Paolo Romani contro Paolo Romani: «È una grande riforma». Anzi, no

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«Questa non è una riforma lontana dai cittadini. Avrà effetti concreti sulla quotidianità di famiglie e aziende in termini di maggiore efficienza delle istituzioni, di certezza dei processi autorizzativi, di rapidità legislativa. Avremo uno Stato più moderno per un Paese che non rincorre più il passato, ma che può finalmente progettare il futuro».

Questo non è il commento di Matteo Renzi all’approvazione della riforma del Senato, e non si tratta nemmeno delle parole del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. E sia chiaro: il virgolettato non appartiene neanche ad alleati del Pd come il ministro dell’Interno Angelino Alfano o l’ex ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello. Tutt’altro. La dichiarazione (che risale all’8 agosto 2014, il giorno del primo via libera a Palazzo Madama al ddl costituzionale) appartiene ad uno dei più convinti oppositori del testo passato a Palazzo Madama, il capogruppo di Forza Italia Paolo Romani.

La storia della riforma che tanto divide i partiti è anche questo, la storia di posizioni politiche riviste, modificate, stravolte: di parlamentari contrari che diventano favorevoli e di altri che da favorevoli diventano contrari. E quello del senatore azzurro Romani rappresenta certamente uno dei casi più emblematici. «Non è una bella giornata per la storia della Repubblica. Doveva essere una grande riforma, sarà solo una grossa riforma», ha detto ieri il capogruppo di Forza Italia in Aula annunciando la non partecipazione al voto degli azzurri. Insieme «alla legge elettorale – ha spiegato – si istituzionalizza che chi ha il consenso di un sesto degli italiani può cambiare il Paese ed eleggere da solo il Capo dello Stato. Quello che è in atto è una progressiva delegittimazione delle istituzioni democratiche».

 

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Perplessità legittime, ovviamente. Ma probabilmente insufficienti per giustificare un così drastico cambio di posizione. Romani, passato dall’essere fortemente soddisfatto a fortemente insoddisfatto, lega la retromarcia di questi mesi all’approvazione della riforma del voto, alle nuove norme che assegnano alla lista che vince le elezioni politiche una larga maggioranza parlamentare. Il ddl Boschi e l’Italicum insieme – è il ragionamento suo e del suo gruppo – rischiano di consegnare nelle mani di un solo partito un potere troppo ampio e senza contrappesi. Lo sostengono in molti, in verità. Ma andrebbe ricordato che quando 14 mesi fa la riforma del Senato otteneva a Palazzo Madama il primo via libera (e le nette parole di approvazione di Romani) il partito di Berlusconi aveva già detto sì alla Camera in prima lettura alla riforma elettorale che introduceva un ampio premio di maggioranza alla prima coalizione. E pochi mesi più tardi sarebbe stato lo stesso partito di Berlusconi a fornire (al Senato) i voti decisivi (la sinistra Pd si sarebbe dissociata) per trasferire il premio di maggioranza dalla prima coalizione alla prima lista. Quell’8 agosto 2014 in Aula al Senato Romani spiegava (senza tirare in ballo l’Italicum):

«Abbiamo finalmente superato il bicameralismo, delineando un assetto parlamentare e un procedimento legislativo più snello, con una netta distinzione di ruoli e funzioni fra le due Camere. Il Senato risponderà a quel ruolo di rappresentanza delle istituzioni e delle autonomie locali, di radicamento del Parlamento nazionale sul territorio italiano. La Camera dei deputati potrà essere più rapida ed efficiente nel legiferare in un mondo sempre in evoluzione e sempre più veloce. Abbiamo finalmente corretto le storture di un Titolo V pasticciato da un’improvvida riforma voluta dalla sinistra nel 2001. Abbiamo redistribuito in maniera chiara e distinta, senza più sovrapposizioni e aree grigie, le funzioni attribuite fra Stato e Regioni».

E ancora:

«Avremmo voluto fare di più, non v’è dubbio: avremmo voluto cambiare la forma di Governo, rafforzando i poteri del Premier o rendendo diretta l’elezione del Capo dello Stato perché fosse più diretto il rapporto fra cittadini e politica».

Alcune domande ora nascono spontanee. Berlusconi ha detto sì all’Italicum e all’Italicum 2.0 solo perché aveva ricevuto garanzie su un successivo cambiamento del ddl Boschi? Forza Italia pensava che Renzi avrebbe concesso delle modifiche richieste alla riforma del Senato? Il partito del Cavaliere ha cominciato a manifestare contrarietà alle riforme (ddl Boschi e Italicum) solo per la mancata elezione di un presidente della Repubblica gradito? O ha semplicemente cambiato idea su entrambe? La risposta non è chiara. Ma è chiaro che un errore, quello della svolta grossolana, c’è stato al di là di tutto, indipendentemente da quale sia la risposta esatta e indipendentemente dalla bontà o meno delle argomentazioni espresse oggi sulle riforme (non stiamo discutendo di quello). Con la sua retromarcia Forza Italia è apparsa troppo ondivaga e ha finito per rafforzare il premier e il Pd. Gli azzurri prima si sono avvicinati alla destra più radicale, quella di Salvini e Meloni, poi hanno subìto lo strappo dei verdiniani. E non occupano più oggi lo spazio politico che spetterebbe ad una forza di governo. In fondo era lo stesso Romani a stigmatizzare l’Aventino e promuovere le larghe intese, ancora nella dichiarazione di voto del 2014:

«Abbiamo deciso di sostenere con pari dignità e responsabilità le riforme proposte dal Governo, come solo una forza matura e consapevole è in grado di fare. È questa determinazione che ci ha permesso di riconoscere, apprezzare e affermare quei principi che fanno dell’attuale riforma la naturale evoluzione di quella avviata dal Governo Berlusconi nel 2005».

E non solo:

«Questa riforma porta due firme, quella di Matteo Renzi e quella di Silvio Berlusconi. Senza la capacità di dialogo, di condiviso senso delle istituzioni, di legittimazione reciproca tra i leader della maggioranza e dell’opposizione non sarebbe stato possibile arrivare qui oggi».

Una valutazione, quest’ultima, troppo avventata.

(Foto di copertina: Ansa / Maurizio Brambatti)

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