Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.
Vorrei essere un pilota di aereo, di quelli grandi, enormi, che spandono sicuri le ali su tutte le nuvole, su tutte le perturbazioni, sulle città e i bambini che felici alzano il dito al cielo. Entrare in cabina con la mia camicia a maniche corte, guardare copilota e assistenti e spingere i motori oltre i limiti che ogni orecchio può sopportare, per giocare con il tempo, forare il cielo cupo a cercare il sole, in ogni stagione e ogni latitudine o, di notte, puntare dritto verso le stelle facendomi guidare dalla Luna, immensa e candida. E poi, annunciare tranquillo che stiamo per atterrare,
giocare con il vento e la striscia di luce che mi indica la strada, scendere in una città, sempre diversa, avviarmi verso l’albergo tra gli occhi languidi di una hostess che invito a cena per offrirle, come primo piatto, la foto della mia bimba che gioca con i modellini degli aerei che guida papà.
Vorrei essere il capitano di una nave, scrutare l’orizzonte per sentire il mare e la sua voglia di lottare con il mio ferro. Arrivare in un porto, di mattina presto, ed osservare le merci, le auto, le persone, che entrano nella mia stiva come nelle mie braccia, fiduciosi che anche stavolta torneranno a casa. E poi suonare le sirene nella nebbia, duellare con le altre navi per il primo passaggio, salvare un’altra carretta vittima della cupidigia dell’uomo e dei sogni dei disperati.
Vorrei essere un macchinista, salire nella mia cabina come su un grattacielo e muovere il treno, lentamente, senza rumore, come se la magia nascesse dalle mie mani. E poi vedere la strada che si restringe, diventare un’unica striscia fatta di stazioni, passaggi a livello, luci da rispettare. Le auto che corrono lente sulla loro striscia d’asfalto, le persone, con gli occhi umidi per la partenza, con i pacchi e le valigie di una vita, con il sorriso timoroso di chi torna a casa, alle stazioni a cui non mi fermo, nelle auto ai passaggi a livello, nelle pensiline delle gallerie metropolitane che percorro sperando di non incontrare nessuno che sia stato abbandonato dall’amata, che abbia perso tutte le speranze, che decida di finire la sua vita sul vetro che mi separa dal mondo.
Vorrei essere un camionista, uno di quelli bassi, tarchiati, che quando salgono in cabina diventano giganti, padroni del mondo, capaci di spingere i bestioni su una nuova strada, su una nuova striscia di asfalto e calore. E poi arrivare in tutti i porti, conoscere tutte le città e le strade come se fossero casa mia, mangiare sempre nelle stesse trattorie per incontrare quei nomadi che mettono tenda sempre in un’area di servizio, in una piazzola di sosta, e qualche volta, d’estate, in un posto isolato vicino al mare.



Questa mattina mi sono svegliata e la seconda cosa che ho fatto dopo essermi presa un caffè è stata venire a leggerti. E’ stata una piacevole sorpresa. Ho letto e riletto almeno tre volte, stre-pi-to-so… non bastano i complimenti, ti dico solo che è stato un bell’inizio di giornata.
Grazie
Lodovica
L’aereo, la nave, il treno, un tir, l’ambulanza. e in particolar modo la “strada” che indica una direzione da prendere.
Sarà scontato ma resta suggestivo, immaginare la vita come un cammino…infatti la strada dà l’idea di andare verso un traguardo, spesso faticando, ma anche interrogandosi ed interrogando, soprattutto sulla direzione di marcia!…un senso di marcia che sa di svolta, per avanzare con coraggio, per raccogliere una sfida che non può essere disattesa!
Hai un bel modo di raccontarti e spiegarti attraverso la fantasia: BRAVO PIETRO!
E’ bellissimo questo pezzo.
Ricordo che quando ero piccolo – cinque o sei anni – e i miei mi scarrozzavano in giro per un’Italia che non conoscevo per nulla, non chiudevo mai occhio nemmeno durante i viaggi notturni. Non volevo perdermi nulla della strada, le gallerie, le auto che sfrecciavano troppo veloci per la nostra vecchia Uno, le luci dei paesini sulle montagne, persone mai viste prima, incrociate per caso, mai più viste dopo.
Ero triste quando il viaggio finiva e si raggiungeva la meta.
Se ci penso sono rimasto uguale a vent’anni fa…
Buon viaggio, con questa nell’mp3
http://www.youtube.com/watch?v=duP3WwuUaAc
Non so bene cosa abbia “ispirato” questo racconto. Forse il viaggio come simbolo come ha indicato Lucia ma molto più probabilmente la gente che si incontra nei viaggi, come ricordato da Just. Perchè la protagonista è la varia umanità, positiva o negativa, che gli autisti incontrano nel loro lavoro. E il desiderio è in fondo quello di far parte di questa umanità e di aiutarsi l’uno l’altro invece di prendersi in giro ed ingannarsi.
Per quanto riguarda i complimenti ringrazio di cuore tutti (e innanzitutto Lodo): è difficile capire se quello che si è scritto è piacevole o meno. A volte ci si sente presuntuosi per cui pare di aver scritto un capolavoro (generalmente incompreso) altre si è troppo umili e davvero si vorrebbe buttare via tutto. Diciamo che i complimenti non fanno buttare via le cose fatte…
Restate sintonizzati perchè ho ancora tante storie da raccontare