Jon Stewart
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Jon Stewart, il comico che ha cambiato (e salvato?) l’America, dice addio. A salutarlo arriva Bruce Springsteen

Jon Stewart

lascia per sempre il Daily Show. Il 6 agosto del 2015 si è conclusa la conduzione del programma di “fake news”, notizie finte o finto TG, più famoso della TV statunitense da parte del comico newyorchese, diventato nello scorso decennio una delle voci più influenti dei media americani. Non solo battute formidabili e inarrivabili sketch, ma interventi che hanno modificato l’opinione pubblica e in alcuni casi anche il dibattito parlamentare. Jon Stewart lascia un vuoto che sembra incolmabile, soprattutto per i liberal che perdono la loro voce per molti versi più significativa. Un lascito quasi incredibile, e anche contraddittorio, per un comico che non hai mai voluto far altro che satira e che ha sempre negato di fare informazione nonostante sia stato a lungo la fonte di notizie preferita dai giovani americani.

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Rick Kern/Getty Images for Comedy Central

DAILY SHOW –

Il Daily Show condotto da Jon Stewart è durato 16 anni. Un’era geologica in politica così come nell’informazione. Quando il comico di New York, che aveva esordito pochi anni prima su Mtv, aveva preso il posto di Craig Kilborn nello show serale di Comedy Central, TV via cavo diventata celebre per la diffusione di South Park, internet era ancora uno strumento riservato a una platea ristretta. Il presidente degli Stati Uniti si chiamava Bill Clinton e Barack Obama era un poco conosciuto senatore statale dell’Illinois. Le All News, i canali TV dedicati completamente all’informazione, erano ancora dominate dalla CNN, e meno influenti di quanto sarebbero diventate negli anni successivi grazie all’esplosione di Fox News, anima e cuore mediatici del conservatorismo americano. In questi 16 anni l’America è cambiata rimanendo però oltremodo simile nell’informazione come nella politica, tanto che un Bush o un Clinton potrebbero tornare alla Casa Bianca. Una cosa che si è sicuramente modificata è il deterioramento della credibilità dell’establishment, politico e informativo, un buco riempito da un programma di satira come il Daily Show. Il dover fare battute e prendere posizioni critiche verso gli stessi temi è uno dei motivi che ha spinto Jon Stewart a lasciare il suo trono di comico, e liberal, più influente d’America. Nel gennaio 2009, quando è iniziata l’era Obama, il conduttore del Daily Show era stato inserito da Forbes nella lista dei 25 progressisti più rilevanti nei media americani. Davanti a Jon Stewart c’era al primo posto il premio Nobel per l’Economia, ed editorialista del NY Times, Paul Krugman, seguito dalla fondatrice del sito Huffington Post, Arianna Huffington, e due altri giornalisti famosi di Washington Post e NY Times.

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Inserire un comico in una simile classifica sarebbe stato impossibile se fosse stata composta per i conservatori, nel 2009 come nel 2015 o nei decenni scorsi e sarebbe stato lo stesso anche tra i progressisti senza una personalità come Jon Stewart. Barack Obama è arrivato alla Casa Bianca sulla scia di uno straordinario consenso conquistato tra le giovani generazioni. L’America dei millennials, i ragazzi nati dopo il 1978, multietnici e in maggioranza progressisti, aveva trovato da tempo proprio in Jon Stewart il proprio punto di riferimento più importante, tanto che in diversi sondaggi è stato indicato come la fonte di informazione più affidabile e seguita dalle giovane generazioni. Il Daily Show, da divertente programma satirico, era diventato negli anni precedenti la voce più critica nei confronti dell’amministrazione Bush e della sua iniziativa più importante, la guerra in Iraq, unica o quasi voce “pacifista” per diverso tempo visto il compatto schieramento dei media in favore della operazione militare contro Saddam Hussein. LEGGI ANCHE

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JON STEWART E GEORGE W. BUSH –

L’ascesa di Jon Stewart sul proscenio nazionale, e il suo tracimare oltre allo stretto ruolo di comico, è stata intrecciata con la presidenza di George W Bush. Caustico e ironico all’inizio del suo mandato, con l’America liberal ancora stordita dopo le convulsioni delle presidenziali del 2000. Proprio il segmento Indecision 2000, dilatatosi per circa un mese sulla battaglia legale per il riconteggio in Florida, aveva fatto esplodere gli ascolti del Daily Show, raddoppiandoli rispetto alla conduzione precedente. L’11 settembre ha cambiato solo temporaneamente la percezione della presidenza Bush per i liberal, e lo stesso Stewart, che aveva trovato parole memorabili per commemorare le vittime dell’attentato terroristico che aveva ferito così profondamente la sua città, ne è rapidamente diventato il critico più seguito, capace di ridicolizzarne le contraddizioni.

La scelta dell’amministrazione repubblicana di muovere guerra all’Iraq è stata ferocemente derisa con costanza quasi quotidiana nel segmento Mess’o’Potamia, gioco di parola tra Mesopotamia, la regione storica che si trova tra il fiume Tigri ed Eufrate, e la parola inglese mess, che significa casino. Sentimenti condivisi da una larga parte dei liberal americani, in particolare dai più giovani fan di Jon Stewart, che trovavano sollievo nelle sue battute su un intervento bellico semiglorificato su numerosi media. Sin da allora il conduttore del Daily Show aveva iniziato la sua personale sfida contro Fox News Channel, la TV fondata da Rupert Murdoch per dare voce all’America conservatrice, che fino agli anni novanta aveva come punto di riferimento le radio invece che i canali televisivi influenzati in modo eccessivo dalla cultura metropolitana. Fox è stata la più seguita e fiera sostenitrice dell’amministrazione Bush, e Stewart ne ha esposto settimanalmente le falsificazioni e le contraddizioni. Uno scontro che è diventato epico nei numerosi confronti avuti con Bill O’Reilly, il conduttore più seguito di Fox News.

Il Daily Show è esploso definitivamente dopo le presidenziali del 2004, riuscendo a lenire con la sua ironia la ferita di un’elezione incubo per i progressisti statunitensi. L’unico o quasi sollievo rispetto a una realtà incomprensibile per tanti americani. Grazie anche al sempre più diffuso utilizzo di internet e dei social media, la voce di Jon Stewart è diventata sempre più ascoltata, superando i confini della piccola TV in cui è voluto rimanere nonostante diverse offerte milionarie ricevuti dai colossi dell’informazione USA.

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BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images

JON STEWART E BARACK OBAMA –

Quando Barack Obama è arrivato alla Casa Bianca Jon Stewart ha conosciuto il picco della sua popolarità, così come della sua influenza. Nel 2008 un articolo del New York Times si era chiesto se il comico fosse l’uomo di cui l’America si fidasse di più, definizione di solito riservata ai più noti giornalisti TV del passato. Il nuovo presidente ha personificato la svolta politica e culturale desiderata dalla maggioranza dei seguaci del Daily Show, anche se derubricare il programma e il suo conduttore a sostenitori dei Democratici sarebbe far loro un profondo tradimento.

Jon Stewart non ha mai lesinato ironie, sarcasmi e feroci prese in giro nei confronti del centrosinistra statunitense, attaccato ripetutamente anche se certo con minor ferocia rispetto alla destra repubblicana. Il comico non ha mai nascosto il suo orientamento liberal, così come la sua simpatia per alcune idee socialiste e non ha neppure negato di aver votato Kerry o Obama così come altri candidati democratici. La sua adesione al progressismo americano si è però concentrata molto più sulle battaglie che sul sostegno a un partito o a un leader, e non ha mai lesinato le critiche alle numerose contraddizioni e i costanti impacci dei Democratici. Jon Stewart si è trovato però in più in difficoltà a fare battute sulla presidenza Obama rispetto a quanto succedeva con Bush. In parte per lo stile diverso dei due inquilini della Casa Bianca, in parte per una consonanza ideale che ha reso sicuramente meno incisiva la sua satira.

Barack Obama ha legittimato definitivamente come parte dell’establishment il Daily Show, partecipando da presidente in carica a una puntata a pochi giorni dalle midterm elections. Un’intervista che per certi versi ha rappresentato l’inizio del declino della trasmissione di Jon Stewart. Il ruolo da outsider, sfruttato abilmente per le corrosive critiche all’establishment economico, politico e soprattutto mediatico degli Stati Uniti, non era più sostenibile. Anche le critiche a Fox News hanno iniziato a sembrare manieristiche, e il sarcasmo intelligente è stato talvolta sostituito da sermoni pensierosi e poco brillanti. Il conduttore ha regalato anche in quell’occasione un meraviglioso momento quando Barack Obama aveva sfoderato un “ma, anche” rispetto al cambiamento promesso in campagna elettorale.

JON STEWART E I MEDIA –

L’impatto di Jon Stewart sulla politica è stato rilevante. Tutti o quasi i principali leader o aspiranti tali di Democratici e Repubblicani hanno cercato di partecipare al Daily Show, sfruttando l’occasione di dibattere con il commentatore più seguito dai giovani americani. Benchè la sua influenza sia scesa negli ultimi anni, l’ascesa di Elizabeth Warren a punto di riferimenti dei liberal americani è stata favorita dalle sue interviste con Jon Stewart, che l’hanno proiettata sullo scenario nazionale. Alcune normative federali, come una legge di supporto finanziario ai primi soccorritori dell’11 settembre, sono state favorite da episodi del Daily Show, una considerazione che difficilmente potrebbe essere estesa ad altri programmi TV, e sicuramente nessuno appartenente al genere comico. Jon Stewart ha avuto un enorme impatto sui media americani, decisamente superiore alla sua non piccola audience televisiva, vicina ai 2 milioni di spettatori. Ascolti considerevoli per una TV come Comedy Central, anche se lontani da quelli dei suoi programmi concorrenti allo stesso orario, i Late Show di Jay Leno o David Letterman. Gli sketch di Jon Stewart, come l’abitudine di mostrare dichiarazioni palesemente contradditorie, ripresa poi da molti altri programmi, o le sue interviste sono diventate molto spesso virali, negli USA come nel resto del mondo. Il durissimo confronto con Jim Cramer, volto simbolo della TV finanziaria CNBC, è diventato uno dei momenti più rappresentativi del racconto della crisi che ha travolto Wall Street e l’economia americana nell’autunno del 2008 e nell’inverno del 2009.

Il comico è riuscito perfino a far chiudere un programma di approfondimento politico della CNN, dopo che aveva rimarcato che stesse facendo del male all’America durante un’intervista. Un caso simbolo della autorevolezza delle sue prese di posizioni, echeggiata da un commento di Brian Williams, uno dei più famosi giornalisti della NBC, che ha ricordato come quando va in onda pensa sempre a come Jon Stewart potrebbe commentare le sue frasi. Il punto più alto del suo impatto su politica e media è stato simboleggiato dalla manifestazione per riportare la ragionevolezza, convocata a Washington Dc e tenuta assieme a Stephen Colbert, inviato del Daily Show diventato poi conduttore più seguito, anche se meno influente, di Jon Stewart tanto da prendere il posto di David Letterman. Oltre 200 mila persone avevano seguito il monologo del comico del Daily Show, andato ben oltre alla presa in giro di Fox News con cui era stata inizialmente pensata la manifestazione. Lo sfogo contro la falsità dei media aveva stupito molti osservatori, evidenziando un ruolo quasi da caustico censore morale che mal si adatta a un comico che pretende solo di far ridere. Una contraddizione che ha caratterizzato la parte finale della conduzione del Daily Show di Jon Stewart, segnata da una flessione anche significativa degli ascolti, e da una diminuzione della sua rilevanza. La stessa sostituzione estiva fatta da John Oliver, uno dei comici più brillanti del Daily Show, nel 2013, aveva evidenziato il logoramento del conduttore. L’ultimo momento memorabile regalato da Jon Stewart alla moltitudine dei suoi appassionati, tra cui c’è chi scrive, è stato il monologo sulla tragedia di Charleston.

L’esposizione toccante e feroce di una nuova tragedia del razzismo e della violenza ha mostrato ancora una volta perché il Daily Show di Jon Stewart ci mancherà per sempre. Nessuno come lui ha rappresentato con simile efficacia, preparazione e intelligenza valori in cui crediamo, anche se fatichiamo a vedere applicati nella realtà, a partire da noi stessi. E l’assurdo come il comico, come insegnato da diversi geni come Woody Allen o Samuel Beckett, rappresentano e curano come nient’altro questa contraddizione.

JON STEWART DAILY SHOW ULTIMO EPISODIO –

Giovedì 6 agosto, poco dopo il dibattito repubblicano dominato da Donald Trump (se sarà lui il candidato, l’assenza di Jon Stewart dal commentarlo sarà ancora più pesante di quella che già c’è) è andato in onda l’ultimo episodio del Daily Show. Il conduttore ha però precisato che la trasmissione continuerà senza di lui, e come non si tratti di una fine, ma solo di una pausa da una conversazione che continuerà in futuro. Tanto per il Daily Show, che tornerà guidato dal comico Trevor Noah, quanto per lo stesso Jon Stewart. Il conduttore non andrà in pensione, anche se difficilmente lo vedremo in televisione, almeno con un formato simile a quello che ci ha fatto innamorare di lui. Jon Stewart si è commosso durante l’ultimo abbraccio con tutti gli inviati della trasmissione, succedutisi negli anni, e che hanno mostrato ancora una volta quanto il Daily Show fosse un grandioso sforzo collettivo.

Il momento più toccante è stato il dialogo finale con il più famoso degli inviati del Daily Show, Stephen Colbert, l’allievo che per più di un verso ha superato il maestro, almeno in termini di popolarità e successo. Colbert, in un intervento improvvisato a cui il conduttore ha tentato di “sfuggire”, ha ricordato a Jon Stewart quanto sia bravo nel suo lavoro e come tutte le persone che hanno collaborato con lui siano migliorate, come professionisti ma anche come persone, grazie alle sue qualità. Prima delle lacrime di Stewart è partito un meraviglioso abbraccio con tutti i comici del Daily Show, che in precedenza erano apparsi nell’ultima puntata.

Dopo il congedo Jon Stewart si è regalato il suo “momento di zen”, clip ricorrente della sua trasmissione, in cui si è svolta un’esibizione di Bruce Springsteen. Uno dei più importanti musicisti americani degli ultimi decenni, anch’egli quintessenza di New York  come Jon Stewart, un ultimo grande momento prima del “Thank you, Good Night”, con cui si è interrotta una della più importanti storie della cultura americana degli ultimi decenni. Grazie Jon, per sempre.