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Stadio della Roma, Cattoi: «Senza Marino grandi passi indietro»

Cosa sarà di Roma dopo le dimissioni di Ignazio Marino? Che fine faranno le linee guida e i progetti avallati dalla giunta del sindaco chirurgo? Quanti e quali rallenteranno o verranno addirittura stoppati? Alessandra Cattoi, assessora al Patrimonio, stretta collaboratrice e amica del primo cittadino, non ha dubbi: «Ci saranno grandi passi indietro per lo stadio della Roma e il ponte dei congressi. Forse anche sulla cultura» afferma al Messaggero, intervistata da Simone Canettieri. Con l’addio di Marino l’impianto di Tor di Valle, voluto dalla proprietà americana e in attesa di passare al vaglio della Regione Lazio dopo la delibera del Comune che ne ha attestato l’utilità pubblica, subirebbe così una grossa frenata. Le parole della Cattoi giungono dopo che ieri la Procura aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta, partita dopo gli esposti presentati dal Movimento 5 Stelle e dal comitato dei residenti, circa le presunte cubature fuori norma e il rischio idrogeologico.

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L’assessora nell’intervista si sofferma poi sui motivi per cui Marino ha deciso di presentare le dimissioni:

«Ignazio ha interrotto la sua esperienza per un motivo politico. […] Il Pd romano non ha mai tollerato Ignazio. Poi, dopo Mafia Capitale, è iniziato un lavoro parallelo tra noi e Orfini. Il problema è stato altrove»

Con Renzi?
«Sì, con lui e con un gruppo dirigente più ampio del Pd. Non ci sono stati rapporti diretti, l’informazione è passata solo per i giornali»

Sulle cene di rappresentanza e gli scontrini Cattoi qualcosa ammette:

«Non lo so, forse può aver fatto qualche errore. Lei si ricorda con chi è andato a cena il 26 dicembre del 2013?»

Infine circa le prossime mosse del sindaco dimissionario e sulla possibilità che possa di nuovo correre per lo scranno più alto del Campidoglio è più categorica:

«Escludo che si ricandidi con una sua lista civica perché non è una persona che sta in politica per opportunismo o per dare fastidio agli altri»

Quindi primarie del Pd?
«Non credo nemmeno a questo».

 

Photocredit copertina ANSA/GIORGIO ONORATI