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Economiadi Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 9 aprile 2008 alle 08:57 dallo stesso autore - torna alla home

Ormai ci siamo. Tra poco si vota. E per decidere il da farsi, dovremmo basarci su quello che è stato fatto (o non fatto) dalle forze in campo in questi anni e da cosa promettono per il futuro. In campagna elettorale si è parlato molto di stipendi…E improvvisamente, tutti si sono accorti che il reddito dei lavoratori italiani, in particolare di quelli dei settori esposti alla competizione internazionale, è tra i più bassi d’Europa: con una crescita di appena lo 0,8 % medio annuo l’Italia è venticinquesima (su 27) per tasso di crescita del reddito pro-capite nel periodo Svegliati Italia mini Però, almeno dopo le elezioni, Svegliati Italia!2000-2007. Per rendersene conto forse bastava qualche visita agli hard discount. Non si è invece quasi parlato di un’altra questione, che a questa è strettamente legata, anzi, che forse è il più grande problema italiano: la produttività, la capacità di produrre ricchezza che, per dirla con Paul Krugman, nobel per l’economia, magari non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto: la vera chiave della prosperità e della competitività nell’economia globale. Bene, anzi, male: in Italia da molto tempo la produttività è stagnante. Siamo ultimi tra i 27 Paesi della UE, con una crescita media annua della produttività di appena lo 0,4%.

DI CHI SONO LE COLPE? - E sorge spontanea una domanda per i politici italiani, dalla bella Santanchè all’elegante Bertinotti, passando per Casini e Veltrusconi: E’ così sorprendente che se la produttività ristagna a lungo alla fine ci sia l’impoverimento (relativo, la fame la fanno comunque altrove) di cui finalmente tanto si parla? Un premio di maggioranza a chi indovina! E la colpa, sia chiaro, non è dei lavoratori italiani, che non sono meno capaci o più scansafatiche degli altri. La produttività dipende infatti dalla quantità di capitale impiegato per lavoratore (l’intensità di capitale, che discende dagli investimenti di Stato e imprese), dalla tecnologia impiegata e soprattutto dalla razionalità del sistema economico e del sistema paese in senso lato. Visto che negli ultimi 7 anni in Italia è rimasta pressoché immobile, si spiega buona parte della crisi e del declino economico.

02 03 01 g01 Però, almeno dopo le elezioni, Svegliati Italia!

La classe politica ne è consapevole? Ha intenzione di fare finalmente qualcosa? Spulciando tra i programmi delle forze politiche si trovano solo timidi accenni. Palliativi, fumo negli occhi. Perché nessuno dice forte e chiaro che qui O si rivolta l’Italia come un calzino o si “muore”. Che bisogna smettere di sprecare risorse in mille cose inutili e concentrarsi su poche grandi priorità. Per scommettere sul futuro.

COME SIAMO - Per sbloccare una società ingessata, in cui si sega sistematicamente il ramo su cui si è seduti. Una società in cui, per rispondere alla concorrenza dai paesi emergenti, si è mandata al macello una generazione intera di giovani, impantanati in lavori precari, mentre nel resto del mondo “sviluppato” ci si specializzava, con massicci investimenti di Stati e imprese, nella produzione in beni ad alta e medio alta tecnologia, meno esposti alla concorrenza. Una società in cui il talento è prima represso da una scuola lasciata allo sbando e poi affossato nella mobilità sociale bloccata, dove il figlio dell’avvocato fa l’avvocato, quello del commerciante fa il commerciante, ecc…Una società da sempre legata al proprio “particulare” (Guicciardini aveva la vista lunga…) e in cui si è smarrito il senso di appartenenza. Quest’Italia, “orfana” della comoda coperta dei partiti politici di massa (DC, PCI, PSI) tra le cui braccia s’addormentava serenamente delegando tutto, delegando troppo, oggi è una società frammentata, spezzettata, divisa, senza visione d’insieme, senza il senso di un interesse generale che trascenda i bisogni dei “particolari” e i diritti da essi accampati. E in quei frammenti il singolo (gruppo corporativo o individuo che sia) guarda se stesso e si compiace di non veder altro che se stesso. L’interesse generale, il bene pubblico sono sempre più flebili. La dialettica sociale tende a trasformarsi in un conflitto contro tutto e contro tutti, o in un inciucio melmoso, anziché farsi proposta concreta e azione per il bene comune.

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