Ferrara? Prego, fischiatelo pure
09/04/2008 - Tutti a tirare in ballo il fantasma di Voltaire: sdegno e orrore per le contestazioni all’Elefantino. Ma ecco dimostrato perchè dobbiamo ringraziare Giulianone per le contestazioni in piazza. E considerare legittimi i fischi. No, non chiuderemo il discorso tirando in
Tutti a tirare in ballo il fantasma di Voltaire: sdegno e orrore per le contestazioni all’Elefantino. Ma ecco dimostrato perchè dobbiamo ringraziare Giulianone per le contestazioni in piazza. E considerare legittimi i fischi.
No, non chiuderemo il discorso tirando in ballo “le solite «frange folli», dicendo che dopotutto si tratta di non più di qualche centinaio di scalmanati, ignari della fondamentale distinzione tra la forza degli argomenti e l’uso della forza come argomento“, come pensava che facessero i suoi interlocutori agitando il manganello il clarissimo Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere di domenica scorsa. Bisogna dire due parole sulle continue contestazioni -
l’ultima persino a Bergamo, e io l’avrei preso come un affronto – a cui viene sottoposto quel sant’uomo di Giuliano Ferrara e la sua romantica Lista Pazza. E bisogna dirle soprattutto perché quel fantastico generatore automatico di ovvietà che è la blogosfera italica ha già tirato giù nientepopodimenoché sette pagine di technorati per accostare Ferrara e Voltaire, ricordando l’abusato detto secondo il quale “non sono d’accordo con te, ma darò la vita affinché tu possa esprimere la tua idea!”, nelle sue infinite – in quanto derivate dagli occhietti cisposi che ti vengono quando al liceo studi filosofia – varianti. Mica cazzi, come dice il poeta. E’ per questo che tutti loro saranno certamente felici se io dico la mia dopo che loro han detto la loro. Mia, che si può riassumere in pochissime righe. E che vado a dimostrare, siore et siori. Con la sola imposizione della dialettica.
GRAZIE GIULIANO, GRAZIE! - Diciamo subito, signori, che tutti noi dobbiamo dire grazie a Giuliano Ferrara. Perché ha avuto coraggio, a mostrarsi in pubblico così tante volte ben sapendo quello che, purtroppo, la gente pensa su di lui. Un pregiudizio derivato da anni e anni di presenza sulla scena pubblica italiana, presenza a 360 gradi: da giornalista, da giornalista schierato, da giornalista molto schierato, da giornalista praticamente addobbato, da ministro, di nuovo da giornalista praticamente addobbato e così via. Non che costituisca reato essere addobbati, per carità. Anzi, è quasi un bene, per il giornalismo, che ci sia chi dichiari così nettamente come la si pensa – a prescindere dal perché la si pensa come la si pensa – quando l’alternativa è l’ammiccamento furbetto, il colpo al cerchio e quello alla botte, l’equivicinanza fintamente terzista mascherata da equidistanza, e così via.
IL RITORNO DELLA PIAZZA - Dobbiamo dirgli grazie perché, attraverso la sua opera meritoria, lui ci ha fatto ritornare a comprendere il significato della parola “scendere in piazza“. Agli albori del concetto, infatti, si scendeva in piazza da soli, oppure circondati da pochi adepti, allo scopo di comunicare le proprie idee su fatti di pubblico interesse. Si cercava così di informare le persone, spiegare come la si pensava su un determinato accadimento, si consideravano soluzioni e indicavano vie d’uscita. Fatalmente, accadeva che queste idee avessero più o meno successo. Voglio dire, mica può dirti sempre bene. Poteva giustamente capitare – ahimé, capitava – che la piazza non prendesse bene quello che avevi da dire. E che magari cominciasse a dirtene quattro, rispondendoti. Ciò poteva generare dibattito. Poteva anche generare dissenso, a tratti violento. Insomma, poteva capitare che rischiassi la vita, e così via.
MODERNITA’ - Non come le piazze d’oggi, diciamocelo. Che sembrano far parte d’una profonda, immensa recita. Partiti e sindacati le occupano come se fossero di loro proprietà. Piazzano i loro iscritti nei punti strategici. Le bandierine, come fosse una rappresentazione teatrale. Poi fanno quei cori, che sanno solo loro. Magari ripescati dal repertorio Seventies, che sanno di vecchio lontano un miglio. Diciamocelo francamente: che palle.
Rendiamo grazie quindi a Giuliano Ferrara, che scendendo “in piazza” ci dispiega di nuovo l’intero significato di questa. Ce la fa di nuovo percepire come il luogo dell’incontro, ma anche dello scontro
tra idee diverse. E non fa la vittima, poi, dimostrando con fervezza la maschia convinzione che lo anima nella difesa delle donne e dei bambini.
LIBERTA’ A SENSO UNICO? - Ora, però, c’è un problema. Che, come abbiamo ricordato sopra, anche in altri tempi accadeva che chi si assumeva l’onere di scendere in piazza, si assumeva il rischio di essere contestato dalla stessa. A volte persino sonoramente. Oppure, poteva andarti peggio se per qualche oscuro motivo alla gente stavi discretamente sul culo, caro Ferrara. E allora siamo onesti. Diciamolo pure, che alla fin fine sarebbe anche normale se finissi in mezzo a qualche contestazione. C’è il gioco democratico, c’è il diritto di critica, c’è persino quello di satira. E c’è anche dentro di te la convinzione che qualcosa, qualche volta, nella tua carriera, aveva un qualcosa che invitava alla boutade. Voglio dire, ad esempio: ti ricordi di che capelli portavi all’epoca, vero?
E TIRATE! - E allora diciamolo pure. Voltaire in questa storia non c’entra nulla. O meglio, c’entra soltanto latamente, perché anche chi lancia metaforici pomodori avrà il diritto di dire la sua, non trovate? Quindi, grazie Ferrara per averci riportato al significato iniziale della parola “piazza”. Dopodiché, gente, lanciate pure. Metaforicamente parlando, s’intende.













Non è ipocrisia piccolo borghese se minimizzo i pomodori, è che (almeno) dalle mie parti le cose vengono vissute forse in maniera sanguigna (leggi: botte, fino a non molti anni fa) e quello successo a Ferrara mi sembra da condannare sì, ma senza urlare alla fine della democrazia e giocare ai martiri che si immolano per le battaglie culturali (ricchiuti,ha scritto “al cuore”? Ferrara mi sembra più abituato a mirare da altre parti).
Detto questo senza volerla fare passare per una giustificazione per i pomodori e tutto il resto, Ferrara e il suo giornaletto sono produttori (con soldi pubblici) di letame ideologico (anche per quanto riguarda la lista pazza). Non sono un accanito antiberlusconiano ma anche se lo fossi l’argomento “una volta ha scritto una cosa antiberlusconiana” (anche perchè probabilmente lo ha fatto più di una volta, nel suo giochetto di accreditarsi giornalista intelligente e libero), vale 0, ovo, niente.Ribadendo che è cosa diversa dal dire che si merita la contestazione fisica, è responsabile dell’impossibilità di discutere seriamente su molti temi, aborto compreso.
Non siate melodrammatici con questo attribuire a Ferrara l’impossibilità, addirittura, di parlare seriamente di qualcosa.
Anzitutto, levatevi dalla testa che esista il parlare seriamente sennò ciccia, brufoli e pomodori.
Esiste il parlare, stop, quello va tutelato se possibile.
Poi che gli italiani siano persone anche intolleranti e tirino pomodori o barattoli di vernice o cerchino di non far parlare rientra in quel che siamo.
Tolleranti con gli amici, intolleranti con gli avversari.
Il popolo italiano non è perfetto ma è convinto di doverlo sembrare.
La gran lezione di Ferrara, in tutto quello che ha fatto in carriera, è questa, ragà inutile che ci fasciamo la testa, siamo anche questo, siamo anche ambizione, vanità, servi per scelta, siamo anche spazzatura. Che problema c’è nel dire chiaramente, senza minimizzare, “Ferrara non deve parlare”. E’ così liberatorio. Bruciate i giri di parole, anzichè i reggiseni.
Nb
Sulle uova a Benigni, ricordo che il problema era la par condicio, che si temeva potesse, il dantista, fare campagna elettorale. Tutto qui.
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Apprezzo l’articolo. Tra l’altro, d’accordo che la libertà di parola è un principio a prescindere. Però alcune volte forse è il caso di guardare a come stanno le cose. Ferrara parla di libertà negata andando in onda alle 8.10 di sera su un telegiornale che credo abbia in quella fascia il maggior numero di telespettatori (qualche milionata, per intenderci – credo).
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