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Sinodo della Famiglia 2015: «Divorziati risposati? La questione è totalmente aperta»

Sinodo della Famiglia 2015: “Divorziati risposati? La questione è totalmente aperta”, dice in conferenza stampa monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio sulle Comunicazioni sociali, rispondendo a domanda diretta dei giornalisti. Testimonianza di una prima giornata di discussioni effettive all’assemblea dei vescovi della cristianità in cui la relazione introduttiva pronunciata dal Cardinale ungherese Peter Erdo è stata messa fortemente in discussione.

SINODO DELLA FAMIGLIA 2015, “DIVORZIATI RISPOSATI? QUESTIONE APERTA”

Sembra che il Sinodo della Famiglia 2015 non abbia intenzione di accontentarsi della relazione introduttiva del cardinale Peter Erdo; un’assemblea che nasce fra alcune significative novità, innanzitutto di metodo, ma come è chiaro, più che mai in Vaticano le questioni di metodo sono questioni di merito. E’ stato ridotto per i padri Sinodali il tempo di parola in plenaria, nelle congregazioni generali, e sono aumentati gli spazi di dibattito nei Circoli Minori; è sparita, inoltre, la relazione di medio termine, o Relatio Post Disceptationem. Innovazioni che, secondo quanto riportato in conferenza stampa, hanno spinto molti Padri Sinodali “sopratutto alla prima esperienza” a porre questioni, diremmo, sull’ordine dei lavori; al che lo stesso Papa Francesco “si è sentito in dovere”, risponde padre Federico Lombardi, “di precisare alcune cose”. Primo: i documenti “ufficiali” del Sinodo della Famiglia 2014 sono tre: i due discorsi, di apertura e di chiusura, di Papa Francesco; e la Relatio Synodi finale, quella votata dai padri in cui non si raggiunse il consenso sui punti più controversi: accoglienza e ruolo delle persone omosessuali nella Chiesa, spinosa questione dei divorziati risposati. Nessun accenno al documento intermedio, la Relatio Post Disceptationem, che venne definita come un “terremoto pastorale”. Secondo: il Pontefice ha chiarito a tutti che la dottrina cattolica sulla indissolubilità del matrimonio non era in discussione l’anno scorso, non lo è quest’anno.

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In discussione lo è, invece, e moltissimo a quanto sembra, la base di lavoro dell’Assemblea di quest’anno, la Relatio iniziale dell’arcivescovo di Budapest Peter Erdo: l’arcivescovo Paul-André Durocher, da poco tempo non più presidente della Conferenza Episcopale Canadese, lo ha detto chiaramente. Il documento di Erdo che, come raccontavamo ieri, sembrava una sorta di pietra tombale su qualsiasi percorso di – cosiddetta – “apertura della Chiesa” alle sfide poste dal mondo moderno, sarebbe da intendersi come solo “una parte” del cammino sinodale, che non esaurisce e non esaurirà la discussione del Sinodo, ha affermato il prelato in conferenza stampa. Secondo l’ordine dei lavori, la discussione doveva procedere in modo ordinato partendo dalle emergenze sociali ed economiche che attanagliano le famiglie nel mondo moderno, ma da quanto viene riferito, i Padri Sinodali stanno procedendo in un dibattito “libero e diversificato”. Il compito della Chiesa è di “accogliere le persone per come sono e di portarle un passo più avanti”, non di discriminarle: e ad esempio, c’è chi ha detto che i gay “non sono da compatire, sono fratelli e sorelle e vicini e colleghi, non sono qualcosa di altro, sono nostra carne e nostro sangue”. Chiaramente torna a venire in rilievo “la questione delle relazioni gay, e di come noi scegliamo di gestire questa faccenda”.

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Toni completamente diversi da quelli di un dibattito chiuso, e infatti, a domanda diretta, monsignor Celli non si tira indietro: “Da un punto di vista pastorale, il tema dei divorziati risposati è aperto, totalmente aperto”. La dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, per la Chiesa, non cambia e non può cambiare; ma la strada stretta, il sentiero, che la Chiesa di Francesco si trova ad esplorare, è quella dello scarto fra dottrina e disciplina. E l’accoglienza dei divorziati nella Chiesa è materia di dottrina (immutabile) o di pratica (duttile)? Risposta: dipende.

L’impressione, quindi, è quella di un dibattito che è davvero appena agli inizi e che non accetterà di essere ridotto a una mera controfirma del documento iniziale elaborato da Erdo; e anzi, voci dall’aula sinodale confermano a Giornalettismo che c’è anche chi si è alzato e ha posto, nell’ambito del calderone delle “questioni metodologiche”, se e quanto ci si potesse allontanare dal testo proposto da Erdo. Tracce di questa bonaria contrapposizione si rintracciano in quanto viene riportato ai giornalisti in Sala Stampa: “Abbiamo ascoltato due ordini di interventi: chi ha rimarcato la profondità e la validità degli insegnamenti della Chiesa, e chi sottolineava come la società sia cambiata radicalmente negli ultimi anni, e come sia possibile per la Chiesa dialogare con questo mondo”, si sente dire in sala stampa.

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Monsignor Durocher – già l’anno scorso figura di spicco nel fronte aperturista – la mette già ancora più netta: “Credo che il testo del cardinale Erdo abbia ribadito in profondità quali siano gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, ora c’è chi si chiede: come possiamo entrare in dialogo, in relazione, su queste basi, con il mondo moderno?”.

“Se il testo di Erdo fosse stato sufficiente, non ne avremmo discusso per tre settimane”, avrebbe detto un padre Sinodale; e ancora, racconta qualche beninformato: “Fonti presenti al Sinodo affermano che una delle domande che molti padri si pongono è: i Circula Minores devono basarsi sull’Instrumentum Laboris del Sinodo, o possiamo considerarlo archiviato e rimpiazzato dal testo di Erdo?”.

In una discussione ancora agli inizi con moltissimi argomenti da sbrogliare, si muove il ruolo di Papa Francesco che stamattina ha atteso i padri sinodali, i partecipanti al Sinodo, con 40 minuti di anticipo per salutarli uno dopo l’altro.

E avrebbe insistito, spiega padre Antonio Spadaro su Twitter, nel chiedere ai padri sinodali di non considerarsi come gli ultimi esponenti di una resistenza assediata dal mondo moderno.

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La giornata si è aperta come di consueto con la messa e l’omelia in Santa Marta, in cui il Papa ha approfondito il passo offerto dalla prima lettura che riportava un episodio dal profeta Giona.

La storia di Geremia e Ninive, annota Francesco, si articola dunque in tre capitoli: il primo “è la resistenza alla missione che il Signore gli affida”; il secondo “è l’obbedienza, e quando si obbedisce si fanno miracoli. L’obbedienza alla volontà di Dio e Ninive si converte”. Nel terzo capitolo, “c’è la resistenza alla misericordia di Dio”: “Quelle parole, ‘Signore, non era forse questo che dicevo quando ero nel mio Paese? Perché Tu sei un Dio misericordioso e pietoso’, e io ho fatto tutto il lavoro di predicare, io ho fatto il mio mestiere ben fatto, e Tu li perdoni? E’ il cuore con quella durezza che non lascia entrare la misericordia di Dio. E’ più importante la mia predica, sono più importanti i miei pensieri, è più importante tutto quell’elenco di comandamenti che devo osservare, tutto, tutto, tutto che la misericordia di Dio”.

Non dobbiamo essere, dice il Papa ai confratelli, “i ministri della rigidità”, ma quelli della misericordia.

L’unica rigidità ammissibile è quella con sé stessi, rincara il cardinale George Alencherry durante la preghiera dell’Ora Terza dedicata al libro di Geremia, è quella con sé stessi. A Geremia sono stati chiesti tre sacrifici: “Non prendere moglie, perché Israele ha rifiutato l’amore di Yahweh; non entrare in una casa dove c’è un funerale, perché Geremia non dovrà mostrare alcun conforto per i morti, perché Yahweh ha perso ogni fiducia nel suo popolo; non andare in una casa dove c’è una festa, perché non c’è nulla da celebrare. Ai pastori della chiesa”, continua Alencherry, “è chiesto nei giorni nostri un ruolo profetico di sofferenza, di svuotamento e di obbedienza”. Parole che arrivano dopo il caso del prelato polacco Krzysztof Charamsa, che ha fatto coming out dichiarando la sua omosessualità.

Copertina: Antonio Spadaro SJ / Twitter

Immagini: Getty Images