IL RENDIMENTO TERAPEUTICO OTTIMIZZATO – L’attuale orientamento della Sanità non può più prescindere dai costi per la salute. Non è questa la sede idonea per un consuntivo ma in poche cifre si può riassumere un grave disavanzo per l’Erario. La spesa sostenuta dal SSN si aggira sugli 80 miliardi di euro, quella farmaceutica privata è attestata ormai sui 25 miliardi. Nel 1997 il SSN ha erogato per l’asma bronchiale circa 772 miliardi di lire per contributi, nel 1999, ossia due anni dopo la stessa cifra è lievitata a circa 992 miliardi e la spesa per la diagnosi, cura e riabilitazione delle malattie respiratorie ostruttive in toto si aggira oggi sui 9 miliardi di euro. Siamo dunque di fronte ad una spesa crescente che deve essere contenuta. Può la terapia inalatoria, domiciliare o termale, costituire un utile elemento di freno alla spesa? La risposta è positiva perché essa consente un facile opportunità di prevenzione, specie nei lavoratori a rischio che sono esposti a patologia professionale. Essa consente di prevenire le crisi di asma da polluttanti e le riacutizzazioni bronchiali. Infatti ogni giorno di assenza dal lavoro, unitamente alle cura per malattia, costa mediamente circa 80 Euro a fronte dell’acquisto di una o due bombolette pressurizzate. E’ dunque la prevenzione che anche in questo caso si rivela vincente nella riduzione della spesa. Esaminiamo il caso di un soggetto affetto da asma bronchiale:senza la sua terapia inalatoria, sarebbe costretto ad almeno due, tre ricoveri l’anno, del periodo medio di circa 7-8-giorni. Ogni giorno di ricovero, di giornata lavorativa perduta e di farmaci utilizzati in ambito ospedaliero comporta una spesa giornaliera media di circa un 500 Euro. Il bilancio annuale per questo soggetto arriverebbe fino a circa 182 mila Euro, a fronte della spesa media di circa 147 Euro mensili (in termini di beta-2-stimolanti,steroidi inalatori e sistemici, antibatterici ). Durante le epidemie influenzali invernali, circa 6-7 milioni di cittadini perdono da una settimana a 10 giorni lavorativi e costano all’Erario circa 1,2 miliardi di euro. La terapia inalatoria poco può di fronte all’epidemia influenzale ma sicuramente la prevenzione inalatoria offre qualche riserva in più nello stroncare le riacutizzazioni bronchiali del BPCO o dell’Enfisematoso in questi periodi. Non minore è la stima relativa al periodo stagionale quando le allergie respiratorie, nasali e/o
bronchiali, comportano l’assenza dal lavoro di circa 12 milioni di cittadini e quindi, al tasso medio di occupazione del 68%, circa 8 milioni di lavoratori attivi ne sono coinvolti. Stimando una sofferenza media di circa 4-5 giorni, otteniamo circa 35/40 milioni di giornate lavorative perdute, con un danno pari a circa 8 miliardi. Come si vede sono cifre estremamente elevate che si cominciano a valutare con attenzione. Nel periodo stagionale, la corretta prevenzione inalatoria, con supporto di bloccanti muscarinici, beta-2-stimolanti, steroidi e cromoni non supera la spesa di circa 90 Euro /per mese. Ciò comporta un abbattimento di spesa per un totale di circa 1 miliardo di euro anziché 3,5. In Italia 4 milioni di soggetti soffrono di bronchite cronica, 5 milioni di asma bronchiale, circa 60 ammalati muoiono ogni giorno e circa 20.000 i decessi annuali per cause direttamente dipendenti dallo smog. Per una città come Milano, che comunque presenta 750 ricoveri d’urgenza l’anno per lo stesso motivo, 2 al giorno, muoiono circa 3500 persone/ anno, circa 10 al giorno.
LA SPESA SANITARIA IN ABRUZZO – Prendiamo l’Abruzzo. Perché direte voi? Perché la Giunta Del Turco è caduta su quel problema, ossia sulla privatizzazione della sanità. Bene, i dati non sono recenti ma comunque emblematici. La gestione della spesa dell’esercizio 2004 si è conclusa, in termini di competenza, con l’assunzione di impegni per complessivi 3,9 miliardi, pari all’80,38% degli stanziamenti, e con l’effettuazione di pagamenti per 2,8 miliardi pari al 78,75% degli impegni assunti. L’indice di impegno è risultato più elevato per le spese correnti (97,05%) rispetto alle spese in conto capitale (37,03%), non dissimilmente dall’indice di pagamento, pari al 92,82% per le spese correnti ed al 35,22% per le spese in conto capitale. Dall’esame comparato dei dati di consuntivo dell’esercizio 2004 con quelli dei due precedenti esercizi è dato rilevare un miglioramento della capacità previsionale della spesa in termini di impegni, i quali negli anni precedenti avevano rappresentato soltanto il 74,22% degli stanziamenti contro l’80,38% del 2000. Il miglioramento, tuttavia, ha interessato esclusivamente la spesa corrente (dall’87,62% del 1999 al 97,05% del 2000), mentre ha rallentato la spesa in conto capitale (dal 39,48% al 37,03%).Ovviamente, all’interno della spesa corrente prevale la quota relativa al settore sanitario, il quale nell’es. 2004 ha pressoché monopolizzato le risorse con l’assunzione di impegni per 1,38 miliardi, pari al 79,73% degli impegni totali di parte corrente, e di pagamenti di cassa per 1,54 miliardi, pari all’85,43% dei pagamenti totali di parte corrente. Rispetto agli anni precedenti, si registra una consistente diminuzione degli importi iniziale e finale dei residui ed un netto miglioramento della quota di residui iniziali pagati (nel 2003: 39,73%), mentre è anche migliorata l’incidenza dei residui degli anni pregressi sul totale dei residui finali (pari nell’es. 2004 al 27,76% contro il 38,18% del 2003). In particolare, nell’arco del triennio 2001-2004 la spesa per il personale è cresciuta, in termini di pagamenti, del 26,35 per cento, essendo passata dai 52 milioni del 2002 ai 54 milioni del 2003 e di qui ai 75 milioni circa del 2004. Si registra dunque un tasso di incidenza della spesa del personale, in termini di pagamenti in rapporto al totale del titolo I, in consistente aumento rispetto ai precedenti esercizi nei quali si era attestata al 26,83 %. Il dato del 2002 acquista significatività ove messo a confronto con quelli relativi rispettivamente alla media nazionale (lire 26 euro pro capite) e alla media delle Regioni viciniori all’Abruzzo (Marche, Umbria, Lazio e Molise), pari a lire 43 pro capite, che si colloca tra il picco massimo del Molise (100) e quello minimo del Lazio (32). Ne discende la necessità di idonei approfondimenti in sede di programmazione economico-finanziaria e di management.




