Le prime incertezze di Obama
10/02/2009 - La favola del senatore divenuto presidente mostra già le prime crepe. Il giorno del “change” è arrivato: il mondo aspetta al varco la nuova America I sondaggi continuano a rimanere ampiamente positivi, ma le prime incrinature al mosaico finora perfetto
La favola del senatore divenuto presidente mostra già le prime crepe. Il giorno del “change” è arrivato: il mondo aspetta al varco la nuova America
I sondaggi continuano a rimanere ampiamente positivi, ma le prime incrinature al mosaico finora perfetto della nuova Amministrazione Obama si iniziano ad intravedere. Il Senato ha trovato un accordo sul pacchetto economico,
che però scontenta le aspettative dell’anima liberal . La recessione, sempre più grave, inizia a pesare e a rendere meno solido il rapporto tra le varie anime della nuova maggioranza democratica .
ACCORDO AL SENATO – Dopo giorni di aspri dibattiti, il Senato ha trovato un’intesa sul pacchetto di misure fiscali e di spesa sponsorizzato dall’Amministrazione per stimolare l’economia, ormai avvitata nella più grave recessione degli ultimi decenni. Grazie all’iniziativa di due senatori centristi, il democratico Nelson del Nebraska e la repubblicana Collins del Maine, è stato trovato un accordo che permetterà l’approvazione della Camera Alta dell’American Recovery and Reinvestment Act. Il piano di Obama è stato ridotto nelle sue dimensioni rispetto al testo uscito dalla Camera dei Rappresentanti, e sono state tagliati molti fondi a beneficio degli Stati. Se Obama ha espresso soddisfazione per l’intesa, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha rimarcato come i tagli al pacchetto economico, quantificabili in circa 100 miliardi di dollari, andranno a colpire settori strategici come sanità ed educazione, e molti Stati, con gravi deficit di bilancio, non potranno aumentare le loro spese a beneficio di chi perde il lavoro. Negli ultimi 13 mesi il sistema produttivo americano ha bruciato 3 milioni e 600 mila posti di lavoro, ed è probabile che il protrarsi della recessione aumenti questo cifra già molto negativa. La crisi, come mostra l’immagine tratta dal sito dello Speaker della Camera, è la più grave recessione degli ultimi 30 anni, e l’impatto sul fronte occupazionale è stato devastante, tanto da generare una crisi di fiducia paragonabile a quella che colpì l’America sulla fine degli anni ’70. Allora nacquero le condizioni per la rivoluzione conservatrice di Ronald Reagan, e molti democratici vedono in questa recessione l’opportunità di invertire definitivamente la rotta politica degli Usa, già distaccatasi dal Gop dal 2006.
L’HOUSE DEI LIBERAL – La delusione della Pelosi è il sintomo del turbamento dei liberal. La base progressista è entrata in subbuglio dopo che la retorica bipartisan del presidente, e il tentativo di accogliere i suggerimenti dei conservatori nella prima definizione del piano, in modo particolare sul tema dei tagli fiscali, non ha evitato che alla Camera i repubblicani bocciassero in maniera unanime il pacchetto salva economia. Il Senato ha cancellato alcune significative misure di spesa introdotte dai rappresentanti, e si profila già da ora una forte dialettica tra la House, che ha nei progressisti la sua fazione più numerosa, e il Senato, dove predomina l’ala moderata dei democratici, e dove servono più spesso i 3/5 dei votanti rispetto alla maggioranza semplice, così che il compromesso centrista ne diventa volentieri la norma. Ora l’American Recovery and Reinvestment Act andrà dopo l’approvazione della Camera Alta nel comitato di conferenza, che dovrà trovare l’equilibrio tra i due testi approvati. La nomina del repubblicano Gregg Judd, senatore liberista del New Hampshire, e il ritiro di Tom Daschle, l’uomo incaricato di introdurre la riforma più significativa e più attesa dalla base democratica, la copertura sanitaria universale, hanno generato
inquietudine tra i liberal. Lo schock per i privilegi dell’ex leader di maggioranza al Senato ha temperato solo parzialmente la delusione per la disparità di trattamento subita da Daschle rispetto al buffetto con il quale il Segretario al Tesoro, il tecnocrate centrista Geithner , è stato condonato dei suoi simili, anche se minori, peccati fiscali. Ulteriore scontro tra la Camera progressista e il centrismo del Senato si è verificato sull’emendamento Buy American, una predisposizione che vincolava il governo americano a comprare prodotti statunitensi per le spese previste dal pacchetto economico.
QUALE POLITICA COMMERCIALE? – Il Buy American, propugnato dai sindacati, è stato parzialmente contenuto al Senato, anche su spinta dell’Amministrazione, che ha dovuto subire numerose critiche dai partner commerciali esteri. Obama ha chiarito di non voler generare una guerra commerciale, e l’accordo trovato al Senato permetterà un ampio spazio di manovra al presidente. Una gestione che spetterà in primo luogo al segretario del Commercio Judd, la nomina presidenziale che maggiormente ha inalberato i sindacati e il mondo liberal, ansiosi quantomeno di mitigare il libero scambismo, predominante nell’ultimo decennio grazie alla fondazione del WTO e all’introduzione del NAFTA. L’agenda di Obama è ancora oscura sulla direzione della politica commerciale, anche perché la retorica protezionista delle primarie si è comunque eclissata dopo che è emersa l’estremo disagio dell’economia americana. Le scelte dei responsabili di questa materia sono sembrate schizofreniche, dato che sono state vagliate persone, come Richardson e Judd, che hanno visioni opposte. Una nomina di Obama, il sostenitore del Fair Trade Xabier Ceberra, non accettò l’incarico perché dai colloqui con lo staff del presidente capì che la politica commerciale non sarebbe stata una priorità della nuova Amministrazione, e le ultime scelte confermano l’impressione del rappresentante californiano.
OBAMA ALL’ATTACCO –
Dopo un inizio di settimana ricco di contraccolpi, contrassegnato dall’ammissione di Obama di aver fatto un casino, I screwed up, nella gestione dei casi Daschle e Kiffaver, la Casa Bianca ha deciso di reagire alla prima incrinatura della luna di miele con l’opinione pubblica, particolarmente colpita dal malcostume emerso dopo una campagna condotta contro le lobby e le degenerazioni della politica. Invitato al gruppo democratico alla Camera, il presidente Obama ha reagito con fervore all’opposizione repubblicana, attaccando in modo veemente le “failed economic theories that led us into this crisis in the first place” dei conservatori, e rimarcando il netto successo ottenuto alle urne, una bocciatura del conservatorismo economico che ha dominato la politica americana degli ultimi decenni. L’intervento di Obama è servito anche per smentire un articolo di Time, che profilava crescenti problematiche tra il presidente e la Pelosi, il leader democratico dal maggior peso e influente, anche se mai esplicito, sponsor della corsa alla nomination dell’allora senatore junior dell’Illinois. La tirata anti repubblicana di Obama ha colpito, e i più recenti sondaggi mostrano come il sostegno al pacchetto sia maggioritario nell’opinione pubblica secondo i dati di Gallup e CBS, mentre il tasso di approvazione del presidente è ancora ben oltre il 60%. Valori molto alti, che confermano la brillante elezione di novembre e il mutato clima politico. Dopo i disastri di Bush, la distanza dell’identificazione politica è così netta che i repubblicani sono maggioritari solo in 5 Stati su 50. Miglior clima per il change tanto promesso da Obama non ci potrebbe essere.













bell’articolo
Peccato che Wall Street invece …
Il fatto e’ che Obama e’ costretto a fare inversione a U: costretto a far “regroup” con le truppe amiche straparlando ipocritamente di “failed conservative economies”(*) perche’ Pelosi & soci “big government big spending” lo stanno tirando per la giacchetta verso le contrapposizioni del passato, nel nome del “vae victis” piu’ cieco.
Il piano strategico di Obama invece era di caratterizzare al sua presidenze mediante il superamento delle divisioni nazionali (bianchi/neri, lib/con) non fare il presidente di parte. Non a caso Lincoln e’ il suo modello e idolo, l’uomo della riunificazione che non fu mai perche’ ammazzato prima. Guarda caso invece lo sostitui’ Grant, il Nordista integrale …
(*)quando lo sanno anche i polli che i torti sono perlomeno bipartisan per non dire di piu’ (tutto inizio’ con le politiche Clintoniane facilita-mutui, proseguite non inventate dal Bush “compassionate” per conquistarsi il voto ispanico; per non parlare dei boss sindacal-dems. di Freddie e Fannie).
ciao, Abr