, con un consenso del 63,93 per cento dei romani”, scrive Bettini, sostenendo che al di là del suo coinvolgimento, “l’operazione Marino” sarebbe stata benedetta dal consenso popolare.  E inoltre, continua Bettini, dopo le dimissioni del chirurgo, al di là degli errori, si sarebbe scatenata contro l’ex primo cittadino una campagna giudicata sproporzionata. 

C’è qualcosa che va oltre la politica. In molti, forse, si può notare una sorta di rabbia e di odio persino antropologico contro una personalità comunque diversa, fuori dagli schemi, imprevedibile, solitaria, colta, più precisamente sapiente, indifferente ai sentimenti, piegati a una razionalità un po’ astratta. La conclusione della sua esperienza è comunque traumatica. Quindi, errori ne ha commessi. Ma egli paga anche aspetti del suo carattere che fanno a pugni con un senso comune accomodante e volgare diffuso nella città. E che la sinistra migliore ha sempre cercato di combattere. Questo surplus di veleno, lo trovo molto fastidioso e ingiusto e suscita in me solidarietà umana e rispetto

Il racconto di come nacque la candidatura di Marino parte dal collasso del centrosinistra davanti all’avanzata di Gianni Alemanno: in un quadro in cui il Pd e gli alleati a Roma sembravano privi di una proposta politica credibile, fu proprio il nome di Marino, in effetti proposto da Bettini, a sbloccare il quadro.

Marino l’ho conosciuto prima delle elezioni per il Parlamento del 2006. Ero presidente dell’Auditorium e lì mi venne a trovare, mandatomi da D’Alema. Ero stato indicato come capolista al Senato e Marino doveva essere candidato come insigne rappresentante della società civile, chirurgo molto noto che aveva lavorato in America. Fu, dopo, un bravo senatore. Tra noi non nacque mai una amicizia personale; si stabilì, invece, una reciproca stima politica. Fatto sta, che alle primarie per il segretario nazionale del Pd, dopo le “sciagurate” dimissioni di Veltroni e la mia rinuncia a ogni incarico politico e istituzionale, non da solo, proposi Marino, in competizione con altri candidati che secondo me si erano allontanati dall’ispirazione iniziale del Pd, a cui tanto aveva lavorato. Il risultato fu discreto, ma soprattutto prese allora avvio la riflessione su “campo democratico”, il mio progetto politico di cui parla Sechi. Dopo quelle primarie per lunghi anni ho vissuto una totale solitudine. Ho scritto libri e mi sono occupato di cinema in Asia. (…) Perché venni ricoinvolto sulla scelta del sindaco di Roma? Perché, dopo la decisione di mandare Zingaretti alla regione (con il suo totale consenso e che io condivisi, anche se con preoccupazione) si aprì un vuoto nella battaglia per il Campidoglio e si chiese anche il mio aiuto per risolvere il difficile passaggio. Per settimane girarono nomi, e non si decise nulla. Non mi fissai, come qualcuno sostiene, su Marino. Di fronte alla indisponibilità di altre candidature naturali e forti (Andrea Riccardi, Fabrizio Barca, Enrico Gasbarra, etc., anche da me personalmente sollecitate) sostenni che Marino, tra quelle rimaste in campo, era la più competitiva, e per molti aspetti politicamente la più adatta. Avevamo allora il terrore del voto ai 5 stelle e soprattutto per me, era essenziale marcare una discontinuità non solo nei confronti di Alemanno, ma del nostro consociativismo in Campidoglio.

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Molte le rivelazioni di Bettini in questi passaggi, note agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico: i nomi sondati per cercare di battere Gianni Alemanno e che vennero vagliati prima di virare su quello del chirurgo, le paure del centrosinistra in quella fase, la conferma di come fu il Partito Democratico del Lazio a chiedere il dirottamento di Zingaretti dal Comune alla Regione Lazio. Dopo la candidatura e la vittoria di Marino, spiega Bettini, lui uscì di scena.

Dopo la sua elezione, come avevo da subito dichiarato, non sono più minimamente intervenuto in alcuna scelta amministrativa e in qualsivoglia nomina di governo o di azienda. Non sono stato mai in Campidoglio. Ho parlato con il sindaco, in più di due anni, tre o quattro volte a casa mia, quando egli ha avvertito l’esigenza di un consiglio. Qualche volta ha tenuto conto di ciò che gli dicevo, qualche volta no. Dopo Mafia Capitale, gli ho consigliato pubblicamente di dimettersi per poi ripresentarsi. Sarebbe stato lui a mandare a casa un sistema corrotto e anche a evitare uno stillicidio drammatico per la città. Non sono stato ascoltato. Ho pagato i miei prezzi e non me ne lamento; perché pago anche il maledetto vizio di amare la politica al punto di dire sempre la mia, anche quando il silenzio paludato o furbesco sarebbe più consigliabile per se stessi. Sul futuro di Roma ho le mie idee, ma non le dico nemmeno sotto tortura perché sennò ricomincia tutto daccapo; ho già dato a questa città.

Fu Marino, come si legge, a cercare Bettini in un paio di occasioni per avere dei consigli. Il giudizio di Bettini, che fu il principale sostenitore dell’esperienza Marino, è grigio tendente al nero: “ Ho creduto in Marino, ho spiegato il perché; mi assumo la mia parte di responsabilità per quella scelta. E per le sue conseguenze. Credo, però, sia giusto fare un bilancio, tra qualche tempo, più equilibrato. Tenendo, comunque, conto della tempesta che il sindaco ha dovuto attraversare con Mafia Capitale.”

Copertina: AnsaFoto