Inter-Milan, il derby infinito tra cugini che hanno fatto grande Milano nel mondo

Che cos’è Inter-Milan, il derby di Milano ospitato dalla Beneamata? Giusto per non cadere in preda di facili equivoci, qua non troverete storie “incredibili” alla Sky o racconti immaginifici di un qualcosa che in fondo è molto semplice, la sfida tra due squadre della stessa città che mal si sopportano, che aspettano il primo passo falso dell’altra per snocciolare prese in giro di ogni natura, che attendono la sconfitta dell’altro come un trionfo personale, una specie di riscatto che trasforma la pecora in lupo. In attesa del prossimo derby.

Questa è la storia di una rivalità nata nel 1908 quando in un certo ristorante 44 soggetti fuoriusciti dal fu Milan Football and Cricket Club per via del divieto del board rossonero di tesserare più stranieri di quanti già non ci fossero in rosa fecero nascere il sodalizio. Ed è buffo sentirli cantare “Milano siamo noi” quando fino al 1967 il loro nome era “Football Club Internazionale”, senza quindi alcun riferimento alla città che, suo malgrado, li ospita. Anche se Giorgio Muggiani, fondatore, dimostrò una certa qual dose di spirito scegliendo l’azzurro insieme al nero perché questo colore è opposto al rosso nelle matite bicolori. Un’opposizione storica, stoica, tenace, certificata dalle parole dell’Avvocato Peppino Prisco, noto tifoso di quella squadra nata dopo, che spesso aveva a dire: “Quando morirò, poco prima, farò la tessera del Milan, così a morire sarà uno di loro”.

Ok, bando allo spirito. Senza Inter e Milan non esisterebbe Milano. E non esisterebbe il calcio in città come lo conosciamo oggi. Fate finta d’immaginare di vivere in una lussuosa palazzina che ospita all’ultimo piano due famiglie residenti in due splendenti attici identici in tutto per tutto. L’esibizionismo condominiale porterà gli abitanti ad avere sempre di più, a superare l’altro, a dimostrare di essere il primo. Ed è ciò che ha spinto Milan e Inter a diventare grandi, a trasformare San Siro nella Scala del Calcio, a dare lustro al nome di Milano. Le due tifoserie, per dirla in maniera spiccia, si stanno bellamente sulle palle ma, vuoi anche per un patto di non belligeranza siglato in tempi non sospetti, si limitano a insulti di varia natura ma con rispetto per l’avversario. Almeno a parole.

 

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Il derby non è raccontabile in poche righe. Il derby è il derby. È l’Inter che negli anni ’80 è destinata a vincere tutto e che puntualmente torna a casa a leccarsi le ferite inferte da Walter De Vecchi, Vinicio Verza, Nanu Galderisi, Riccardo Ferri (si era interista ma con il suo sodale Walter Zenga regalò al Milan un’emozione nel 1987 ed all’Italia un dolore nel 1990. Stadio San Paolo, Italia-Argentina, consultate Youtube nel caso). È il Milan degli anni ’90 che cerca di sopravvivere alla fine del ciclo sacchiano-capelliano e che deve fare i conti con Checco Moriero e Felice Centofanti oltre che con Simeone e Ronaldo. Si, tempi magri per i rossoneri.

Il derby è la peggiore sconfitta mai subita in casa dai cugini, 11 maggio 2001, 0-6 con conseguente cacciata di casa del sottoscritto che abbandona l’aplomb mantenuto a fatica a casa di un amico ad opera del padre interista dopo aver improvvisato in salotto una corsa a braccia aperte alla sesta “pera” di Serginho. Il derby è anche piattini dell’aperitivo che volano il 24 gennaio 2010 quando Ronaldinho sbaglia al minuto 93 un rigore parato da Julio Cesar e l’Inter vince in 9 contro 11 per le espulsioni di Snejider e Lucio, cacciato per doppia ammonizione, la seconda proprio per il fallo di mano che propizierà il rigore poi fallito dal Gaucho. E per la cronaca, i piattini volarono da entrambe le parti e videro protagonisti sia maschi scatenati sia gentili donzelle in abito da sera diventate improvvisamente feroci come gli Het Legioen del Feyenoord.

 

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Il derby è anche salute. Un giorno più avanti nell’età, avrò problemi cardiaci, già lo so. Ed il responsabile ha un nome e cognome. Mohamed Kallon. Semifinale di ritorno di Champions League 2002/2003, Inter-Milan. Rossoneri in vantaggio con Shevchenko, Martins pareggia. Ultimi minuti da cardiopalma (cardiopalma? No, diciamo infarto). Minuto 86.33. Kallon dalla destra tira un diagonale parato non si capirà mai come da Abbiati di GINOCCHIO con palla che esce fuori. Momenti di mancamento, vista annebbiata, San Pietri che si materializzano sul televisore del mio amico d’infanzia Maurizio. E no, non per i moccoli. Diciamo più per una visione contemporanea di quel tunnel bianco lucente di cui si sente tanto parlare nelle esperienze pre-morte.

Il derby è anche la Fiaccolata di Champions League. Inter-Milan, ritorno dei quarti di finale di Champions League 2004/2005. Markus Merk annulla un goal di Cambiasso dopo il vantaggio di Shevchenko. Il Milan vince l’andata per 2-0 ed è in vantaggio, fuori casa, per 1-0. Qualificazione ormai sfumata. E che ti fa la Nord? Inizia a lanciare fiaccole, bottiglie e petardi in campo. Uno di questi colpirà alla spalla Dida. Non si farà niente. I danni psicologici di quella sera però lo trasformeranno da pantera a gattone soriano sovrappeso. Ed il Milan perderà la finale a Istanbul e la milano nerazzurra, approfittando del commento di incauti personaggi che grideranno alla fine del primo tempo “la stiamo vincendoooooooooooooo”, canteranno fino al 2007: “ci son voluti sei minuti/per vederli tutti muti/ci credeva per davvero/il bastardo rossonero”.

Inter-Milan è sopratutto 36 scudetti (18 a 18), 12 Coppe Italia (7 a 5), 11 Supercoppe Italiane (5-6), 10 Coppe dei Campioni-Champions League (3-7), 3 coppe Uefa (3-0), due Coppe delle Coppe (0-2), 7 Coppe Intercontinentali-Coppa del mondo per Club (3-4), 5 Supercoppe Uefa (0-5), una Coppa Mitropa (0-1) (si, la rivendico, allora?). Altro che Palmares. E ci sarà un’altra occasione per parlare degli Eroi del Derby. Intanto godiamoci questa partita. E non è né una questione di Campionato né di Classifica. Si gioca contro quelli lì. Il resto non conta. Ed è un pensiero reciproco.

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