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Dimissioni Ignazio Marino, gli otto mesi di passione del Pd Roma

Dimissioni Ignazio Marino, gli otto mesi di passione sono quelli che il Partito Democratico romano ha messo in conto dopo aver staccato la spina al sindaco-chirurgo: “Abbiamo ritenuto”, ci dice una fonte dem molto qualificata all’ingresso di Viale del Nazareno, sede centrale del Pd Roma, “che questo potesse essere un tempo ragionevole per ricostruire un rapporto di fiducia con la città”. Rapporto di fiducia che si è interrotto fra il sindaco, il partito e la cittadinanza in un cortocircuito che a partire dal viaggio in America dell’ex-sindaco, fino allo scandalo degli scontrini, ha fatto precipitare la situazione all’ombra del Campidoglio.

DIMISSIONI IGNAZIO MARINO, GLI OTTO MESI DI PASSIONE DEL PD ROMA

Dentro la sede nazionale del Partito Democratico, prima i consiglieri e poi i presidenti di municipio e i commissari del tesseramento municipale discutono con Matteo Orfini, presidente nazionale Pd e commissario del partito a Roma; alla spicciolata escono, gli esponenti dem in Aula Giulio Cesare, visibilmente provati, e non nascondono le lacrime: “Non credo ci sia null’altro da dire”, dice un esponente di rilievo. Poco dopo saranno annunciate le dimissioni del sindaco, anticipate da un colloquio avuto con gli assessori al Bilancio ed ex-vicesindaco Marco Causi e quello alla Legalità, il magistrato Alfonso Sabella. Una lettera, e videolettera di Ignazio Marino ai romani dettaglia i motivi della scelta: non per la questione degli scontrini, dice il sindaco, ma per verificare se sussistono ancora gli elementi di fiducia con la città necessari a portare avanti l’azione amministrativa.

Mi dimetto. Dal lavoro fatto in questi anni passa il futuro di Roma. Una città che abbiamo liberato dal malaffare e dalla corruzione.

Posted by Ignazio Marino on Giovedì 8 ottobre 2015

Lascia aperta la porta ad un ritorno entro i 20 giorni che da legge gli sono consentiti per ritirare le dimissioni, il sindaco dimissionario, che sembra così sfidare il Partito Democratico e la sua maggioranza; di tutt’altro avviso, fin dal primo pomeriggio, esponenti del Campidoglio, quadri territoriali del Partito Democratico e della maggioranza di centrosinistra: “Non si torna indietro, escluso nella maniera più assoluta”.

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E sì, dice una fonte interna al gruppo consiliare Pd di massimo livello, la questione degli scontrini conta, e moltissimo: “Abbiamo eletto un sindaco che faceva dell’onestà le sue parole d’ordine, poi salta fuori che ha mentito su una cena all’ambasciata vietnamita, a Sant’Egidio, su una bottiglia di vino. Ai giornalisti che mi chiedevano cosa avessi fatto se fosse saltato fuori che erano effettivamente menzogne, a un certo punto non sapevo proprio cosa rispondere”. E si sfogano, ormai più liberamente, i consiglieri del Partito Democratico: “Sai cosa? Era davvero indifendibile. E distante. Mai un ringraziamento, mai una pacca sulla spalla per un consigliere che si era speso, che aveva fatto una battaglia politica sui temi, che era riuscito a portare a casa un risultato. Sempre sielenzio. Abbiamo fatto quella pagliacciata del team building a inizio della consiliatura, poi il sindaco è sparito, ha smesso di ascoltarci e di ascoltare chiunque. Se avesse dato retta a chi gli diceva di cambiare rotta, ora non saremmo qui”.

 

Già, qui: e qui, dov’è? Non si sa: “Il Partito Democratico è pronto e rimarrà in campo per la città come ha sempre fatto. Questa è la fine di un percorso, ma noi restiamo dove siamo stati in tutti questi mesi, a cambiare la città e a migliorare al nostro interno; consiglio a chi ha distrutto Roma in questi ultimi anni di tacere. Il nome per il dopo Marino? Lo farà il Partito Democratico”, dichiara Luciano Nobili, vicesegretario del Pd Roma. A margine, un democratico molto vicino a Palazzo Chigi mormora: “La verità? Il candidato non c’è”. Il che significa sia che è davvero prematuro parlare del dopo-Marino, sia che la parola ora spetta al governo: “E’ necessario un nome su cui si possa contare, un nome che Palazzo Chigi possa sostenere. Abbiamo il Giubileo, abbiamo i cantieri, c’è da salvare questa città, così non possiamo andare avanti”, è la riflessione che circola fra gli ambienti dei democratici romani. E il ping-pong, certo, è fra i due Matteo: Matteo Renzi, dal quale certamente è partito il semaforo verde per staccare la spina all’esperienza Marino e che, salvo una nota ufficiale del Partito Democratico, non ha ancora detto niente sul caso Roma; e Matteo Orfini, che fino alla fine ha provato a difendere l’esperienza del sindaco-chirurgo, tanto da ipotecare, si riflette ora, persino il suo destino politico personale.

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I retroscena del mattino raccontavano di un premier che avrebbe detto a Orfini: hai voluto salvare Marino, ora cadi con lui. Il quadro, per la verità, sembra più complesso e la linea che si prefigura la illustra un sub-commissario del Pd Roma, che è commissariato, come è noto, e affidato, per ogni municipio, ad un esponente politico di rilievo nazionale: “Noi abbiamo sostenuto il sindaco Ignazio Marino contro Mafia Capitale e sulla sua azione di riforme; oggi il sindaco cade per suoi comportamenti personali. E’ una cosa completamente diversa”. Ecco la strada che Orfini ha indicato, in assemblea, ai consiglieri comunali: sarà garantito che il Partito Democratico romano venga lasciato “fuori dal mucchio”, fuori dalla baronda, tutelato. Si sente di sottoscrivere in questo senso l’ex capogruppo – che non si ricandiderà – Fabrizio Panecaldo: “Questo è un gruppo di consiglieri che ha la dignità e l’onorabilità necessaria per camminare in città a testa alta, perché abbiamo sempre lavorato per una Roma migliore”. Di ipotesi alla lodo-Zingaretti, con la preclusione alla candidatura di tutti i consiglieri della passata stagione, non si parla proprio.

Anche perché, ci dice un esponente “interno” alla macchina del Partito Democratico romano, “c’è qualcosa di cui non vi siete accorti negli ultimi mesi”, e cioè che “Orfini ha fatto e farà sul serio”. Un’operazione di promozione e rinnovamento della classe politica dei democratici, fatta di “valorizzazione di presidenti di municipio, di segretari di circolo, di ricucitura del rapporto con associazioni che sono state storicamente vicino a noi e poi si sono allontanate. Ora, a sostenere questa nuova fase, servirà un candidato di caratura nazionale, un nome assolutamente di altissimo profilo, su cui Renzi dovrà mettere la faccia”. Ultimi ad uscire, i presidenti di municipio, affranti anche loro: tutte e quindici le amministrazioni municipali collasseranno insieme all’entrata in efficacia delle dimissioni di Ignazio Marino, fra venti giorni: “Mi dispiace sopratutto”, dice uno di loro, “per le persone a cui ho chiesto il favore personale di candidarsi. Ora dobbiamo assicurare i servizi sociali essenziali: asili nido e trasporti per i disabili”. Di tutto il resto, candidature e totonomi, “si parlerà poi”.

Foto: Ansa Foto