|

Tutti gli Schettino della storia dei piloti

Il fenomeno degli Hollywooding disasters e il naufragio del Costa Concordia

Li chiamano “Hollywooding Disasters”: si tratta degli incidenti navali e aerei che accadono perché i piloti fanno un inchino o una virata di troppo. Se queste stupidaggini non causassero vittime il nome farebbe sorridere, purtroppo invece queste sbruffonate sono tutto fuorché divertenti. L’affondamento all’Isola del Giglio ha dei precedenti.

LA NUOVA ZELANDA – In Nuova Zelanda, precisamente a  Marlborough Sounds, il 16 febbraio 1986 la Mikhail Lermontov, una nave da crociera sovietica, ha un incidente sinistramente simile a quello della Concordia. Infatti la nave affonda per un clamoroso errore del capitano Don Jamison, che la fa incagliare sulle rocce perché, senza consultare le carte nautiche, decide, per capriccio, di farla avvicinare pericolosamente al capo. Tra i 740 passeggeri si conteranno un morto e 11 feriti. Non fu possibile recuperare la nave, ma furono impiegati due mesi per raccogliere tutto il carburante contenuto nei serbatoi e scongiurare un disastro naturale. Il relitto della nave ora è meta turistica per i subacquei e, dall’incidente a oggi, tre persone sono morte durante le immersioni.

MONTE EREBO – Sempre in Nuova Zelanda, a una leggerezza del pilota si può ascrivere l’incidente aereo del Volo 901 di Air New Zealand, conosciuto come Mount Erebus Disaster. Il volo partiva da Auckland la mattina e atterrava a Christchurch la sera stessa ed era una “crociera aerea” alla scoperta delle bellezze dell’Antartide, i cui ghiacci potevano essere ammirati dall’alto. Per qualche inspiegabile motivo il capitano Jim Collins, il 28 novembre 1979, decide di cambiare la rotta senza avvisare l’equipaggio. Si abbassa troppo per far vedere meglio ai passeggeri il Monte Erebo, che è il secondo più alto vulcano del Polo Sud, sul quale l’aereo si schianta. Muoiono 237 passeggeri più venti membri dell’equipaggio. Erebo per gli antichi greci era uno dei modi per definire gli Inferi.

FIGLI IN CABINA DI PILOTAGGIO
– Il 23 marzo 1994 il volo 593 della Aeroflot si schianta nei pressi della città russa di Mezhdurechensk. La causa? Un’imperdonabile leggerezza del secondo pilota Yaroslav Kudrinsky. Il figlio sedicenne del pilota in seconda era in cabina di pilotaggio con la sorella dodicenne e chissà perché si trovava ai comandi del velivolo. Per sbaglio il ragazzo disabilita il pilota automatico, nessuno se ne accorge, l’aereo va in stallo e precipita. Il volo trasportava 63 passeggeri più 12 persone di equipaggio. Muoiono tutti. Questi sono solo alcuni degli incidenti provocati dal desiderio del comandante di avvicinarsi di più alla riva, di vedere più da vicino la montagna. Mille volte viene fatto e va tutto bene, alcune volte ci si spinge troppo oltre nella confidenza con il cielo e con il mare, e soprattutto con la roccia. Un istruttore di volo diceva che una delle manovre più pericolose che si possono fare è fare un passaggio radente sulla casa della fidanzata per impressionarla.

LA OCEANOS E IL COMANDANTE IN FUGA – Altro tipo di incidente (una tempesta, ma anche l’incuria e forse una bomba) causò il 4 agosto 1991, al largo delle coste del Sud Africa, l’affondamento della MTS Oceanos, che invece è legata alla Concordia per via del comportamento del comandante. Infatti il capitano Yiannis Avranas, pur essendo evidente che la nave stava affondando, oltretutto in un tratto di mare pericolosissimo, non aveva dato l’allarme. Poi, quando l’acqua aveva cominciato a salire, Avranas se n’era andato con i suoi ufficiali, lasciando passeggeri ed equipaggio a se stessi. In questo caso le operazioni di recupero andarono a buon fine e furono portati in salvo tutti i 571 passeggeri. Anche per merito dell’equipaggio abbandonato al proprio destino fece di tutto per aiutare gli ospiti della nave (com’è peraltro accaduto anche sulla Concordia, i cui passeggeri purtroppo non sono stati tutti altrettanto fortunati). Il capitano Avranas, accusato dai passeggeri, si difese dicendo che se n’era andato per andare a cercare aiuto e per coordinare i soccorsi da un elicottero. E aggiunse: “Una volta dato l’ordine di abbandonare la nave, non importa quando me ne vado io. L’ordine vale per tutti. Se qualcuno vuole restare, può restare.” Ci vuole davvero del coraggio per dire certe cose. Chissà se il capitano Schettino condivide questa affermazione.