Cultura

Virtual insanity

18 febbraio 2009

Qualunque cosa sia uno scherzo, qualunque differenza abbia col sogno, tutto il contesto complessivamente è noia

Bum. Bum, bum. Bum, bum, bum. All’ultimo piano del Chelsea Cloisters di Londra, viva, vegeta e (quasi) regnante Margareth Thatcher, si sentiva rimbombare quel bum prolungato e a più mani da ore. Forse, giorni. Facciamo minuti va . Buuum. “Eppure è qui dentro”. “Sarà morto o meglio si sarà dimenticato di vivere”. Seppellito dietro quella porta da mesi, Malcom Mc Laren & Sex Pistols avrebbero dovuto trovarci Roger Keith Barrett, per groupies, fanzine ed ex amici Barrett “Syd“, ultimo domicilio conosciuto quella stanza d’albergo. O almeno. Avrebbe dovuto esserci. “Andiamo via, questa è la tua solita mafiata giudaica del cazzo, io me ne vado” alzò la voce il ragazzo dai denti marci e la maglietta “Io odio i Pink Floyd“. Non spostandosi d’un millimetro dal suo mentore e mamma e gatto e la volpe e supercaliframanager dai capelli rossi e l’argento d’argeant negli occhi. “Eppure è qui, m’hanno assicurato, ho corrotto ben bene questi fottuti inglesi di sua maestà, è lì dietro quel pazzo, non può più sfuggirmi!”. E corrotto a sua volta dal sacro furore dell’arte riprese a battere e suonar quella porta come fosse un tamburo punk rock. “Hey, boss, non siamo già abbastanza una truffa per avere bisogno di vecchie glorie ?” riprese il lamento l’ex topo d’appartamento neodivo del riff. “Non parlare, usa piuttosto i tuoi vecchi trucchi per entrare lo stesso, fai presto che il tempo non esiste ma l’arte è danaro“. Non ci fu bisogno di aspettare che quel delinquente riprendesse confidenza col vecchio di tocco. Non ci fu bisogno di aspettare e basta. Al primo rumoreggiare nel chiavistello, la porta si aprì. Era magro, due baffi, ciglioni, in divisa. “Mister Barrett ?” tese una mano ingioiellata ma di rigore butterata alla moda il diavolo rosso. “Barrett is not here”. “Che scemo. Ma non lo vedi che è il maggiordomo ?”.

Gli scocciatori se ne erano andati alla fine. Era bastato poco a Rog Barrett per spaventare quegli spaventapasseri. Due mostrine pompose su una giacca svoltata e messa al contrario coi bottoni disegnati in avanti. Una panciera. Baffi e ciglia finte. Rispondere sempre con aria inglese ed assente a quei giudo-irlandesi che quello non era più lì. Chissà poi dove, su Marte o Nettuno, oh ma certo a Cambridge in cantina da mamma a spaccarsi la testa sotto il soffitto, o a rubare dei tanga o in prigione o in un bosco. Ovunque ma non più nel codesto rispettabile albergo. Naturalmente quell’ebreo col parrucchino da frocio rosso vermiglio, truffatore truffato, avrebbe raccontato ben altro. Ma non erano problemi suoi, e da tempo, dagli anni ’60, verità oggettiva e libera stampa. Ricacciò lo stomaco fuori, via baffi e sopracciglia, a fare la spesa. Giornata pesante. Ma sempre meglio che quell’eterno volare. Prima tappa, gli studios dell’ultimo album. Prima però, liberarsi della zavorra. La roba inutile. C’era quel televisore a colori, ultimo tipo, ancora incartato, da pic nic. Una spesa inutile. Barrett lo scese nella confezione, salutò il portiere e, tra sinistra e destra, si avviò dritto al centro. Quella stanza era piccola e c’era bisogno di spazio, e inoltre ora aveva il grande schermo con tutti ma tutti i colori perché lui, sapete, era questo, un pittore, e solo dei pazzi avrebbero potuto pensare che un pittore ed artista come Roger Keith Barrett potesse tornare a viver a casa. In provincia, con madre. Mettiti questo, mettiti quello, saluta le amiche. Rise di cuore e gettò la tv intonsa ed incellophanata nei rifiuti di Sua Maestà. Presso il cui domicilio, rimase poco. Il portiere di turno del Cloisters, era in voga da anni e a chi andava bene e a chi andava meglio la pesca della posta a quel “pazzo“, presto sarebbe andato in campeggio anche il sabato dell’ Fa Cup.

Studi dell‘Emi, Abbey Road, normale routine londinese, sole e pioggia, vecchi drammi, e ancora i fantasmi nel (bel) mezzo degli anni ’70. Syd Barrett l’ex Floyd aveva ancora qualcosa da dire. Non era esatto. Aveva ancora qualcosa da dare. Come da contratto. E parola di scout. Il terzo album da solo.  Nulla di scritto. Il Testamatta non usava. Un produttore che non produceva, scelto apposta così. Un tecnico suono e missaggio, ci fosse uscito qualcosa da quella speme di nastri a casaccio.

Se oggi è mercoledì, forse viene perché anche se dispari ha saltato il martedì e soprattutto così salta il giovedì”. Previsioni ma non del tempo tanto per cambiare. Barrett arrivò. Cenno col capo. Muto come sempre. A che serviva parlargli e di che, di prospettiva ? Erano solo due impiegati con cartellino. L’unica cosa in comune che avevano in tre era il non voler più stare lì. Il voler andarsene. “Chissà a che cosa starà pensando, ho letto sul Melody Maker che nella testa di Barrett c’è il padre morto che dialoga leggendo l’I-Ching”, “Ancora ? T’ho detto già l’altra volta che ha in corpo l’Lsd di tutti gli anni ’60, perciò ha un buco nero negli occhi, non è fuori di testa. In realtà, lui sta ancora viaggiando”. “Ma quale, quello di Hendrix ?”. Boh, che cosa m’invento per oggi, si gingillava fingendo attenzione ad un punto del pavimento. Potrei inventarmene una nuova, la fuga di Bach dal punto di fuga del pavimento, pop music and free. Yea. Realizzò quanto potesse durare quella trovata e quanto potesse marciarci in attesa che quei due scemi ci capissero tutto mettendoci il proprio. “Ora scommetto che starnutisce, Rolling Stone scrive che è perché ha avuto uno shock emotivo e mentale”: starnutì, in effetti, perché lì dentro per risparmiare faceva freddo e poi perché spesso la notte la sua finestra era aperta per asciugare le tele. Partito: arpeggi di chitarra, brusio, voce in battere, voce in levare. Come quando arrangiava da pittore acustico quegli spenti brani di banale improvvisazione free jazz dei suoi ex colleghi. Alzava ed abbassava il volume a casaccio per mettergli, a quella puzza di chiuso, appunto, le finestre. “Oh mamma, ricominciamo con gli ooh e gli aah, i piano pianissimo e poi gli alto altissimo, ti faccio vedere che ora Testamatta ci riappioppa in mezzo ai gargarismi la lista della spesa”. Si, certo. per non dimenticarsela.

3 commenti a Virtual insanity

  1. free games to play. See emily play.

  2. If I go insane
    please don’t put wires in my brain

  3. martino

    Liberate Syd Ricchiuty dalle grinfie di Gregorj Waters. Vuliss’ ca’ fuss’acca’.

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