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Cassoni gialli a Roma: “Non vanno veramente in beneficienza”

Rifiuti Roma, Ama multata per la raccolta degli abiti: “Non vanno in beneficienza”. E dietro la sanzione che l’Antitrust ha inflitto alla municipalizzata dell’ambiente e dei rifiuti romani si spalanca un mondo sotto attenzione delle autorità a livello nazionale: quello dei “cassoni gialli” che raccolgono gli abiti usati, che, per tutti i cittadini, vanno in beneficienza e invece prendono destinazioni ignote e non sempre pulite. L’inchiesta è nazionale, ma a Roma assume dimensioni non ignorabili.

LA MULTA AD AMA

Il Messaggero nella cronaca di Roma ci spiega perché questo filone di indagine si intreccia con i fatti di Mafia Capitale.

L’Antitrust ha multato l’Ama di 100 mila euro per pratiche commerciali scorrette. I cassonetti gialli, dove i cittadini vengono invitati a lasciare gli indumenti da buttare, fanno passare un messaggio ingannevole, fanno pensare che quegli abiti andranno in beneficenza. Ma dietro a quella multa, dall’entità tutto sommato non drammatica per una società come Ama, c’è uno scenario molto più oscuro, perché una delle due cooperative a cui era stato assegnato l’incarico di raccogliere gli indumenti è stata coinvolta in Mafia Capitale. Non solo: il business degli abiti usati, in tutto il Paese e non solo a Roma, è al centro di un’inchiesta dell’Antimafia, porta a una famiglia della camorra che controlla un business milionario che poi ricicla il materiale vendendolo nei mercatini, nel Est Europa e in Africa. Una cosa è certa: la beneficenza non passa dai cassonetti gialli, ma secondo l’Antitrust l’Ama non è stata abbastanza chiara nello spiegarlo ai romani.

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Sono in arrivo, sui 1800 bidoni gialli sparsi per la città, gli adesivi che spiegano con maggiore chiarezza ciò che i cittadini devono sapere: che i bidoni gialli non sono uno strumento di beneficienza, e che i vestiti inseriti nei cassoni prendono destinazioni anche commerciali.

Ieri è stata comminata la maxi multa: centomila euro all’Ama perché dalle scritte sugli impianti «si poteva ritenere che la raccolta fosse per fini umanitari, mentre si è accertato l’uso a fini commerciali». E l’Antitrust decide di multare, per altri 110 mila euro, anche le società a cui è appaltato, in forma non onerosa, il servizio: Sol.Co (100 mila euro) e Bastiani (i restanti 10 mila). Proprio Sol.Co è stata coinvolta nell’inchiesta su Mafia Capitale: il presidente Mario Monge a giugno è stato posto agli arresti domiciliari. Come risponde l’Ama? Racconta il presidente Daniele Fortini: «Faremo ricorso al Tar, noi avevamo chiesto alle società che gestivano il servizio di specificare che comunque gli abiti non erano destinati ad opere benefiche»

Dunque, gli abiti vengono raccolti dalle cooperative e, nel sistema delle cooperative si è infiltrato – come è ormai purtroppo appurato – il sistema di Mafia Capitale; e siccome il business della raccolta dei vestiti è un affare di livello nazionale, la partita era davvero ricca: tanto da interessare pezzi della mafia anche “tradizionale”.

Otto mesi fa un’indagine della procura antimafia e della squadra mobile di Roma ha portato all’arresto di quattordici persone per traffico illecito di rifiuti. Gli appalti per la raccolta degli indumenti, che poi venivano rivenduti in Nord Africa ed Est Europa, erano stati vinti anche in Abruzzo e in Campania. Ai vertici dell’organizzazione, secondo la procura, c’è un boss della Camorra, Piero Cozzolino. E il referente, per la spartizione del territorio di Roma tra le cooperative, sarebbe stato proprio Salvatore Buzzi. Fu in quell’occasione che venne anche chiamato in causa Monge, anch’egli come Buzzi impegnato nel reinserimento di ex detenuti nel mondo del lavoro, dirigente della Sol.Co, indagato a gennaio e arrestato a giugno, nella seconda tranche di Mafia Capitale.

Copertina: Wikimedia Commons