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Rassegna stampadi Pino Nicotri
pubblicato il 13 febbraio 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

Potrebbe anche diventare l’ultima – per ora – e sicuramente la più strana tegola caduta sulla testa della Fiat. E non solo per la Fiat, che si trova però nella scomoda situazione della classica goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’incazzatura dei Maori della Nuova Zelanda: gli indigeni sono andati su tutte le furie  quando hanno visto la nz maori haka1 Anche un maori, nel suo piccolo...pubblicità della nostra casa automobilistica a base di “Haka” ballata da un gruppo di mamme. A dirla tutta, ci si sono messi anche gli americani con il film Forever Strong, con la Haka ballata da squadra di rugby di una specie di liceo. Il troppo “stroppia“. L’Haka è infatti un rito, la danza rituale un po’ guerriera ma comunque maschile dei Maori, inventata più o meno nel 1820 da Te Rauparaha, grande capo della tribù degli Ngati Toa in fuga dai colonizzatori piovuti come cavallette dall’Inghilterra. La Haka è stata resa famosa nel mondo dagli All Blacks, la squadra nazionale di rugby neozelandese, che per essere più scenografici ma soprattutto più intimidatori nei confronti degli avversari in campo usano danzarne la versione detta “Ka Mata” con l’aggiunta del salto in alto finale copiato dalla Peruperu. Il nome può far sorridere, ma si tratta della versione una volta armata della Haka.

L’incazzatura dei maori ha convinto il governo di Wellington a porre finalmente fine a una controversia legale durata ben 160 anni: a otto tribù indigene della regione Ngati Toa, circa 12mila persone, è stata riconosciuta la proprietà intellettuale di quella danza. Il riconoscimento si traduce nel versamento di quattrini e concessioni per un valore totale equivalente a 120 milioni di euro. Niente male. L’accordo servirà inoltre a limitare d’ora in poi “il cattivo uso” del rito danzato, a evitare cioè che venga usato come pubblicità “folkloristica” e abusiva. Ecco perché la notizia per la Fiat non è bella. Ma non solo per la Fiat.

Detta così sembra infatti roba da poco, ma non lo è. Ci sono varie belle fortune industriali nate dal nostro scopiazzare usi indigeni in giro per il mondo. Se i giapponesi usavano saccheggiare la Milano della moda fotografando di tutto per poi riprodurselo dove gli conveniva per venderselo loro con marchi propri, i nostri Fiorucci e Diesel non sono da meno. In varie interviste i loro padroni hanno spiegato appunto che copiavano i capi e le idee più originali dovunque nel globo terrestre: i loro inviati, gente dall’occhio fino, battevano le contrade meno conosciute o i quartieri più vitaioli delle grandi capitali per vedere cosa ci fosse di nuovo addosso alle persone, specie addosso ai giovani e giovanissimi, cosa si fossero inventati di personale per essere originali e distinguersi dalla massa. Il tutto allo scopo di copiare e farsi produrre su scala industriale berretti, copricapo, borse, scarpe, zoccoli, sandali, gonne, giacche, soprabiti vari, monili, sottogiacche, top, spencer, scalda orecchie, scaldamuscoli, costumi da spiaggia, ecc.. Lo stile “etnico” in definitiva non è altro che questo: copiare in silenzio dalle “etnie” o dai tipi strambi senza dar loro neppure un centesimo. Giuseppe Garibaldi il suo poncho, diventato grazie a lui popolare in Italia e tuttora indossato anche dalle sciure milanesi a patto che costi carissimo, non ha fatto altro che trovarlo in Sud America addosso ai nativi.

Agli inizi degli anni Novanta, l’ingegnere svizzero Karl Müller notò che i famosi Masai africani non usavano scarpe e non soffrivano di mal di schiena né di altri dolori alle articolazioni. Intuito che tra le due cose doveva esserci un nesso decise di creare una suola speciale che permettesse di camminare con le scarpe come cammina un masai a piedi nudi, per offrire anche a noi occidentali e non gli stessi vantaggi dell’andatura di quegli ex baldi guerrieri, oggi attrazione per turisti o “guardioni” delle ville e dei condomini di chi ne è padrone. Un po’ come gli africani che sempre più spesso si vedono in Italia nei supermercati e grandi magazzini come “Security” o anche solo come personale attento che la gente non freghi la merce dagli scaffali. Prova e riprova, studia e ristudia, ecco che nel 1996 Müller ha lanciato sul mercato svizzero sono state lanciate le prime scarpe MBT, acronimo di Masai Barefoot Technology, e ora si gode l’azienda. Chissà se i masai – che danno il nome all’azienda dello svizzero, lo sanno, e chissà se beccano qualche franco svizzero di diritti… E chissà se sanno che finora di quelle scarpe ne sono state vendute oltre un milione di paia. Chissà se sanno che costano anche care: non meno di 200 euro al paio, l’ho scoperto perché il mio mal di schiena e annessa ernia al disco mi hanno spinto a entrare in una farmacia di Roma per informarmi quando gironzolando ho notato la loro strana forma e pubblicità promettente.

Insomma, la notiziola che viene dall’Australia se imitata altrove può diventare un bel problema. Pensiamo a cosa accadrebbe se cominciassero a farci causa per avere copiato in giro per il mondo l’uso del caffè, del tè, della cioccolata, del pomodoro e della patata, che per quanto oggi diffusissimi, fino a essere identificato il primo con “Napule” e la seconda con i “crucchi“, in Europa fino a Cristoforo Colombo non esistevano neppure loro. La mia non è una ipotesi del tutto campata per aria. Non è forse l’occidentalissima Monsanto a brevettare semi fondamentali come quelli dei cereali e a pretendere anche di riscuoterci su i balzelli?

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