L’assedio di Vienna si ripete e Profumo va alla guerra
19/02/2009 - THE ITALIAN JOB – Fra le banche italiane, ad essere particolarmente esposta è Unicredito e proprio attraverso l’Austria. La strategia di [[Alessandro Profumo]] è sempre stata molto attenta all’Europa orientale ed all’ex-URSS: l’obiettivo di divenire la maggior banca universale d’Europa
THE ITALIAN JOB – Fra le banche italiane, ad essere particolarmente esposta è Unicredito e proprio attraverso l’Austria. La strategia di [[Alessandro Profumo]] è sempre stata molto attenta all’Europa orientale ed all’ex-URSS: l’obiettivo di divenire la maggior banca universale d’Europa non poteva, giustamente, passare attraverso semplici aggregazioni, ma anche redditività e tassi di crescita superiori alla media e l’ex Comecon conteneva gli unici “territori vergini” dove realizzare tassi di crescita organica ormai impossibili nei paesi “storici” della UE. La banca di Piazza Cordusio ha di conseguenza acquisito nel 1999 Bank Pekao, uno dei leader di mercato in Polonia e poi volto gli occhi ancora più ad oriente. Anche la fusione-acquisizione con il colosso tedesco HVB era collegata al piano di espansione verso Est. Oltre alla possibilità di acquisire la seconda rete di filiali in Germania, la banca bavarese era infatti proprietaria di Bank Austria Creditanstalt, istituto viennese che aveva puntato molto all’espansione verso l’Europa orientale; l’interesse di Unicredito alla fusione con HVB, nonostante i bilanci di quest’ultima fossero traballanti a causa delle perdite subite nel settore immobiliare e sui prestiti ad alcune grandi aziende tedesche fallite durante i primi anni 2000. La strategia è stata estremamente appagante per alcuni anni, con tassi di crescita e margini di profitto a doppia cifra, nascondendo i rischi derivanti dalla mancata centralizzazione della gestione del rischio che la banca di Piazza Cordusio ha dovuto ritardare a causa delle continue acquisizioni. Negli ultimi mesi, il boom della Nuova Europa è improvvisamente diventato una catastrofe: la produzione industriale nelle nazioni più deboli, come l’Ucraina, è collassata di un terzo; le banche del Kazakistan, parte dell’ex-URSS, sono a rischio di una corsa ai depositi ed in generale le divise delle nazioni non ancora entrate nell’euro hanno sofferto svalutazioni pesantissime. Alcuni analisti temono una débacle paragonabile a quella della crisi asiatica del 1997, secondo le stesse linee: crisi valutaria e spirale di fallimenti e fuga di capitali esteri. L’effetto sulle banche austriache, le più esposte in termini percentuali, è stato devastante: il costo per i CDS, ossia per la protezione dal fallimento, sono esplosi a livelli degni delle banche d’affari americane. Unicredito è molto più grande e diversificata, ma ha comunque visto un aumento dei propri livelli di rischio percepito sul mercato ed i corsi azionari sono andati a picco , con perdite dell’ordine del 30 per cento negli ultimi tre giorni.
MALE O MALISSIMO? – Quanto è grave la situazione? Una replica del 1997 non sembra immediatamente possibile, almeno per le nazioni più prossime al confine europeo,
ma gli stessi fattori che riducono il rischio di una crisi acuta la rendono ancora più drammatica per le banche europee. In Asia la crisi valutaria investì banche ed aziende che si erano indebitate pesantemente in valuta forte, ma che erano di proprietà largamente locale. In Europa, le istituzioni finanziarie a rischio sono solitamente di proprietà di banche “occidentali“, che hanno assunto il rischio di finanziarle; in alcuni casi, quale ad esempio quello di Bank Pekao per Unicredit, la base di depositi domestica è abbastanza grande da aver permesso di raccogliere depositi in Polonia, riducendo i rischi e limitando quindi i trasferimenti di fondi, ma in generale gli impegni sono dell’ordine di centinaia di miliardi di euro: una fonte di generosi guadagni, dato il differenziale fra i tassi pagati ai depositanti in Europa e quelli guadagnati prestando all’Est, ma anche un rischio di cui dovranno ora subire le conseguenze, trasmettendo gli effetti direttamente a bilanci già debilitati da un anno di crisi internazionale. Il problema che emerge è lo stesso delle svalutazioni dei titoli “tossici“: le strategie seguite per aumentare la redditività sono valide, ma vanno perseguite tenendo conto dei rischi in cui si incorre. Il management bancario ha invece distribuito allegramente dividendi e capitale ai propri azionisti senza pensare a costruire riserve adeguate per sopravvivere agli inevitabili periodi difficili in mercati tanto volatili. Gli azionisti si sono dimostrati miopi, accettando gli altissimi rendimenti senza pensare ai rischi ed ora rischiano l’azzeramento del capitale: chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Per gli altri, ci sono le assicurazioni sui depositi e l’amministrazione straordinaria, in teoria. In pratica, temiamo che pagherà come sempre Pantalone.













fantomas penso che tu viva sul pianeta che non c’è a meno che tu non sia uno di quelli che ha la poltrona d’orata sotto il culo (perdonami l’espressione un po’ colorita),il problema vero è che le aziende e specialmente quelle dirette da dirigenti scrupolosi solo per i loro stipendi d’oro si attaccano allo stato nel momento della crisi ma non si decurtano i propri compensi anzi se li aumentano (vedi anche stato) e se proprio vuoi sapere sono un imprenditrice che quando si è trovata in difficoltà non ha potuto ricattare lo stato se no licenzio ma ha limitato il proprio stipendio per far fronte ai debiti fino a quando non li ho ripianati, prova a dirlo a quei dirigenti laureati così intelligenti che prendono fior di milioni di euro all’anno e incentivi e bonus e chi più ne ha più ne metta, x non essere capaci di risolvere, di investire,di tenere a galla l’azienda x cui lavorano. Questo è uno dei fattori scatenanti l’alto costo della manodopera non gli stipendi dei dipendenti che producono e poi ce ne sarebbero ancora di cose da dire ma quando uno parte da un discorso politico, che di politica non se ne fa più dal 1980, xche ora è solo un problema di far quadrare i conti in tutte le cose.
fare di ogni erba un fasico è comodo, ma ingiustificato. Le cause della bolla e della crisi hanno poco a che fare con la liberalizzazione dell’economia, ma con ben altre dinamiche: le economie più ammirate da me e LibertyFirst sono anche quelle che se la stanno cavando e molto probabilmente se la caveranno meglio all’interno dell’Est Europa.
Tralascio la discussione sul fordismo, che evidenzia una certa confusione fra costo del lavoro e stipendio netto. Oltre che una certa ignoranza delel riforme economiche in alcune nazioni dell’Europa Orientale.
Per chi pensa che facico del catastrofismo su Unicredit: rileggersi meglio l’articolo. Quelle sull’orlo dell’abisso sono le banche austriache, Unicredit ha le spalle ababstanza larghe per scamparla molto, molto meglio di loro. Il problema non è la sategia, ch erimane valida, ma la mancanza di disciplina nella sua gestione.