La verità sul naufragio del Concordia?
16/01/2012 - Le indagini su quanto accaduto all’isola del Giglio: un gesto di cortesia interno all’equipaggio? Il Corriere della Sera ne è tanto certo da aprire la prima pagina sull’indagine. Nell’articolo di apertura sul naufragio del Costa Concordia il quotidiano diretto da
Le indagini su quanto accaduto all’isola del Giglio: un gesto di cortesia interno all’equipaggio?
Il Corriere della Sera ne è tanto certo da aprire la prima pagina sull’indagine. Nell’articolo di apertura sul naufragio del Costa Concordia il quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli prima racconta e descrive le operazioni di soccorso. E poi passa a discutere sulle ragioni dell’incidente:
«Tutto questo per un favore» dicevano le donne sulla panchina il mattino dopo il naufragio. Adesso si capisce cosa intendevano con quella frase. La Procura è arrivata in fretta alle loro stesse conclusioni. Non è stato neppure un gesto di riguardo per i passeggeri, loro non c’entravano nulla, dagli altoparlanti non è uscito un solo annuncio sul Giglio. È stato un gesto autoreferenziale, l’applicazione di un codice di cortesia interno all’equipaggio. L’imperdonabile leggerezza del comandante, la definizione è di Francesco Varusio, procuratore capo di Grosseto, voleva essere al tempo stesso un omaggio a Mario Palombo, una leggenda tra i comandanti della Costa crociere, e un favore all’unico gigliese a bordo, il capo maitre Antonello Tievoli. «Mai avrei immaginato di sbarcare a casa mia» ha detto ai suoi compaesani che lo hanno soccorso a riva. Ci sono brave persone che diventano vittime inconsapevoli della stupidità degli altri. Venerdì sera: Tievoli, figlio del vecchio parrucchiere del Giglio, ex ristoratore e gestore di un camping, imbarcato dodici anni fa, viene chiamato sul ponte di comando da Schettino e dai suoi attendenti. «Antonello vieni a vedere, che stiamo sopra al tuo Giglio » gli hanno detto.
E la manovra azzardata serviva proprio a questo:
Forse era anche una presa in giro amichevole, perché il capo dei camerieri doveva «scendere» dalla nave la settimana precedente, ma non era arrivato il rimpiazzo ed era dovuto restare a bordo. Lui si è affacciato, ha guardato, ha visto. Non ha ruoli in macchina o in coperta, ma ha gli occhi per guardare. «Attenti, che siamo vicinissimi alla riva» ha detto al comandante. Troppo tardi. Adesso il maitre del Giglio è chiuso in casa, abita lontano dall’isola, e chi ha parlato con lui racconta di un uomo tormentato dai sensi di colpa, per quel gioco non voluto e neppure richiesto che lo ha trasformato in un protagonista a sua insaputa di uno dei più grandi naufragi della storia d’Italia. È già stato sentito dagli ufficiali della Guardia costiera su delega dei pubbliciministeri che conducono l’indagine, dovrà ripetere la sua versione anche ai carabinieri. È un destino e una rabbia che deve condividere con Palombo, l’uomo che fu punto di riferimento per ogni gigliese entrato in Costa crociere. In gergo marinaresco si chiama «inchino», l’avvicinamento a un luogo per fare un piacere o un omaggio a un membro dell’equipaggio. Il vecchio comandante era uno specialista, dicono lo facesse anche quando si avvicinava a Camogli, seppur consapevole del minor trasporto dei liguri per queste cose.
Mai nessuno come i gigliesi, ripeteva:
«Ma io concordavo sempre il passaggio con la Capitaneria di porto», urla al telefono. Non ci sta, a essere citato in una storia disgraziata come questa. In pensione, ma sempre uomo di mare, orgoglioso della propria storia professionale. Fu costretto a lasciare nel 2006. L’infarto lo colpì a bordo, al porto di Napoli un’ambulanza lo portò a sirene spiegate in ospedale per l’intervento al cuore. Non nega la sua amicizia con Tievoli, ma qui si ferma. «Non capisco come sia potuto succedere, cosa è passato per la testa del mio collega. Il permesso della Capitaneria non è necessario. Il comandante fa la rotta che vuole, a bordo è lui il sovrano: ma non accetto di essere tirato in ballo, per nessuna ragione. E lo scriva, la prego: i miei genitori erano del Giglio, ma io sono savonese di nascita». Lo dice con voce strozzata dalla rabbia. Lo dice dalla sua casa di Grosseto, dove trascorre le stagioni fredde. Il destinatario dell’omaggio non era neppure sul posto, il maitre ripete in continuazione che se gliel’avessero detto avrebbe fatto volentieri a meno di quell’inchino. La stupidità umana è come il mare, quando si scatena travolge tutto e tutti.












