Non è necessario ricorrere alla lunga lista di errori sanitari, spesso mortali, per parlare di malasanità. E’la cattiva gestione dell’offerta di salute, a partire dalla scarsa attenzione alla prevenzione, che pone le basi per la lesione del principio generale del soddisfacimento di questa pubblica necessità.
“Camere a Gas di scarico” del professor Aldo Ferrara, docente di malattie respiratorie presso l’Università di Siena e presidente del Cesaer (Centro studi ambiente economia ricerca). La nuova rubrica che vi dimostra come il futuro di questa nazione passi anche dall’ambiente, anche se nessuno sembra ricordarselo
Un principio che è inscritto nell’art.32 della Costituzione Italiana che, tra l’altro al primo comma,recita “la salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività e….. garantisce cure gratuite agli indigenti“. Né la modifica del Titolo V della Costituzione ( 2001) ha risolto i problemi ma li ha solo trasferiti in sede regionale. Dalla cattiva gestione al suo rimedio, il passo non è poi così breve: esso attraversa la strada anche del federalismo sanitario, ossia la perequazione tra risorse prodotte in sede regionale e quelle destinate ai servizi, mera chimera in un paese dove la spesa sanitaria è parimenti altissima in regioni povere di risorse e di abitanti. Da qui il pendolarismo sanitario che verifica e quantizza “le migrazioni del dolore” da aree povere di offerta sanitaria verso aree in cui l’offerta sanitaria trabocca di richieste. E da qui discende la storia quotidiana delle liste d’attesa. Una delle caratteristiche del nostro bilancio è che le spese tendono sempre a lievitare senza freni malgrado le restrizioni delle Leggi Finanziarie. La spesa sanitaria non fa eccezioni: essa mostra un incremento sostanziale che non significa per sè miglioramento della qualità dell’offerta di salute ma aumento della dispersione della spesa corrente. La Figura 1 indica le variabili di spesa nel 2003 che ricalcano quelle del 1995 (Figura 2).
I VARI MODELLI SANITARI - La investigazione del bilancio indica altresì che la ripartizione regionale non mostra un andamento differente fino ad arrivare a tetti massimi di spesa dell’86% del PIL per la Lombardia, e la Sicilia, del 74% per il Lazio e così via. Come si evince dalla Fig. 3 la spesa globale è praticamente raddoppiata passando da 48 a 80 miliardi di euro. Se dunque le proporzioni di spesa sono rimaste identiche (si veda la Fig. 1 rispetto alla Fig. 2), il raddoppio in meno di dieci anni significa solo perdite e rivoli dispersi.Verificando analiticamente la spesa, ripartita per regione, Tab. 1, si notano elementi qualificanti essenziali. Ad esempio, prendendo quattro regioni ad alta densità ( Piemonte, Liguria, Lazio e Sicilia) il disavanzo medio pro capite è pari a -103 euro/anno/p.c. mentre analizzandone altre quattro (Campania,Toscana,Emilia Romagna, Sardegna) il disavanzo è pari a -112.25. Sostanzialmente un disavanzo non dissimile che non può essere invocato come discrimine. Malgrado ciò, secondo una certa ottica, le Regioni con minore disavanzo sono Lombardia, Puglia e Calabria, mentre le altre sarebbero più prodighe. Come tutti sanno il c.d. modello Formigoni è quel modello sanitario ispirato ad una offerta sanitaria sempre più privatizzata, nella speranza di poter aumentare la qualità del prodotto, la sua distribuzione e la sua accessibilità. Un modello nel quale la componente pubblica si va assottigliando sempre più e viene progressivamente sostituita dal contributo privato che si ripartisce a sua volta in due componenti: quella privata assoluta, costituita dalla contribuzione del cittadino alla spesa diagnostica, terapeutica e farmaceutica e quella privata relativa, costituita dalla introduzione nel settore sanitario da una quota parte assicurativa privata che contribuisce al rimborso sub-totale, a fronte della contrazione di un rapporto assicurativo. Una sanità dunque nella quale gioca in massima parte la contribuzione individuale, dettata dal proprio reddito.
IL PROBLEMA DEGLI ANNI FUTURI - Indagini epidemiologiche, condotte a Milano (Ferrara et al., 1990-2000) hanno preso in esame
una popolazione di oltre 2000 ultrasessantenni, privi di sintomi respiratori e pertanto considerati clinicamente sani. I risultati indicano con chiarezza che i soggetti con funzionalità respiratoria compatibile con il valore teorico, sono pari al 75% con uno scarto da un massimo di 3. 43 per la I classe di età ad un minimo di 0. 82 per gli ultraottantenni (VI classe di età). Si evince che il 25% della popolazione esaminata, è costituita da soggetti asintomatici ma compromessi. Poiché gli ultrasessantacinquenni di Milano, sono circa 297 mila, necessitano di cure respiratorie nella misura di circa 3,7 milioni di euro/mese. Lo stesso dicasi per i giovani scolari la cui funzionalità, nelle grandi città, appare compromessa nella misura di un terzo per una popolazione stimata al 30%. Poiché i bambini di Milano sotto i 15 anni sono 145.598, ne risulta che ben 49 mila bambini circa necessitano di cure per la somma di 250 mila euro/mese.























