Sport

Pro-bowl, una partita che non interessa a nessuno

9 febbraio 2009

Quattro sport nazionali, l’avversione storica al soccer e una competizione della quale frega poco a tutti.  ”A nessuno interessa, e così sarà fino a quando non sostituiranno i giocatori con le cheerleader”

Gli americani vanno pazzi per lo sport. Con quattro sport nazionali – nessuno dei quali contemplante un pallone da prendere a calci, cosa che provoca l’incredulità del resto del mondo – e altrettanti campionati professionistici, cui si aggiungono miriadi di leghe scolastiche, siano esse universitarie o liceali (al riguardo, si consiglia di recuperare il bellissimo libro “Friday Night Lights” di H.G. Bissinger, dedicato alle imprese di una squadra di football di una high school texana, diventato poi film con Billy Bob Thornton e apprezzata serie tv), infinite competizioni minori, fenomeni locali e bizzarre discipline come il Lacrosse, si può affermare senza timore alcuno che la competizione agonistica sia parte fondante della cultura a stelle e strisce. È più probabile che l’americano medio, o un qualsiasi “Joe-six-pack” (dove “six-pack” sta per la confezione da sei di birra, immancabile per ogni competizione sportiva in diretta tv), sappia elencare con più facilità, dovizia di particolari e statistiche, la formazione d’attacco dei Dallas Cowboys, che non l’elenco dei ministri dell’amministrazione di Barack Obama. Un presidente che – per ricordare l’attaccamento americano agli sport – mediocre cestista in gioventù, pur essendo il leader del mondo libero, ma soprattutto il rappresentante di tutti gli americani, non ha mancato di annunciare alla nazione la preferenza per i Pittsburgh Steelers all’ultimo Super Bowl (dimenticando di aver apertamente fatto il tifo per i Chicago Bears, nel pre-partita di un posticipo del Monday Night Football, quando ancora era senatore).

NASCAR, CHE D’E'? – Gli americani, dunque, già capaci di seguire con fervente passione (e “fervente passione” si legga “secondo evento sportivo più seguito dopo il Super Bowl”) una disciplina che risponde al nome di NASCAR e che prevede una serie di stock-car coloratissime intente nel percorrere ripetutamente un ovale, qualche volta con annessi spettacolari incidenti (vera fonte di intrattenimento), sarebbero in grado di innamorarsi di circa qualsiasi competizione sportiva – sempre che questa sia opportunamente confezionata, adeguatamente sponsorizzata e, soprattutto, dotata di un numero decente di time-out o interruzioni di altro genere, al fine di permettere al pubblico di essere educato da ripetitivi messaggi promozionali (nella maggior parte dei casi, più divertenti, brillanti e meglio realizzati di quanto non si veda da queste parti), ma anche di usufruire dei servizi igienici e/o di abbuffarsi di specialità 100% USA, tanto malsane e dannose quanto prelibate e deliziose (la libertà ha un prezzo). Esistono tuttavia delle eccezioni alla regola: incredibile ma vero, vi sono casi in cui il popolo americano preferisce cambiare canale, piuttosto che assistere a una manifestazione sportiva. Aldilà della storica avversione al soccer – fatta salva la straordinaria avventura dei New York Cosmos di Pelé, Chinaglia e Beckenbauer, che sul finire degli anni ’70 riempivano il Giants Stadium con 80 mila persone – si registra, ogni anno con maggiore intensità, un caso di totale indifferenza a quella che, almeno in teoria, dovrebbe essere la partita delle stelle dello sport più amato d’America, ovvero il Pro Bowl.

PRO BOWL – Gara conclusiva della stagione di National Football League, a una settimana di distanza dalla seguitissima finalissima del Super Bowl, il Pro Bowl è la sfida tra le due selezioni delle conference che compongono il campionato, ovvero National Football Conference e American Football Conference. Formazioni votate da giocatori, allenatori e pubblico e guidate dai coach perdenti alle finali di conference dello stesso anno. Location dell’incontro, dal 1980 a oggi, la splendida cornice dell’Aloha Stadium di Honolulu, Hawaii. Sulla carta, tutti gli ingredienti necessari per un evento divertente e, se possibile, spettacolare. In realtà, una manifestazione noiosa e, anno dopo anno, sempre più inutile. Che viene snobbata, oltre che da una fetta di pubblico crescente di stagione in stagione, anche dai giocatori stessi: lo scorso anno, furono ben 13 le superstar selezionate che, menzionando infortuni o “motivi personali”, decisero di non rispondere alla chiamata e di non recarsi alle Hawaii, cosa che spinse l’osservatore Robbie Gillies a definire il Pro Bowl “privo di significato”. A complicare le cose, la cosiddetta “Pro Bowl attitude“, ovvero l’attaggiamento (comprensibilmente) poco interessato dei protagonisti, ovvero di chi scende in campo. Data la durezza di contatti, placcaggi e scontri di gioco, il football è sport ovviamente più pericoloso di basket o baseball. Per questo motivo, pur tenendo presenti le regole più “morbide” dell’incontro (è vietata la formazione “nickel” e vi sono restrizioni riguardanti i “blitz” difensivi), i giocatori, al fine di evitare brutti infortuni in una partita dal contesto amichevole, evitano accuratamente le azioni pericolose e gli eventuali contatti a rischio, ovvero due delle caratteristiche che contribuiscono a rendere spettacolare e interessante il football Usa. A ciò va aggiunto il non trascurabile elemento che il Pro Bowl non ha alcun effetto sulle statistiche e sui record personali degli atleti, i quali hanno così una motivazione in più per prendere poco sul serio la partita, al contrario di quanto invece accadeva in passato, quando, a prescindere dall’atmosfera festosa, le difese spaccamuscoli la facevano da padrone, producendo risultati a basso punteggio.

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