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Se la foto del corpo di un bambino diventa occasione di propaganda

Doveva succedere. Forse è segno che questi tempi non sono più fatti per ospitare immagini come quella che ieri ha fatto il giro del mondo, e ritraeva le spoglie di un bambino morto sulle spiagge turche.

Un’immagine forte, che ha generato una serie infinita di discorsi e articoli fino ad arrivare a oggi, quando dalla prima pagina di Libero campeggiava un “Ipocriti” a caratteri cubitali. I destinatari, manco a dirlo, sono quelli che hanno “sbattuto” quel bambino in prima pagina dimenticando che era vittima di “una guerra” voluta da dei generici voi che si possono come sempre individuare nei “sinistri”, “buonisti” e via dicendo.

Ora.

Abbiamo perso il punto. Quell’immagine non doveva diventare terreno di scontro politico. Quell’immagine era una foto che raccontava una storia, drammatica, e noi ce lo siamo dimenticato. In questo tempo che vede le immagini protagoniste del giornalismo e dei media, ci siamo dimenticati che ogni immagine ha un contesto, e tanto è più forte quanto più quel contesto è in grado di raccontarci storie che non conoscevamo e che dovremmo conoscere.

L’immagine è un qui e ora che stupisce, indigna, intristisce: ma se non genera una ricerca, una voglia di comprendere e capire una storia, diventa inutile. E dannosa, perfino, se si decide scientemente di saltare a pié pari la fase di ricerca della storia in sé per passare direttamente a un commento politico scollegato dalla realtà. Uno sport nazionale, in Italia, che però si sarebbe potuto evitare dato che si parla della morte di un bambino.

Pubblicare immagini simili, forse, aveva più senso anni fa, quando era difficile avere testimonianze così potenti di posti così lontani. In questo mondo in cui video e foto sono il pane quotidiano, la storia di una foto non è più quello che crudelmente mostra ma quello che noi vogliamo vederci dentro, e forse pubblicare quelle immagini crude è diventato davvero inutile. Perché tutto quello che aggiungono alla notizia è una ridda di opinioni sterili che le svuotano della loro potenza immaginifica. E svuotano noi della nostra umanità.