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Atac Roma: i numeri del disastro. Orfini: “Il Pd che gestisce le municipalizzate non tornerà”

Atac Roma, è caos: i numeri del disastro li consegna l’opposizione in Consiglio Comunale di Roma Capitale; tutti gli indici in calo: bigliettazione, ricavi, sanzioni escusse ai cittadini e pagamenti delle tariffe per le strisce blu; ancora: chilometri prodotti da autobus,  metropolitane e ferrovie in concessione, guasti sulle vetture, soppressioni delle corse. Un quadro non entusiasmante per un’azienda che fra nemmeno due mesi dovrà accogliere l’ondata da milioni di pellegrini per il Giubileo della Misericordia.

ATAC ROMA, E’ CAOS: I NUMERI DEL DISASTRO

“Si tratta di dati ufficiali di Atac”, spiega in conferenza stampa Roberto Cantiani, esponente in Campidoglio per il Popolo della Libertà, “ottenuti grazie ad un nostro accesso agli atti”, protocollato il 1 ottobre 2015 con il quale l’opposizione capitolina ha chiesto la copia del reporting gestionale alla data del 31 luglio 2015. Dati grezzi che la municipalizzata del trasporto pubblico è tenuta a fornire semestralmente all’azionista di riferimento – cioè Roma Capitale – e che l’opposizione in Consiglio Comunale ha lavorato producendo un report che Giornalettismo è in grado di pubblicare.

Molti dei dati riportati dall’opposizione fanno riferimento al recente periodo della storia di Atac, quello dello sciopero bianco dello scorso luglio, in cui la mole dei disservizi ha dato il via – fra le altre cose – ad un’inchiesta che si è conclusa con la sanzione disciplinare per cinquanta degli autisti della municipalizzata, accusati di aver simulato i guasti nell’ambito di una pratica sindacale scorretta. Nondimeno,i numeri sono impietosi: giù la bigliettazione dell’8% anno su anno, giù i km macinati dagli autobus e dalle metropolitane del 5%, a luglio 2015 guasti e corse perse al “43,6%”, soppressioni di corse metroferro in aumento.

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Una situazione davvero complessa: “Siamo appesi alla fortuna”, dichiarava solo pochi giorni fa l’assessore alla mobilità di Roma Capitale, quel Stefano Esposito che ieri ha dovuto chiedere scusa per la bestemmia sfuggitagli in Assemblea Capitolina durante il confronto con Dario Rossin, esponente di Forza Italia in consiglio comunale.

Proprio il nome di Stefano Esposito circola senza freni fra le chat e i discorsi del Partito Democratico romano, e la sua azione politica si inserisce nella partita precongressuale del Pd Roma, ai blocchi di partenza o, per meglio dire, cristallizzata a bagnomaria per chissà quanto tempo. La storia è nota: la firma sulla nomina ad assessore alla Mobilità romana ha ricevuto, al momento del rimpasto di Giunta, più “no grazie” che sì, tanto che alla fine si è dovuto chiedere l’intervento del parlamentare piemontese, “il cavallo pazzo che ci voleva”, per dirla con le parole di un esponente autorevole della maggioranza in consiglio comunale.

stefano esposito

 

L’atteggiamento di Stefano Esposito, parlamentare, esperto di infrastrutture, già commissario del Pd ad Ostia, è lineare e cristallino: mi avete fatto fare l’assessore alla Mobilità, ora si fa come dico io. Certo non sembra avere intenzione, Esposito, di rispondere alle dinamiche non sempre trasparenti della città che governa e sopratutto del partito che esprime: lo si è visto nei rapporti con il direttore generale di Atac, Francesco Micheli, che ha formalizzato le sue dimissioni dopo l’ennesimo scontro con Esposito; si è visto nell’incontro con i ciclisti romani, ai quali Esposito ha detto: “Non un km di pista ciclabile in più”; si è visto nei rapporti con gli esponenti del Partito Democratico romano, sopratutto la “vecchia guardia”,che certo non lo ama. “Scusate, eh”, ci dice un parlamentare Pd romano, figura di spicco del Pd pre-commissariamento, intercettato in Transatlantico: “Ma chi ha detto che arriva Esposito dal nord e decide quello che si fa nella mobilità romana, e decide che non si fanno le piste ciclabili,e decide quello che gli pare? Io sono contrario nel merito delle sue scelte e anche nel merito delle sue decisioni, utilizza toni che peraltro danneggiano Ignazio Marino, di cui io sono un sostenitore”.

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Roma, continua, avrebbe bisogno “di un partito che torna in campo sull’elaborazione politica. Invece siamo qui, persi a discutere di questioni burocratiche”: l’accenno è alla riorganizzazione del Pd Roma, agli accorpamenti dei circoli dopo il ciclone di Mafia Capitale. “Serve un partito in cui Esposito, e tutti gli altri, possano dire la loro, facciano la loro battaglia ma poi si esce con una posizione del Partito che la giunta, che gli iscritti al Pd, sono tenuti a rispettare. La verità”, chiude, “è che la gestione commissariale sta mostrando i suoi limiti. E così l’amministrazione romana è anche più debole di quel che sembra”. E non è un caso che venga chiamato in causa Matteo Orfini, visto che Stefano Esposito è espressione diretta del gruppo che al commissario e presidente del Partito Democratico fa riferimento. Per Orfini, queste, non sono settimane facili: “Ignazio Marino deve continuare a fare il sindaco, meglio di quanto non abbia fatto finora”, ha detto Orfini ad un’intervista al Corriere della Sera: “Ai romani dico che il Pd ha affrontato seriamente i guai al proprio interno e garantirà la soluzione ai problemi di Roma”.

matteo orfini pd roma

 

Il partito, è la garanzia e lo scudo ai guai della capitale, non il sindaco, fa notare Alessandro Capponi sul Corriere della Sera: e ne ha anche per chi ritiene che la gestione della città e delle singole politiche debba avere un’impronta più collegiale (volendo usare un termine buono) o consociativa (scegliendone uno più deteriore): a Giornalettismo, contattato, Matteo Orfini risponde nettamente. ” on c’è più quel partito romano che pensava a “gestire” l’Atac, magari in modo consociativo negli anni di Alemanno. Non c’è più quel partito che non affrontava i nodi strutturali del trasporto pubblico perché farlo avrebbe messo in discussione il bacino delle preferenze di qualche consigliere o parlamentare. Quel partito non c’è più e non tornerà più. Per fortuna (dell’Atac e della città). Quindi il mio collega parlamentare può farsene una ragione”.

Immagini: AnsaFoto