Interni

La spesa sanitaria è molto malata

17 febbraio 2009

Non è necessario ricorrere alla lunga lista di errori sanitari, spesso mortali, per parlare di malasanità. E’la cattiva gestione dell’offerta di salute, a partire dalla scarsa attenzione alla prevenzione,  che pone le basi per la lesione del principio generale del soddisfacimento di questa pubblica necessità.

“Camere a Gas di scarico” del professor Aldo Ferrara, docente di malattie respiratorie presso l’Università di Siena e presidente del Cesaer (Centro studi ambiente economia ricerca). La nuova rubrica che vi dimostra come il futuro di questa nazione passi anche dall’ambiente, anche se nessuno sembra ricordarselo

Figura 1

Un principio che è inscritto nell’art.32 della Costituzione Italiana che, tra l’altro al primo comma,recita “la salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività e….. garantisce cure gratuite agli indigenti“. Né la modifica del Titolo V della Costituzione ( 2001) ha risolto i problemi ma li ha solo trasferiti in sede regionale. Dalla cattiva gestione al suo rimedio, il passo non è poi così breve: esso attraversa la strada anche del federalismo sanitario, ossia la perequazione tra risorse prodotte in sede regionale e quelle destinate ai servizi, mera chimera in un paese dove la spesa sanitaria è parimenti altissima in regioni povere di risorse e di abitanti. Da qui il pendolarismo sanitario che verifica e quantizza “le migrazioni del dolore” da aree povere di offerta sanitaria verso aree in cui l’offerta sanitaria trabocca di richieste. E da qui discende la storia quotidiana delle liste d’attesa. Una delle caratteristiche del nostro bilancio è che le spese tendono sempre a lievitare senza freni malgrado le restrizioni delle Leggi Finanziarie. La spesa sanitaria non fa eccezioni: essa mostra un incremento sostanziale che non significa per sè miglioramento della qualità dell’offerta di salute ma aumento della dispersione della spesa corrente. La Figura 1 indica le variabili di spesa nel 2003 che ricalcano quelle del 1995 (Figura 2).

Figura 2

I VARI MODELLI SANITARI - La investigazione del bilancio indica altresì che la ripartizione regionale non mostra un andamento differente fino ad arrivare a tetti massimi di spesa dell’86% del PIL per la Lombardia, e la Sicilia, del 74% per il Lazio e così via. Come si evince dalla Fig. 3 la spesa globale è praticamente raddoppiata passando da 48 a 80 miliardi di euro. Se dunque  le proporzioni di spesa sono rimaste identiche (si veda la Fig. 1 rispetto alla Fig. 2), il raddoppio in meno di dieci anni significa solo perdite e rivoli dispersi.Verificando analiticamente la spesa, ripartita per regione, Tab. 1, si notano elementi qualificanti essenziali. Ad esempio, prendendo quattro regioni ad alta densità ( Piemonte, Liguria, Lazio e Sicilia) il disavanzo medio pro capite è pari a -103 euro/anno/p.c. mentre analizzandone altre quattro (Campania,Toscana,Emilia Romagna, Sardegna) il disavanzo è pari a -112.25. Sostanzialmente un disavanzo non dissimile che non può essere invocato come discrimine. Malgrado ciò, secondo una certa ottica, le Regioni con minore disavanzo sono Lombardia, Puglia e Calabria, mentre le altre sarebbero più prodighe. Come tutti sanno il c.d. modello Formigoni è quel modello sanitario ispirato ad una offerta sanitaria sempre più privatizzata, nella speranza di poter aumentare la qualità del prodotto, la sua distribuzione e la sua accessibilità. Un modello nel quale la componente pubblica si va assottigliando sempre più e viene progressivamente sostituita dal contributo privato che si ripartisce a sua volta in due componenti: quella privata assoluta, costituita dalla contribuzione del cittadino alla spesa diagnostica, terapeutica e farmaceutica e quella privata relativa, costituita dalla introduzione nel settore sanitario da una quota parte assicurativa privata che contribuisce al rimborso sub-totale, a fronte della contrazione di un rapporto assicurativo.  Una sanità dunque nella quale gioca in massima parte la contribuzione individuale, dettata dal proprio reddito.

IL PROBLEMA DEGLI ANNI FUTURI - Indagini epidemiologiche, condotte a Milano (Ferrara et al., 1990-2000) hanno preso in esame una popolazione di oltre 2000 ultrasessantenni, privi di sintomi respiratori e pertanto considerati clinicamente sani. I risultati indicano con chiarezza che i soggetti con funzionalità respiratoria compatibile con il valore teorico, sono pari al 75% con uno scarto da un massimo di 3. 43 per la I classe di età ad un minimo di 0. 82 per gli ultraottantenni (VI classe di età). Si evince che il 25% della popolazione esaminata, è costituita da soggetti asintomatici ma compromessi. Poiché gli ultrasessantacinquenni di Milano, sono circa 297 mila, necessitano di cure respiratorie nella misura di circa 3,7 milioni di euro/mese. Lo stesso dicasi per i giovani scolari la cui funzionalità, nelle grandi città, appare compromessa nella misura di un terzo per una popolazione stimata al 30%. Poiché i bambini di Milano sotto i 15 anni sono 145.598, ne risulta che ben 49 mila bambini circa necessitano di cure per la somma di 250 mila euro/mese.

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