I differenziali di rendimento dei titoli di stato dei diversi paesi non saranno un grande problema per il loro collocamento, mentre ci saranno delle difficoltà per le emissioni private e quelle delle banche. E per la crescita dell’ economia per il prossimo decennio
(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore)
Dimenticate rating e spread, nulla dell’andamento dei titoli di stato dell’area euro ci dirà come i singoli paesi reagiranno alla crisi e soprattutto se stanno applicando delle giuste politiche di risposta alla recessione. Il grande interesse per le bocciature di Portogallo, Spagna e Grecia operate da Standard & Poors nelle settimane scorse, o per quella imminente dell’Irlanda sta spostando l’attenzione dagli effetti a lungo termine per l’economia anticipati dall’inconsueta v
olatilità dei rendimenti di tutti i titoli di stato “periferici” della moneta unica (Italia, Spagna, Grecia e gli altri). Si sta imponendo la convinzione errata che le reazioni del mercato ai titoli del debito pubblico, l’aumento degli spread rispetto al benchmark più sicuro rappresentato dal bund tedesco, siano una sorta di giudizio “sintetico e oggettivo” delle politiche anticrisi di un determinato Stato e alla sua solidità nei prossimi mesi.
I RATING NON SONO AFFIDABILI - Già in condizioni “normali” il mercato dei capitali dava scarse – e spesso contraddittorie – indicazioni sulla forza relativa delle economie europee. Lo dimostra il fatto che nei cinque anni fino alla fine del 2007 anni il differenziale di rendimento (il famoso spread) tra titoli italiani e tedeschi si è andato via via riducendo, quando in realtà la crescita del pil e della produttività delle due economie era tutta favorevole alla Germania e quindi in termini relativi diventava sempre più “rischioso” investire in Btp rispetto ai Bund. Ancor più inutili sono i rating formulati dalla agenzie specializzate (Moodys, Standard & Poors e Fitch) giudizi qualitativi e soggettivi venduti come oggettivi e indiscutibili. I rating sui debiti sovrani sono più credibili delle varie “triple A” concesse dalle stesse agenzie ai titoli che cartolarizzavano crediti subprime. Rimane il fatto che le revisioni sono troppo lente e quindi particolarmente inaffidabili proprio nei periodi di crisi. Prendiamo il caso dell’Irlanda: tuttora gode del voto massimo da parte di tutte e tre le agenzie di rating, peccato che, oltre ad avere un sistema bancario disastrato in tre anni quasi triplicherà il proprio debito pubblico rispetto al Pil passando dal 25% del 2007 al 68% del 2010. Quando la bocciatura arriverà, sarà in clamoro
so ritardo e di nessun aiuto per indirizzare le scelte degli investitori. Il terremoto finanziario in atto inoltre trasformerà completamente il mercato dei titoli di Stato sia sul lato della domanda che dell’offerta, rendendo le vecchie regole e i i vecchi paradigmi ancor meno indicativi di quello che sta succedendo.




Anche troppo vero. L’Italia e la Francia hanno già sperimentatola morte del proprio mercato obbligazionario una generazione fa, sia nei fatit che per legge, proprio per permettere ai rispettivi govenri d’indebitarsi liberamente. NOn vedo come i tassi possano rimanere a questi livelli
Bell’articolo.
Krugman obietterebbe che in un contesto di capacità produttiva inutilizzata come l’attuale non ci può essere crowding out degli investimenti privati, perché come tutti i keynesiani ragiona come se l’offerta fosse infinitamente elastica e la scarsità un’invenzione di quei cattivoni degli economisti classici.
Anche senza dover spiegare che la idle capacity è naturale e tende ad essere anticiclica per sua natura, senza che ciò implichi dannosi keynesismi, il dibattito virtuale con Krugman potrebbe andare avanti così:
Economista: “Facciamo finta che oggi non c’è crowding out, ma DOMANI, quando avremo una montagna di debito pubblico estero, che diciamo?”
Krugman: “Domani saremo tutti morti”
Economista: “Li mortacci tua e de chi nun te lo dice co’ la mano arzata! Famme gratta’”.
“Debito pubblico estero” è un lapsus, era “debito pubblico extra”
Penso che anche Krugman dovrebbe ammettere che la “tendenza storica” dei debiti pubblici dalla seconda guerra mondiale ad oggi è quella di una crescita inarrestabile. Anche nei paesi più virtuosi, come gli Usa, nei periodi di riduzione il rapporto debito pil scende di qualche punto percentuale (per lo più grazie alla crescita del denominatore che non la riduzione del numeratore). Nei periodi di crescita sale di decine di punti percentuali (come adesso o alla fine degli anni 70). Quindi il problema dello stock del debito e del “furto” di ricchezza intergenerazionale che questo significa (Krugman non potrà dimenticarsi di Modigliani) non è un problema del domani, ma dell’oggi. Stiamo già pagando e lo faremo sempre più.
Dal punto di vista della politica economica questa crisi non distruggerà l’euro, ma di cerco decapita l’illusione del patto di stabilità secondo cui nel lungo periodo la spesa pubblica può essere controllata e lentamente ridotta fino a diventare “neutrale” rispetto all’andamento dell’economia
bel lavoro
il problema degli spread è che sono il risultato razionale dell’apprezzamento delle informazioni disponibili; se queste sono distorte (tipo i rating), anche un ambiente razionale prende granchi (e crea occasioni di arbitraggio).
Bella l’idea dell’insignificatività dei singoli basis a causa della particolare composizione della domanda.
Comunque, non so quanto i singoli privati potranno da soli sostenere le emissioni; sappiamo bene che l’aumento di offerta di titoli di stato crea spiazzamento dei titoli privati ma non in modo perfetto, l’elasticità della domanda non è mai unitaria. Per cui i tassi sui sovereign dovranno per forza alzarsi… e per questo io non credo che non verra messa (o reimmessa) in circolazione moneta nuova (o “nascosta” presso le BC). Se questo gioco per salvare il debito di stato viene messo in piedi, i singoli risparmiatori verrano pure fregati dall’inflazione a danno dei tassi reali.