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Pensioni, potrai andarci in anticipo (anche se non hai il lavoro)?

Pensioni, potrai andarci in anticipo anche se non hai il lavoro? Il governo studia, fra i dossier in discussione per questo autunno, quello della riforma previdenziale: sono almeno due le soluzioni sul tavolo per introdurre elementi di flessibilità nel sistema, il che vuol dire poi la possibilità di andare in pensione in anticipo in cambio, chiaramente, di una decurtazione all’assegno pensionistico. Si riflette anche sulla conversione degli strumenti di sostegno al reddito in assegni pensionistici, una strada che potrebbe sgravare, e di molto, il peso sulle casse dello Stato.

PENSIONI, POTRAI ANDARCI IN ANTICIPO (ANCHE SE NON HAI IL LAVORO)?

Il Messaggero in edicola oggi con Andrea Bassi fa il punto sui progetti allo studio dell’esecutivo di Matteo Renzi, che ha una prima bussola nell’esigenza, chiaramente tenuta presente: qualsiasi riforma deve essere a costo zero per lo stato.

L’introduzione di un principio di flessibilità», spiega Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Welfare e presidente del comitato scientifico di Itinerari previdenziali, «ha un costo iniziale dovuto al fatto che l’Inps deve pagare un numero di pensioni maggiori. Ma essendo queste pensioni di importo minore», aggiunge, «nel tempo quell’anticipo sarà recuperato». Il problema, insomma, è proprio come finanziare questa fase iniziale. Sul tavolo del governo si fronteggiano sostanzialmente due proposte.

La prima è quella del presidente della commissione Lavoro al Senato, Cesare Damiano, e del sottosegretario Pierpaolo Baretta.

Questa proposta prevede la possibilità di anticipare la pensione fino a 62 anni, pagando per ogni anno di anticipo una penalizzazione del 2%. Secondo le stime dell’Inps questo schema avrebbe un costo insostenibile per le casse dello Stato: 8,5 miliardi. Damiano e Baretta contestano il dato sostenendo che in realtà l’esborso sarebbe meno della metà. Comunque si sono detti disponibili a rivedere le penalità, ipotizzando un sistema crescente che, alla fine, comporterebbe mediamente una penalizzazione del 3,5% per anno.

La seconda proposta è quella del presidente dell’Inps Tito Boeri, che punta moltissimo alla sostenibilità dei calcoli.

Nello schema Boeri, che lui stesso ha ribattezzato «flessibilità sostenibile», si potrebbe lasciare il lavoro in anticipo ma con un ricalcolo con il sistema contributivo dell’assegno. Secondo i sindacati, che vedono questa proposta come il fumo negli occhi, si rischierebbe un taglio delle pensioni di oltre il 30%. Boeri sostiene il contrario, che la riduzione dell’assegno non andrebbe oltre il 3-3,5% per ogni anno di anticipo. La fase iniziale della flessibilità, nell’impostazione di Boeri, verrebbe finanziata da una «armonizzazione» dei tassi di rendimento garantiti ai contributi. Significa che le gestioni, come quella dei ferrovieri, dei telefonici, degli elettrici, che hanno trattamenti migliori, si vedrebbero tagliate le loro prestazioni.

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Enrico Morando, dal governo, spiega che la riforma deve essere a costo zero perché la nostra spesa pubblica mette già moltissime risorse sul capitolo della previdenza sociale, e c’è da pensare, prima di tutto, alle situazioni di povertà assoluta. Ma con la conversione degli strumenti di sostegno al reddito in strumenti pensionistici, si potrebbe fare un passo avanti.

«La riforma», spiega al Messaggero, «si farà quando ci saranno condizioni finanziarie tali per cui non dobbiamo prendere risorse aggiuntive dal bilancio pubblico, anche perché», aggiunge, «abbiamo una spesa sociale che è già sbilanciata sulla previdenza. Se ci sono risorse disponibili vanno usate per le situazioni di povertà assoluta». Un modo per tenere insieme le due esigenze, iniziare a introdurre un principio di flessibilità, e andare incontro alle situazioni di povertà, in realtà esiste. L’ipotesi sul tavolo sarebbe quella di permettere la flessibilità in uscita solo a coloro che non hanno il lavoro, o perché sono esodati o perché disoccupati. In questo modo il costo potrebbe essere prossimo allo zero, perché se da una parte lo Stato permetterebbe di andare prima in pensione, dall’altro non dovrebbe più versare contributi figurativi o pagare assegni di disoccupazione.

In questo modo sarebbe possibile andare in pensione in anticipo rispetto agli anni di anzianità e di contribuzione, solo se si versa in una situazione di disagio economico. Con un risparmio per le casse dello Stato.

Copertina: Getty Images