Una tre giorni di basket celebrativa prima dei play off e della ripresa della stagione agonistica. Dove spettacolo e sport si coniugano fino al parossismo
L’All-Star Weekend della NBA è uno di quegli eventi squisitamente americani in cui il confine tra sport e spettacolo, già alquanto ridotto per quanto riguarda le competizioni agonistiche made in USA, scompare del tutto. Una tre giorni a sfondo cestistico, una celebrazione della palla a spicchi che si svolge ogni anno a febbraio, cambiando città di stagione in stagione, come se fosse un circo itinerante. Il venerdì e il sabato manifestazioni di dubbio interesse e competizioni dallo scarso seguito, come una partita tra vecchie glorie e attori (chiamato “McDonald’s Celebrity Challenge“), si alternano a incredibili dimostrazioni di capacità atletiche, come ad esempio la sfida del tiro da tre punti (“Foot Locker Three-Point Shootout“) o la gara delle schiacciate (“Sprite Slam Dunk Championship“). Il tutto, in attesa del piatto forte, vero motivo di attrazione, la sfida amichevole che può trasformarsi in massima espressione del basket a seconda dell’atteggiamento dei protagonisti, ovvero l’All-Star Game. Est contro Ovest. Il meglio della Eastern Conference affronta il meglio della Western Conference. E poi, dopo questo divertissement, che coincide con il giro di boa della stagione regolare, si ricomincia, o meglio, si inizia a giocare sul serio, in vista dei Playoff.
SI FA SUL SERIO – Dopo la gita fuoriporta di Vegas (città – almeno per ora – sprovvista di franchigia NBA) del 2007 e l’ambientazione strappalacrime di New Orleans del 2008, quest’anno si è giocato sotto il sole del deserto, per la precisione a Phoenix, Arizona, casa dei Suns di Shaquille O’Neal e Steve Nash, che già ha ospitato la partita delle stelle nel 1975 (vinse l’Est, MVP Walt Frazier) e del 1995 (vinse l’Ovest, MVP Mitch Ritchmond). Ad aprire le danze, nella giornata di venerdì, il “T-Mobile Rookie Challenge“, partita che contrappone i migliori giocatori al secondo anno nella Lega (i cosiddetti “sophomores”) alle migliori matricole (i “rookies”). Solitamente, un incontro di scarso interesse, dove le difese di fatto non esistono e i giovincelli ne approfittano per esibire le loro doti offensive con poderose schiacciate e azioni spettacolari. Senza sorpresa alcuna, ogni anno vincono puntualmente i più anziani. Anche per questa edizione, per non interrompere la tradizione, hanno avuto la meglio i Sophomores. Unica statistica degna di nota, i 46 punti del fenomeno Kevin Durant, stellina degli Oklahoma City Thunder (ex Seattle Sonics). Per la cronaca, nelle ore precedenti al Rookie Challenge, sul parquet si sono affrontate due rappresentative che rispondevano ai nomi di “West Sunsetters” e
“East Sunrisers”, composte da giocatori di varie specie: ex cestisti come Clyde Drexler, Dominique Wilkins e Dan Majerle, giocatrici della lega femminile WNBA come Lisa Leslie e Kara Lawson, membri degli Harlem Globetrotters, rappresentanti del mondo dello spettacolo come Chris Tucker e James Denton (l’idraulico Mike Delfino di “Desperate Housewives”) e atleti di altre discipline come Terrell Owens. Quest’ultimo, nella vita wide receiver per i Dallas Cowboys nella National Football League, ha mostrato un talento non indifferente, guadagnandosi il titolo di miglior giocatore in campo, in una partita del tutto priva di utilità.





















