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Pensioni, non toccare la Fornero è un bene per i giovani, che il nostro Welfare dimentica

Ci sono molti lavoratori che vorrebbero andare in pensione in anticipo rispetto al limite di età introdotto dalla riforma Fornero. Un’aspettativa legittima e comprensibile, che però non può far dimenticare quanto pesi la previdenza sul sistema Italia, e quante distorsioni provochi questo sbilanciamento del Welfare e della spesa pubblica complessiva. Per una numerosa serie di motivi che sarebbero anche troppo lunghi da elencare, e  ovviamente non tutti da criticare ma solo da prenderne atto con obiettività, il nostro Paese spende troppo in pensioni. Gli assegni di quiescenza pesano sul Pil per circa il 16%, di gran lunga la voce più elevata di spesa della nostra amministrazione pubblica.

In valori assoluti sono 256 miliardi di euro, un numero destinato a crescere al ritmo di circa 5/7 miliardi anno fino al 2019 secondo le stime del Def. Previsioni che potrebbero anche essere ottimistiche, visto che per fortuna l’aspettativa di vita si allunga continuamente. La spesa previdenziale si dimostra incomprimibile, e la Fornero ha avuto il merito di stabilizzarla, ritardando l’uscita dal lavoro ed estendendo il sistema contributivo. Le rigidità sono state eccessive, così come numerosi i problemi, si pensi solo agli esodati, però un intervento di contenimento della nostra spesa in pensioni era ineludibile.

In relazione al Pil solo la Grecia spende di più nell’area euro, e questo squilibrio nel nostro Welfare è colmato da un costo del lavoro molto, troppo elevato. I lavoratori ma sopratutto le aziende italiane versano una delle quote di contributi più alte d’Europa, che si somma a una imposizione sul reddito di lavoro e di imprese già molto elevata. La Fornero ha messo in equilibrio il sistema previdenziale per il prossimo futuro, sostenuto però con una eccessiva pressione fiscale e contributiva sul lavoro. Lo Stato italiano spende di più in pensioni rispetto all’incasso complessivo dell’imposizione diretta (Irpef, Ires e così via) o indiretta (Iva, accise e altre simili imposte). I contributi, già molto elevati, non coprono la spesa previdenziale, e lo Stato può pagare le pensioni, come deve, solo prendendo risorse dalle altre entrate. Un “buco” valutabile in 30, 40 miliardi di euro l’anno, che equivale, più o meno, alla differenza tra il costo del lavoro in Italia e quello nel resto dell’area Ocse. Senza contare un altro numero che evidenzia l’enorme sfida della sostenibilità futura del nostro Welfare. In Italia i pensionati sono oltre 16 milioni, che ricevono i fondi per i loro assegni da poco più di 22 milioni di occupati. Alla luce dell’allungamento della vita, è assolutamente necessario aumentare l’occupazione per far sì che questo sistema, che garantisce solidarietà e coesione alla società, possa essere mantenuto.

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Per i giovani invece l’Italia fa poco, come la nostra generazione ha constatato con durezza negli anni della crisi. Dal 2008 a oggi gli under 34 disoccupati sono aumentati di circa 400 mila unità. Il totale dei NEET, i giovani tra i 18 e i 34 anni che non studiano nè lavorano, è aumentato fino alla cifra, enorme, di quasi 3 milioni e mezzo. La priorità di ogni Governo dovrebbe essere quella dei giovani italiani che si trovano in queste condizioni.

La distruzione di capitale umano che questo dato rappresenta è semplicemente insostenibile, visto quanto lo Stato ha speso per formarli e il futuro buco contributivo che rappresentano. Finora le risorse e i programmi stanziati per affrontare il tema dei NEET sono stati poche e deludenti; si pensi al flop di Garanzia Giovani. Per questo motivo, per quanto sia comprensibile la giusta aspettativa di centinaia di migliaia di lavoratori in attesa della pensione, pensare di aggravare il sistema previdenziale con nuova spesa appare una scelta drammaticamente sbagliata. Il Governo Prodi e il centrosinistra hanno sofferto una rilevante rottura con l’elettorato giovanile quando nel 2006/2008 è stato preferito abbassare l’età di pensionamento invece che affrontare i già diffusi problemi del precariato e della disoccupazione giovanile. Un Governo e una forza progressista come il PD guidato da un quarantenne dovrebbe evitare di replicare un simile errore. Per questo motivo, il rinvio della flessibilità in uscita, per quanto pasticciato e contraddittorio rispetto alle dichiarazioni dei mesi precedenti, va accolto con sollievo, così come l’intenzione di fare un intervento a costo zero. Molto difficile da fare, a meno di estendere l’opzione donna con estensione immediata del contributivo.

Photocredit: ANSA/ ANGELO CARCONI