Suburra recensione
|

SUBURRA | LA RECENSIONE DEL FILM | Stefano Sollima dipinge una Roma perversa e decadente

SUBURRA, IL FILM –

Suburra la recensione
Stefano Sollima, Alessandro Borghi e Greta Scarano

E’ arrivato. Film attesissimo – e prossimamente anche serie tv su Netflix – e capitale, in tutti i sensi. Parliamo di Suburra, di Stefano Sollima, uno che ha riscritto la geografia cinecriminale del paese, che ci ha raccontato mafie capitali e periferiche, che ha risollevato il cinema di genere di cui il padre era un maestro, declinandolo nella modernità della tv statunitense così come nei poliziotteschi rivisti e scorretti di città che odiavano mentre la polizia non poteva sparare, per arrivare alla più nobile tradizione gangsteristica, nostrana, d’oltreoceano ma persino transalpina.

Suburra però è soprattutto un capolavoro a cinque stelle anche se ci racconta, dopo il libro omonimo di Bonini e De Cataldo (ed. Einaudi, leggetelo, non ve ne pentirete), chi ha fatto diventare (e come) Roma la peggiore delle bettole. Non è un film su Mafia Capitale – la realtà ha superato il cinema da un pezzo – ma su ciò che ha permesso che ci arrivassimo. Suburra siamo noi, e fa un male cane.

LEGGI ANCHE: SUBURRA, IL TRAILER

Suburra la recensione
Alessandro Borghi e Claudio Amendola

LEGGI ANCHE: Claudio Amendola prevede un sindaco grillino: «Finiremo per avere cinque stelle»

SUBURRA, LA RECENSIONE –

Roma è in mano al Samurai (Claudio Amendola). Un passato nero, in tutti i sensi, un presente da boss onnipotente. I vecchi sodali sono al posto giusto, oppure lui sa metterceli, dove devono stare.
Malgradi (Pierfrancsco Favino) è un politico di centrodestra tutto sesso (soprattutto con la sua escort preferita, interpretata da Giulia Elettra Gorietti (qui l’escort di lusso Sabrina, faccia d’angelo caduto), droga e soldi troppo facili. Numero 8 (Alessandro Borghi, dopo Caligari è ufficiale: abbiamo un fenomeno e ce ne accorgiamo solo ora) ha ereditato dal padre un racket redditizio, ma ne ha cambiato i metodi. Più efficaci ma anche meno discreti. Tiene solo a due cose: il potere e la sua donna (Greta Scarano, Viola, i suoi occhi, quello sguardo sconfitto, sono il senso del film). Sono tutti pilastri di un’opera che disegnano la follia lucida e implacabile di chi vuole costruire un impero, di chi non ha limiti, di chi piega le leggi, la morale, lo stato e le persone al proprio volere. Montecitorio-Ostia solo andata: da una parte si radunano i politici, spalloni dei boss in giacca e cravatta, capaci solo di ungere ingranaggi ed essere unti, dall’altra gangster dal diverso stile che Roma non vogliono prendersela, ma spolparla, cannibalizzarla. Tra una Las Vegas alla fine della Colombo e una vendetta. E poi ci sono i topi, perché è una Suburra. Personaggi troppo piccoli, alcuni meschini e codardi, che però rischiano di essere sottovalutati. Perché gli imperi, a volte, cadono per un dettaglio. Anzi, gli imperatori, perché c’è sempre un Bruto pronto a colpire.

Suburra la recensione
Giulia Elettra Gorietti e Giacomo Ferrara

Sollima inserisce tutto questo in un affresco cupo e mortalmente vitale, in un western metropolitano in cui Amendola fa, straordinariamente bene (è la sua miglior prova in carriera), un Eastwood “fasciomagliano”, mentre gli altri scavano nel buio della loro coscienza. La fotografia ti rimane attaccata con vibrante angoscia, colori e luci sanno farti sentire addosso sesso, dolore, paura, rabbia. Il montaggio è serrato ma mai eccessivo, tutto ha il suo tempo (e infatti il film dura 130 minuti, ma vi sembreranno pochi) e il suo ritmo, gli attori sono semplicemente perfetti, scelti per fisionomia e talento con una tale aderenza al racconto, da far fatica a staccarsi da questo realismo di genere. E tra gli interpreti, come spesso accade con Sollima, sono addirittura i meno conosciuti, insieme ad Amendola, a dare il meglio, mentre Favino e Germano dall’alto della loro esperienza indossano personaggi scomodi ma necessari. E che brave, ancora, Scarano e Gorietti, le donne, perdenti e perdute, ma non corrotte, nonostante tutto. Capaci di portarci nell’inferno con gli occhi di Alice nel paese in cui le meraviglie sono un ricordo. Oppure sono chimiche.
Nulla, qui, è lasciato al caso, nulla sembra far parte di un cinema italiano che si prende Roma e non rimane in un salotto radical chic di Garbatella e dintorni. Perché a tenere la macchina da presa è un regista che ha riportato in Italia un modo di intendere il cinema, creativamente e produttivamente, che pensavamo di aver perso. E che non a caso fa gola a Netflix.

LEGGI ANCHE: STEFANO SOLLIMA, NON SOLO SUBURRA

Suburra la recensione

Il corto circuito che questo autore – perché lo è, eccome, un autore – crea è incredibile: generazioni diverse di attori che si amalgamamo alla perfezione e gli sceneggiatori de La meglio gioventù (ma anche di Romanzo Criminale) – Rulli e Petraglia – che abbandonano quello stile ottimista e improntato all'”eravamo i migliori, avevamo ragione”, per un cupo de profundis di una civiltà, prossima a un nuovo Medio Evo futuro tutto luci, bingo e casinò. Basato su un “nessuno è innocente, nessuno può salvarsi”. Neanche il Vaticano, perché Sollima non lo ammetterà mai ma a lui più che Carminati l’ha ispirato Francis Ford Coppola con Il Padrino parte III.

LEGGI ANCHE: SUBURRA SARA’ LA PRIMA SERIE ITALIANA PRODOTTA DA NETFLIX

Suburra la recensioneSUBURRA, LE SALE –

Il film uscirà il 14 ottobre, in molte centinaia di sale.

Suburra la recensione
Greta Scarano e Alessandro Borghi