Tecnici italiani rapiti in Libia, il premier di Tripoli: “Riconosceteci e vi aiuteremo”

Tecnici italiani rapiti in Libia, il premier di Tripoli: “Riconosceteci e vi aiuteremo”. Come previsto, il problema dei quattro tecnici dell’indotto dell’Eni che lavorano in Libia, e che sono da giorni in mano alle milizie di sbandati che si aggirano indisturbate fra Tripoli e Tunisi, diventa diplomatica: il governo che controlla il territorio della Libia occidentale, quello di Tripoli, non è il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, non è il governo di Tobruk. Questo, dice il premier di Tripoli intervistato dal Corriere della Sera, è un problema per l’efficacia dell’azione di intelligence che potrebbe riportare i quattro tecnici in mani italiane.

TECNICI ITALIANI IN LIBIA, IL GOVERNO DI TRIPOLI: “RICONOSCETECI E VI AIUTEREMO”

Lorenzo Cremonesi intervista Khalifa al-Ghwell

Le ricerche dei quattro tecnici italiani rapiti una settimana fa nell’ovest della Libia sono ancora in alto mare. Ci sono problemi. E uno di questi è il mancato riconoscimento del governo di Tripoli da parte dell’Italia, che non aiuta la nostra cooperazione», sostiene il 58enne Khalifa al-Ghwell, originario di Misurata, nominato lo scorso aprile primo ministro del Congresso Centrale Nazionale, l’organismo politico che domina sulla regione di Tripoli sino al confine con la Tunisia.

Cosa può dirci degli italiani rapiti lunedì scorso presso il terminale di Mellitah?
«Sono ben consapevole della questione e resto in stretto rapporto con il nostro ministero dell’Interno».

Siete in contatto con i rapitori?
«No, non sappiamo nello specifico chi siano e dove si trovino».

Cosa vogliono in cambio della liberazione?
«Sono criminali. Un gruppo di banditi legati alle vecchie milizie verdi di Gheddafi facenti capi al governo di Tobruk, che vogliono il caos del Paese e creare difficoltà alle relazioni tra Italia e Libia. Quelle milizie operano anche sulla strada costiera che collega alla Tunisia»

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al-Ghwell non fa misteri: se arrivasse il riconoscimento diplomatico da parte dell’Italia, tutto sarebbe più facile.

Può dirci se i vostri apparati di sicurezza sono in contatto con i servizi italiani?
«In questo momento non c’è cooperazione. In passato c’è stata. Abbiamo lavorato assieme per cercare di controllare gli scafisti e le bande di trafficanti di migranti verso le coste italiane. Ma ultimamente quella cooperazione si è bloccata. Il governo di Roma non riconosce quello di Tripoli, preferisce Tobruk. Inevitabilmente i nostri rapporti si sono allentati».

Dunque se Roma avesse rapporti politici e diplomatici diretti con voi anche le ricerche per liberare i quattro sarebbero più efficaci?
«Non c’è dubbio! La mancanza di riconoscimento politico limita il lavoro della vostra intelligence qui sul posto e la sua intesa con la nostra. Nel passato spesso noi ci siamo impegnati ad arrestare gli scafisti. Ma in cambio Roma ha dato nulla per aiutarci in Libia ».

Da qualche mese Roma sostiene con forza la mediazione dell’inviato dell’Onu, Bernardino Leon, per la creazione di un governo di unità nazionale tra Tripoli e Tobruk. Questi ultimi hanno accettato, voi no. Per quale motivo?

«Sin dall’inizio del suo lavoro Leon si è schierato con Tobruk. Non capisce le nostre ragioni, non ci ascolta e soprattutto accetta il ruolo dominante di Khalifa Haftar (l’ex generale di Gheddafi che Tobruk ha nominato suo ministro della Difesa, ndr). Per noi tutto questo è inaccettabile. Haftar ha i metodi dittatoriali di un nuovo Gheddafi. Va escluso completamente. Non ci siamo fatti ammazzare nelle rivoluzione del 2011 per tornare quattro anni dopo a una situazione simile a quella che c’era prima. Leon, Roma e l’Europa devono venire qui, vedranno che Tripoli resta la vera capitale, il cuore pulsante della Libia. Qui ci sono i ministeri, le compagnie petrolifere, l’esercito e i gangli vitali dell’amministrazione. Nessuno può decidere del futuro della Libia senza prima ascoltare le ragioni di Tripoli. Oltretutto il nostro è l’unico vero governo legale così come decretato dall’Alta Corte di Giustizia nazionale lo scorso novembre»

Comunque, dice il premier, è difficile che i rapiti cadano “nelle mani dell’Isis”.

Con il passare del tempo c’è il rischio che i rapiti italiani possano cadere nelle mani di Isis?
«Non lo credo. L’Isis non si trova nella zona del rapimento. Sta piuttosto nell’est del Paese e a Sirte, molto distante».

La comunità internazionale chiede al mondo arabo di cooperare nella lotta contro Isis. La Libia è sempre più in prima linea, siete pronti ad accettare questa richiesta?
«Certo, prontissimi. Non va dimenticato che i nostri uomini che si battono a Bengasi, a Sirte, nel sud, sono le prime vittime di Isis. Ma affinché questa cooperazione sia efficace occorre un sano rapporto politico tra i partner. Da tanto tempo lo diciamo a Roma: riconosceteci, e il nostro impegno per la soluzione dei problemi comuni sarà più efficace».

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