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Perché si ingrassa di nuovo dopo essere dimagriti?

Il fattore biologico è più importante della volontà

Perché chi perde peso poi puntualmente ne riacquista? Alla risposta, scrive il Corriere della Sera, cerca  di rispondere una ricerca sul New England Journal of medicine:

Lo studio hamolti limiti, perché è stato condotto su poche persone e i risultati devono essere confermati, ma ha il merito di suggerire un nuovo modo di guardare alla dieta e ai suoi risultati. E di assolvere gli obesi dall’accusa di mancanza di disciplina e di forza di volontà. E dal mentire, quando spergiurano che seguono le regole. Perché quello che succede a un organismo, messo a dieta, è una vera e propria rivoluzione biochimica che ha l’obiettivo di reagire alla fame, provocata dalle restrizioni alimentari: è una sorta di istinto di conservazione che punta a recuperare il peso perduto.

Qualche esempio:

La grelina, l’ormone dell’appetito, prodotto dallo stomaco, risulta più alto del 20 per cento, dopo una dieta. Un altro ormone, il peptite YY, capace di sopprimere l’appetito, si rivela abnormemente basso, sempre dopo una dieta. Lo stesso vale per la leptina, un’altra sostanza ormonale che sopprime l’appetito e aumenta ilmetabolismo, che risulta bassissima. Il risultato è: finisco per mangiare di più. Questi cambiamenti, secondo il ricercatore australiano, spiegano molti fallimenti del trattamento dell’obesità e dimostrano come le vecchie regole, di mangiare meno e fare più attività fisica, non siano sufficienti per chi vuole uscire dalla «trappola del grasso». Bisogna cercare altrove le soluzioni che permettano di mantenere il peso acquisito. E qui entrano in gioco la genetica e il comportamento mentale. La genetica spiega perché certe persone aumentano di peso, a parità di calorie assunte, rispetto ad altre (a tutt’oggi sono stati identificati almeno 32 variazioni genetiche legate al peso),ma giustifica anche il fallimento delle diete. Chi vuole perdere i suoi chili di troppo deve mangiare molte meno calorie e fare molto più esercizio fisico rispetto a chi ha un peso normale e vuole mantenerlo.

Ecco un esempio, che arriva da uno studio condotto alla Columbia University di New York da Rudolph Leibel e Michael Rosenbaum:

Le fibre muscolari di chi è a regime bruciano meno calorie di chi ha lo stesso peso, ma non è a dieta. E non solo. Il cervello di chi è a dieta si attrezza per contrastare la perdita di peso, modificando la risposta al cibo dell’individuo. Joy Hirsh, sempre alla Columbia University di New York, ha dimostrato che, nel tentativo di ritornare al peso pre-dieta, gli ex obesi si eccitano di più di fronte alle offerte culinarie e resistonomeno al richiamo di alimenti altamente calorici. In pratica si scatena, nel loro cervello, una tempesta che ha l’obiettivo di riguadagnare il peso perduto.

Proprio perché l’obesità appare sempre più un problema biologico che psicologico, si comincia a pensare a nuove soluzioni terapeutiche:

Ecco un esempio, purtropp o a n c o r a l o n t a n o dall’applicabilità pratica: iniezioni di leptina, a chi sta perdendo peso, sembrano modificare il consumo di calorie durante l’esercizio fisico (ne fanno bruciare di più) e sembrano alterare il modo con cui il cervello risponde ai cibi (li rendono meno «eccitanti» e appetibili). Un’osservazione finale. Ma non è che il problema sia anche ambientale, oltre che genetico e biochimico? Lo evoca Tara Parker-Pope, la giornalista blogger (e obesa) del New York Times, nell’articolo «The fat trap», la trappola del grasso, cui ci siamo ispirati: siamo circondati da messaggi di ogni tipo che riguardano il cibo e da proposte che ci invitano a sederci a tavola, in ogni momento e in particolare in queste occasioni di