Economia

L’assedio di Vienna si ripete e Profumo va alla guerra

19 febbraio 2009

La grande stampa e le banche centrali si sono svegliate con un interrogativo che corre da mesi nelle sale operative: l’Europa Orientale rischia di scatenare una crisi comparabile a quella asiatica del 1997? E perché una nazione come l’Austria ed una banca come Unicredito rischiano di esserne travolte?

Il detonatore sono stati alcuni studi delle agenzie di rating e la notizia che l’austriaca Raiffeisen International avrebbe licenziato 1.800 dipendenti in Ucraina. La domanda è sorta spontanea: com’è possibile che una sonnolenta cooperativa di casse di risparmio austriache come Raiffeisen debba licenziare milleottocento dipendenti in Ucraina? Ma soprattutto: cosa ci fa una sonnolenta cooperativa di casse di risparmio austriache, con 18mila dipendenti in Ucraina e 60mila in totale nell’Europa dell’Est? I report delle grandi banche ed i dati pubblicati recentemente dalla Banca per i Regolamenti Internazionali hanno cominciato a filtrare verso le prime pagine dei quotidiani finanziari, creando il presupposto per il panico: le pesanti ristrutturazioni in corso evidenziano l’esposizione fuori misura di alcuni sistemi finanziari occidentali verso le economie dell’ex Patto di Varsavia. Sarà la prossima bomba sui bilanci degli istituti di credito dell’Europa Occidentale? Perdite rilevanti si ripercuoterebbero immediatamente in una contrazione del credito domestico, esacerbando ulteriormente la crisi che la UE sta sperimentando. I dati sono inquietanti e le conseguenze saranno gravi soprattutto per le banche austriache e, forse, per una banca italiana: [[Unicredito]].

DAVIDE E GOLIA – Durante gli anni del boom, l’Europa dell’Est è stata la grande speranza per le banche di alcune nazioni “minori“, come l’Austria o la Svezia e per le banche non propriamente all’avanguardia nell’innovazione finanziaria o nei rapporti con la clientela. La rivoluzione tecnologica nel credito, il fiume di liquidità creato dalle banche centrali e la liberalizzazione dei mercati finanziari hanno infatti posto gli istituti di credito di medie dimensioni in una scomodissima posizione: quella del vaso di coccio fra vasi di ferro. In generale, l’ambiente degli ultimi anni ha portato numerosi vantaggi per tutte le banche, soprattutto dal punto di vista dell’accesso a maggiori fonti di liquidità e della possibilità teorica di espandersi in nuovi mercati. Il rovescio della medaglia è stata l’entrata di concorrenti agguerriti e sofisticati in mercati domestici spesso caratterizzati da oligopoli collusivi, ossia da accordi più o meno taciti fra pochi concorrenti legati fra loro. Le banche medie si sono trovate schiacciate fra i colossi domestici o paneuropei, in grado di offrire ai clienti finali una gamma di servizi impossibile da imitare per chi non ne aveva le economie di scala e le banche d’affari (americane ed europee), in grado di proporre credito alle aziende a termini molto favorevoli sfruttando l’allora fiorente mercato delle cartolarizzazioni e dei prestiti sindacati. La quadratura del cerchio, per una banca media, è stata normalmente trovata in una aggregazione con altri istituti, ma in alcuni casi la soluzione è stata più creativa: l’espansione in mercati “emergenti“, dove lo sviluppo del settore finanziario fosse ancora meno avanzato che il proprio, dando la possibilità di esportare i propri servizi e impiegare l’abbondante liquidità fornita dal mercato interbancario in prestiti alle imprese locali, non ancora raggiunte dalle grandi banche.

TERZE VIE – Le tre maggiori banche svedesi si sono concentrate soprattutto sui paesi baltici, dove sono arrivate a controllare il 90 per cento delle attività e delle passività del mercato bancario in nazioni come la Lettonia, trasformandone di fatto il settore finanziario in una appendice del proprio e consegnandoci uno dei migliori siparietti di questa crisi: la conferenza stampa del Primo ministro lettone all’indomani dell’aiuto concesso dal FMI alla quale si è presentato non in compagnia del proprio governo, ma degli amministratori delegati di Nordea, SwedBank e SEB – le tre grandi banche svedesi – che promettevano solennemente di continuare a sostenere il credito. All’espansione diretta ed all’acquisizione di istituti bancari locali vanno aggiunti i prestiti e il supporto forniti alle imprese scandinave impegnate nell’espansione negli stessi mercati. Per esempio il produttore di elettrodomestici Electrolux, generosamente assistito da Nordea e da SEB, banca che appartiene alla stessa famiglia che controlla Electrolux, cioè quei Wallenberg che tengono in mano circa un terzo del PIL del paradiso del socialismo scandinavo. I conflitti di interesse, evidentemente, non sono un’esclusiva nostrana. La ridotta dimensione delle economie baltiche in rapporto a quelle della Scandinavia, tuttavia, ha tuttavia limitato l’esposizione assoluta delle banche svedesi nell’area e quindi il potenziale di contagio. Il discorso vale, ma in scala maggiore, per le banche austriache che si sono espanse soprattutto nei territori dell’ex impero austroungarico: Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, ma anche in Polonia, Romania ed Ucraina. Raiffeisen, Erste e BankAustria, le principali banche austriache, si sono espanse drammaticamente nella regione danubiana ed oltre, sino ad Ucraina e Russia; circa 280 miliardi di euro di capitale e di liquidità, drenata anche dia depositi bancari dei risparmiatori austriaci, sono andati a finanziare l’espansione delle economie dell’Est. Il sistema bancario austriaco è arrivato così ad avere una esposizione pari al 70 per cento del PIL verso le nazioni dell’Europa dell’Est ed ognuna delle banche maggiori vanta crediti netti per decine di miliardi di euro verso debitori residenti nelle nazioni della “nuova Europa“.

12 commenti a L’assedio di Vienna si ripete e Profumo va alla guerra

  1. AG

    Ma le economie dell’Est secondo il nostro Libertyfirst non erano meravigliosamente floride per via che non hanno il CCNL e stipendi da fame?

    Che destino cinico e baro eh?

  2. AG: Se non riesci a tenere a mente più di una variabile economica alla volta non è colpa mia. Mai sentito parlare di eccessi creditizi? :-D

    Gli USA non hanno il CCNL, ma sono anni che dico che hanno una macroeconomia di merda.

    La politica economica ideale è la microeconomia USA con la macroeconomia tedesca, ma nessuno ce l’ha.

  3. AG

    Brrr… che rumore di unghie sugli specchi….

    Non ero io che magnificavo i PIL delle nazioni dell’Est raggiunti grazie alla ultramoderazione sindacale.

    Porcaccia miseria, c’era arrivato quel seminazista di Ford negli anni ’30 a capire che se non paghi i tuoi operai perchè consumino i beni che produci non è che puoi vendere ai marziani.

    L’alternativa è che le persone siano “pagate” dallo stato attraverso la spesa pubblica, esattamente come è successo qui in Italia.

    Per creare domanda si è da sempre ricorsi allo stato cosicchè i profitti rimanessero “privati” mentre i costi fossero spalmati su tutti i contribuenti (cmq in gran parte sempre il lavoro dipendente, cioè i “soliti noti).

    Fra l’altro essendo il deficit statale come un debito a medio-lungo termine gravante su ognuno di noi anche le distinzioni di metodo con i paesi come gli USA e l’UK che hanno invece foraggiato i consumi attraverso l’indebitamento privato (in entrambi i casi ampiamente superiore al PIL) non è che siano così enormi, anzi.

    Il debito pubblico prima o poi si deve convertire in debito privato o riduzione di ricchezza privata (vedi ’92 e le misure di Amato). Il debito privato quando va in default in proporzioni gigantesche deve diventare debito pubblico sennò succede la rivoluzione (vedi USA e UK oggi).

    Quelli che stanno sempre fuori della mischia sono chi ha fatto profitti su profitti vendendo a debito i suoi beni del cazzo senza redistribuire equamente (ed intelligentemente aggiungerei) parte dei profitti al lavoro in modo da evitare tali livelli di indebitamento.

    Ha da tornà Karl Mark, statte accuorto.

  4. http://stefanmikarlsson.blogspot.com/2007/10/baltic-countries-should-drop-euro-peg.html

    Questo tizio scriveva già a Ottobre 2007, poco dopo la crisi dell’interbancario, che i paesi baltici campavano soprattutto di credito fittizio, creato dal pegging all’euro.

    Unghie sugli specchi: la creazione ex nihilo di credito E’ la principale causa dell’instabilità economica da almeno due secoli… se questo è arrampicarsi sugli specchi…

    E lascia perdere le stronzate di Ford, a parte il salario di efficienza, che è una buona teoria, il resto sono minchiate senza alcuna giustificazione teorica.

    “Per creare domanda si è da sempre ricorsi allo stato cosicchè i profitti rimanessero “privati” mentre i costi fossero spalmati su tutti i contribuenti (cmq in gran parte sempre il lavoro dipendente, cioè i “soliti noti).”

    E’ questo il motivo dei nostri problemi… meno stato = più stabilità economica nel medio-lungo termine.

    Ricorda la logica del moral hazard: se intervieni per salvare la gente, la gente farà cazzate perché saprà che verrà salvata, e quindi peggiori la situazione. Commitment is better than discretion…

    Au revoir…

  5. AG

    Negli USA e nell’UK non hanno usato lo stato per drogare i consumi, ma l’indebitamento privato sostenuto da truffe come i titoli dotcom prima e il mercato immobiliare poi.

    Mentre noi ci piangevamo addosso per il nostro debito pubblico pari al 107% del PIL, loro viaggiavano con indebitamenti del settore privato percentualmente ancora più alti.

    Solo che se poi quell’indebitamento va in default perchè non si riesce più ad inventare alcun giochino che lo giustifichi e sostenga deve diventare pubblico perchè va a rischio la coesione sociale di un paese. Vuoi pignorare la casa al 30% dei statunitensi?

    Il problema è la redistribuzione del reddito, siamo tornati ai tempi dell’Aventino. Il capitale ha riottenuto un privilegio di remunerazione (il famoso “valore per gli azionisti”) mentre il lavoro si è riodotto di nuovo a costo. Il problema rimane come fu in passato che un mercato dove la domanda è composta solo di capitalisti è estremamente ridotto. Vuoi arrivare a questo?

    Va benissimo, basta dirlo chiaramente senza tirar fuori paroloni e scuole austriache.

    Ti ricordo che ce lo abbiamo avuto per diversi secoli e non ci si ricorda fosse un periodo di eccezionale prosperità.

  6. AG

    Per essere ancora più chiari è lo steso schema, eterno, di sempre.

    Il capitale per incrementare deve vendere i beni che produce al lavoro, senza però redistribuire gli utili conseguenti. L’effetto è che il lavoro si deve indebitare con il capitale stesso. Ciò nel passato portava il lavoro spesso a perdere la libertà (schiavitù, servitù della gleba) oppure doveva intervenire lo stato con spesa pubblica che, fino all’invenzine del welfare, era il warfare, cioè nuove guerre, incremento conseguente della domanda e conquista “manu militari” di nuovi mercati da sfruttare.

    La logica del branco di pecore che bruca a morte i prati e li lascia incapaci di rigenerarsi.

    Un tentativo di aggiustamento di questo eterno schema fu twntato dopo la seconda guerra mondiale, sia a causa dei disastri da questa prodotti, sia dalla paura del comunismo, col recepimento non estremistico delle idee marxiste da parte dei governi socialdemocratici.

    Adesso siamo tornati indietro di nuov nel tran-tran di sempre. Non mi meraviglierei di qualche altra bella guerra per stimolare domanda. Poveri iraniani!

  7. fantomas

    impara a statte accuorto.. te AG, visto che di comunisti come te ce ne sono sempre di meno per nostra fortuna. Dici un sacco di stronzate celate da una finta conoscenza dei mercati!!! La solita storia delle tesse che pagano i dipendenti: ma nessuno ti ha ancora informato che le famose tasse dei dipendenti le pagano comunque le imprese e che se un operaio che guadagna 1100 euro netti all’azienda costa 2200 ovviamente ciò si ripercuote sulla scarsa penetrazione dei suoi prodotti sul mercato visto l’alto costo della manodopera?? se ci sono paesi come ci sono dove la manodopera costa 1100 ma non netti bensì lordi all’azienda è ovvio che non ci sono CCnl che tengano.. quella azienda è destinata a chiudere i battenti se non va a produrre proprio in quei paesi.
    Il comunismo non è il male del secolo il male del secolo è nei finti paladini della giustizia sociale che vorrebbero gistificare una teoria fallimentare tenendo conto di pochissimi variabili.. insomma una teoria che non sta in piedi.

  8. “Negli USA e nell’UK non hanno usato lo stato per drogare i consumi, ma l’indebitamento privato sostenuto da truffe come i titoli dotcom prima e il mercato immobiliare poi.”

    Certo, infatti Greenspan e Bernanke erano dipendenti di Enron, mica funzionari statali…

    “Vuoi pignorare la casa al 30% dei statunitensi?”

    Intanto di dico come prevenire il problema. Il fatto che oggi sia politicamente difficile aggrava l’idiozia di Bernanke e Greenspan. L’irresponsabilità si paga.

    Ma poi scusa, il tuo ragionamento sembra quasi il “ora la situazione è grave, quindi serve un Fuehrer per rimettere le cose a posto”. Non puoi disfare gli errori del passato: devi tenerteli.

    Semmai, una corretta soluzione non è “continuiamo a pompare merda nel sistema bancario e immobiliare”, ma “diamo un sostegno economico non enorme a chi è in difficoltà, senza eliminare gli incentivi a usare razionalmente le risorse e a impegnarsi”, altrimenti perpetui l problema.

    Sulla domanda e sul capitale dico solo una cosa.

    In un modello di Solow, anche se il modello fa schifo risponde alla tua domanda, in quanto contiene il minimo indispensabile che serve a concettualizzare i tuoi dubbi.

    Il legame tra interesse, risparmio, investimento e domanda complessiva… il resto è teoria errata.

    Non c’è bisogno degli austriaci per capire questo, trattandosi di common knowledge di tutte le scuole marginaliste, mentre indubiamente Solow non è un modelloa deguato per capire crisi economiche e finanziarie.

  9. AG

    Allora cari liberal-liberisti…

    Iniziamo un po’ dalla base.

    In Italia le tasse e i contributi sul lavoro sono comunque pagati dal dipendente ATTRAVERSO l’Impresa che fa solo da esattore.

    Se un dipendente che ha un salario netto di 1100 euro costa all’azienda 2500, se non ci fossero quelle tasse e contributi previdenziali, prenderebbe 2500 euro.

    Poi fa comodo dire che questi soldi li paga l’impresa così che riduzioni del cuneo fiscale vanno a suo vantaggio (altra truffa), ma il soggetto che viene tassato è il lavoratore. L’impresa paga solo una parte dei contributi INPS.

    Arriviamo quindi ai modelli di Solow ecc ecc

    Andiamo nel pratico.

    Azienda di auto che seguendo le miracolose ricette liberal-liberiste paga 1100 euro l’operaio.

    Senza tasse, senza contributi.

    Quindi senza tasse, la sanità se la deve pagare da sé. Idem l’istruzione, se del caso dei figli. Ecc ecc ecc.

    Senza contributi quindi deve sfamare i vecchietti di famiglia e metter da parte qualcosa lui per la sua vecchiaia se ci riesce.

    Con un reddito di 1100 euro così decurtato mi dite quante auto da 15/20.000 euro potrà comprare?

    Io dico nessuna.

    A quel punto una azienda che paga 1100 euro complessivamente un operaio ma non vende che 4-5 auto giusto all’AD e altri sparuti top manager quanto resiste sul mercato?

  10. fabio brescia

    quando la smetteranno di mettere titoli catastrofici a carico di una banca come unicredit
    sarà sempre troppo tardi…
    dopo una vita che si va dicendo che l’est europa è in difficoltà finanziarie ora si scopre l’acqua calda.
    se non vi siete accorti l’islanda è già fallita da un pezzo, non è da ieri che si sa che le imprese italiane sono esposte per 70 miliardi di euro con ucraina, ungheria, bielorussia che hanno già avuto fondi dal fmi per sostenere le loro finanze.
    dire che unicredit potrebbe saltare significa solo o gettare benzina sul fuoco o giocare al ribasso su un titolo perchè si ha interesse che scenda e direi che dati i tempi che viviamo entrambi sono atteggiamenti criminali…
    il resto sono parole vuote perchè non si sa ancora nè quanto tempo durerà questa crisi nè se le misure finora adottate in europa o negli usa saranno sufficienti.
    sul fatto che il conto lo pagherà pantalone (lo stato?, i poveri dipendenti?)
    non credo abbia molte altre soluzioni dato che chi ha fatto sto casino sta andandosene via lautamente pagato dalle banche o contribuisce a risolvere il problema gestendolo come meglio gli riesce.
    l’unica cosa che a me sembra di poter invece aggiungere è che sarebbe ora che le banche facessero le banche e dessero i soldi a chi li può restituire mentre lo stato decidesse le politiche sociali,
    cosa che negli ultimi anni non ha fatto dato che le banche hanno dato soldi anche a chi non aveva le possibilità di restituirli, sostituendosi così allo stato nello svolgere una politica di sostegno sociale alle persone

  11. anco61

    fantomas penso che tu viva sul pianeta che non c’è a meno che tu non sia uno di quelli che ha la poltrona d’orata sotto il culo (perdonami l’espressione un po’ colorita),il problema vero è che le aziende e specialmente quelle dirette da dirigenti scrupolosi solo per i loro stipendi d’oro si attaccano allo stato nel momento della crisi ma non si decurtano i propri compensi anzi se li aumentano (vedi anche stato) e se proprio vuoi sapere sono un imprenditrice che quando si è trovata in difficoltà non ha potuto ricattare lo stato se no licenzio ma ha limitato il proprio stipendio per far fronte ai debiti fino a quando non li ho ripianati, prova a dirlo a quei dirigenti laureati così intelligenti che prendono fior di milioni di euro all’anno e incentivi e bonus e chi più ne ha più ne metta, x non essere capaci di risolvere, di investire,di tenere a galla l’azienda x cui lavorano. Questo è uno dei fattori scatenanti l’alto costo della manodopera non gli stipendi dei dipendenti che producono e poi ce ne sarebbero ancora di cose da dire ma quando uno parte da un discorso politico, che di politica non se ne fa più dal 1980, xche ora è solo un problema di far quadrare i conti in tutte le cose.

  12. fare di ogni erba un fasico è comodo, ma ingiustificato. Le cause della bolla e della crisi hanno poco a che fare con la liberalizzazione dell’economia, ma con ben altre dinamiche: le economie più ammirate da me e LibertyFirst sono anche quelle che se la stanno cavando e molto probabilmente se la caveranno meglio all’interno dell’Est Europa.
    Tralascio la discussione sul fordismo, che evidenzia una certa confusione fra costo del lavoro e stipendio netto. Oltre che una certa ignoranza delel riforme economiche in alcune nazioni dell’Europa Orientale.

    Per chi pensa che facico del catastrofismo su Unicredit: rileggersi meglio l’articolo. Quelle sull’orlo dell’abisso sono le banche austriache, Unicredit ha le spalle ababstanza larghe per scamparla molto, molto meglio di loro. Il problema non è la sategia, ch erimane valida, ma la mancanza di disciplina nella sua gestione.

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