La legge che vuole uccidere Internet

27/12/2011 - L’ultimo colpo di coda del dramma SOPA è l’annuncio da parte di Wikipedia: “Ce ne andremo da GoDaddy” Continua senza sosta la guerra che ha per campo di battaglia la rete globale e il diritto di proprietà intellettuale su di

L’ultimo colpo di coda del dramma SOPA è l’annuncio da parte di Wikipedia: “Ce ne andremo da GoDaddy”

Continua senza sosta la guerra che ha per campo di battaglia la rete globale e il diritto di proprietà intellettuale su di essa: gli Stati Uniti stanno muovendo giganti passi in avanti verso una legislazione che restringa in maniera sensibile le maglie a disposizione dell’utente medio e, non solo, anche e soprattutto dei grandi attori di Internet; che, in effetti, si stanno ribellando, visto che tengono all’Internet in versione zona praticamente franca e aliena da qualsiasi scocciatura legale. Invece, il governo americano, spinto dai grandi potentati della proprietà intellettuale (case editrici e affini), ha deciso di muovere un passo ulteriore per chiudere il traffico digitale: lo Stop Online Piracy Act, abbreviato SOPA, approvato dalla Camera in prima lettura e che attende approvazione definitiva presso il Congresso degli Stati Uniti d’America.

LE NORME SOPA – Il SOPA (insieme al Protect Ip Act, progetto gemello che cammina al Senato) è estensione e potenziamento degli strumenti di repressione informatica attualmente a disposizione dell’autorità giudiziaria americana. Secondo un post esplicativo messo online da The Verge, un attendibile media tecnologico fondato e capeggiato da Joshua Topolsky, il SOPA consiste in effetti in un aumentato potere da parte del governo sui siti internet, ma non solo: anche in una serie di obblighi imposti ai siti che ospitano materiale coperto da copyright indipendentemente dall’azione. Con la normativa SOPA gli ISP “sono tenuti ad alterare i loro server DNS in modo che impediscano la risoluzione dei website all’estero che ospitano copie illegali di video, canzoni e foto”; il governo potrà inoltre “ordinare ai motori di ricerca come Google di modificare i risultati per escludere i siti internet che ospitano materiale copiato illegalmente”; analogamente si potrà costringere PayPal e altri servizi di pagamento a tagliare ogni ponte con i siti internet che ospitano materiale pirata, così come i servizi di pubblicità online ad interrompere ogni collegamento con questi siti.

COME FUNZIONA – Insomma, con il regime SOPA, se un sito estero ospita materiale illegale, il governo americano può ottenere che tutte le maggiori società che mandano avanti la rete globale – americane, non per niente – interrompano ogni collegamento con siti del genere, isolandoli, togliendogli traffico e finanziamento, ovvero l’ossigeno. Non solo, continua The Verge: c’è anche un inasprimento rispetto al regime previsto dall’attuale legislazione, quello del Digital Millennium Copyright Act, che impone a tutti i gestori di materiale potenzialmente sensibile di ritirarlo a richiesta di chi ne detiene i diritti. In quel regime, il blocco del contenuto può essere evitato se l’utente che lo ha messo in rete accetta di vedersela con chi oppone il suo diritto; nel regime SOPA, invece, il provider deve semplicemente buttare giù il contenuto senza poter “dirottare” la propria responsabilità sull’utente. Ancora, il regime SOPA “garantisce impunità” agli ISP che autonomamente blocchino contenuto protetto da norme che ne impediscono la divulgazione.

E’ GUERRA – Sull’approvazione del SOPA i grandi attori dell’Internet si sono divisi. A supportare l’Act sono ovviamente le associazione degli editori e dei produttori, così come la gran parte delle grandi marche interessate a salvaguardare i propri diritti intellettuali, fra cui Sky di Rupert Murdoch di cui avevamo parlato qui; contrari all’Act sono tutte le grandi compagnie di Internet che vivono nella “zona franca” fra il diritto di proprietà e la libertà della rete: Google, Yahoo!, Facebook, Twitter, AOL, LinkedIn, eBay, Mozilla Corporation, la Wikimedia Foundation di cui parleremo fra un attimo e, ad esempio, Reporter Senza Frontiere. Ma ad accodarsi al fronte dei favorevoli alla norma è stato, nei giorni scorsi, anche GoDaddy, uno dei più grandi registrar americani di domini, attore del mercato internet per oltre 45 milioni di nomi di dominio, primo concessionario di identità web e “quattro volte più grande del suo più vicino concorrente”, scrive a suo proposito Wikipedia. Lo scorso 22 dicembre,nell’ambito dell’audizione presso la commissione del congresso del SOPA, Godaddy ha spiegato perché si sarebbe schierato a favore del provvedimento.

GoDaddy spende davvero molto tempo e risorse lavorando per preservare l’integrità e la sicurezza di Internet chiudendo rapidamente siti internet e nomi di dominio coinvolti in attività illegali. Non lavoriamo solo con autorità federali, statali e locali, ma facciamo in modo di avere le più avanzate pratiche di notifica e di chiusura dell’industria web

Insomma, il più grande venditore di domini del mondo si dice a favore di una misura che potrebbe influenzare in maniera più che sensibile e discriminante la rete per come la conosciamo. Parliamo di un gigante che fornisce servizi a siti ufficiali quali quello di Stephanie Meyer, scrittrice della saga Twilight, o il sito ufficiale in Usa del manga Naruto e di moltissimi altri website che sono disponibili, in ordine di popolarità, su questa lista. Con il SOPA, GoDaddy non sarebbe perseguibile, ad esempio, per aver segnalato al governo uno dei suoi 45 milioni di siti che ospitassero materiale coperto da copyright – il che, dicono i detrattori, sostanzialmente esporrebbe l’intera rete al più puro arbitrio di questi giganti dell’industria online.

IL BOICOTTAGGIO – In effetti la rete, fin da quando GoDaddy ha mostrato il suo apprezzamento per il SOPA, ha iniziato a boicottare il registrar. Da un thread Reddit, il boicottaggio a GoDaddy ha assunto la dimensione di boicottaggio universale; tanto è vero che alla campagna si è accodato Ben Huh, la mente dietro al gigante I Can Haz Cheezburger, il network dei meme e del viral online. “Trasferiremo oltre 1000 domini altrove”, ha twittato Huh, “se GoDaddy non ritirerà il suo supporto al SOPA. Noi vi vogliamo bene ragazzi, ma il SOPA è la morte dell’Internet Libero”. Non solo, mentre la campagna contro il provvedimento montava, qualche veloce sviluppatore ha già prodotto un add-on di Firefox studiato apposta per fermare l’azione del provvedimento: di volta in volta, con l’add-on costruito da Geek.com, si potranno instradare singoli siti su DNS esteri in modo da sviare l’azione del governo americano, “esattamente come navigare in un VPN”.

MARCIA INDIETRO – Investito dalle critiche e dall’ondata di boicottaggio, GoDaddy ha tentato di difendersi dalle accuse di supportare una delle leggi più liberticide della rete, proclamando il ritiro del proprio supporto alla normativa. “Non possiamo andare contro i nostri clienti”, dice GoDaddy in un comunicato ufficiale, “supporteremo questa legge se e quando la comunità online sarà d’accordo”. Nonostante il comunicato ufficiale, una successiva intervista dell’amministratore delegato di GoDaddy con Techcrunch ha ulteriormente messo la situazione in discussione, visto che Warren Adelman ha detto che era prematuro fare commenti sulla posizione del registrar riguardo la legge, e che in ogni caso era roba da uffici legali e che prima di tutto bisognava “mettersi d’accordo sulla leadership della comunità internet”, visto che sarebbe un mondo vasto e complicato; in ogni caso, e ciò che è più importante, visto che negli Usa è tutto ufficiale, GoDaddy non ha ancora comunicato al congresso di aver mutato la propria posizione, cosicché formalmente resta supporter del bill.

WIKIPEDIA – Insomma, la questione rimane in ballo, anche perché in ogni caso, GoDaddy o meno, la legge cammina. GoDaddy, grazie alla sua sparata, aveva intanto perso un altro importante cliente: Wikipedia. Jimbo Wales, mente e fondatore del progetto Wiki, ha dichiarato “con orgoglio” che tutti i website di Wikipedia e della Wikimedia Foundation sarebbero passati ad altro registrar. “La loro posizione sul SOPA non è accettabile per noi; anche molti siti Wikia se ne andranno. Ci sono registrar che hanno qualità e potenzialità giuste per noi?” chiede Wales in un tweet. Si tratta della seconda azione che l’enciclopedia prende nei confronti del SOPA, dopo l’ipotesi di uno sciopero dei contenuti tale e quale (nonché esplicitamente citato) all’iniziativa presa nei confronti del parlamento italiano lo scorso 4 ottobre: era il tempo in cui il governo Berlusconi discuteva l’ultima versione del DDL intercettazioni.

DUMP GODADDY – “Pochi mesi fa”, aveva scritto Wales su un post su Wikipedia, “la comunità italiana ha preso la decisione di coprire tutta la Wikipedia Italiana per un breve periodo in segno di protesta. Il parlamento italiano ha immediatamente rinunciato. Ma che i wikipediani lo sappiano o no, c’è una legge ben peggiore che cammina al congresso”, scrisse Wales proponendo lo sciopero del contenuto globale di Wikipedia; “Lo sciopero comunitario è stato efficace in Italia e lo sarà ben più nel caso di questa legge”, conclude Jimbo. Insomma, come dice Tom Dale commentando su Twitter la tempistica dell’annuncio di GoDaddy, “hanno di certo sbagliato il momento per far incazzare un sacco di nerd che stavano seduti a casa dei genitori con niente di meglio da fare”. L’emorragia dei siti internet da GoDaddy continua, con Namecheap, un altro registrar concorrente di GoDaddy, che lamenta ritardi ai suoi danni: il registrar si starebbe impegnando per rendere il processo di trasferimento dal vecchio al nuovo particolarmente lungo e difficoltoso. “GoDaddy ci consegna informazioni WHOIS incomplete, il che ritarda il processo di trasferimento; questo è contro le regole ICANN. E’ un peccato che GoDaddy pensi di fermare i propri (ex) clienti in questo modo: misure disperate per tempi disperati”, scrivono a Namecheap; GoDaddy ha risposto per le rime, dando una spiegazione tecnica del ritardo. Intanto per il prossimo 29 dicembre è in programma il “Dump GoDaddy day” in cui gli utenti vogliono in massa disertare il registrar dei domini. Come finirà la nuova guerra di Internet?

 

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