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Pisapia, ecco perché non si ricandida

Una scelta presa in poche ore. Non correrà per il bis a Palazzo Marino, Giuliano PisapiaMa cosa c’è dietro la decisione di non ricandidarsi per un secondo mandato come sindaco di Milano? Su “Repubblica” è Carlo Verdelli in un retroscena a svelare il perché dell’addio. 

PISAPIA E I MOTIVI DELLA DECISIONE DI NON RICANDIDARSI –

I tempi dell’annuncio erano quasi obbligati. «Preferisco la rotazione, è meglio della rottamazione», ha spiegato. Non poteva aspettare ancora: il 15 aprile Pisapia presenterà il suo libro (“Milano, città aperta”), poi il primo maggio parte l’Expo e sarebbe stato deleterio “disturbare” l’evento. Rimandarlo a novembre era troppo tardi per organizzare primarie:

«Così come pensare a una coalizione in grado di vincere anche senza un leader che oggi avrebbe 12 punti di vantaggio su un’eventuale ancorché azzardata candidatura di Matteo Salvini e addirittura 18 sul ciellino Lupi, oltretutto calcolati prima della caduta. In più, il gentile ma non sprovveduto Pisapia percepiva che le sue fila si stavano ingarbugliando, che erano cominciati personalismi tra assessori e consiglieri, e che i rapporti con l’ex collega di Firenze (Matteo Renzi, ndr) diventato premier non volgevano al bello, complicati se possibile dalla questione del registro delle nozze gay o dalle tensioni sui fondi lesinati per la sfida dell’Expo», spiega Repubblica.

GLI ULTIMI 14 MESI DI PISAPIA –

 

Nessun passo indietro, però, prima della fine del mandato. Pisapia ha già spiegato che fino alle amministrative del 2016 governerà come e meglio di prima. Anche perché adesso nessuno potrà evocare l’ombra di mosse pre-elettorali di fronte alle sue decisioni:

«Per l’anatra che si è auto- azzoppata, il cammino è ancora lungo. Resta il fatto che a 37 giorni dall’inaugurazione dell’Expo, incrociando le dita visto l’avanzamento dei lavori, Milano perde in un colpo altri due pezzi: il più significativo sindaco “arancione” e una delle poche multinazionali nate in casa, la Pirelli, fondata proprio qui nel 1872, l’azienda col grattacielo, il Pirellone, simbolo laico del boom anni Sessanta. Sarà un caso ma la città che con la sua provincia garantisce ancora il 10 % del pil nazionale al governo non ha rappresentanti. Aveva un ministro, il milanese Maurizio Lupi, e adesso neanche quello. Sottosegretari, zero. Fine di un’epoca, cambio di stagione. Quando il 27 maggio 2011, il variegato popolo che sosteneva Pisapia sindaco si riunì in piazza Duomo per l’ultimo comizio prima della liberazione dalla Moratti e da un ventennio di dominio berlusconiano e leghista, un arcobaleno benaugurante benedì la follìa politica di quella folla, un mix che andava dal centrista Tabacci alla battagliera sinistra vendoliana, includendo borghesia e gran borghesi desiderosi di cambiamento ma anche movimenti civici e giovani movimentisti. Domenica scorsa, quando il vincitore di allora ha annunciato il suo passo a lato, se non indietro, pioveva umido e il cielo neanche si vedeva. In superficie, poco o nulla cambia. Milano ha ancora un sindaco e la Pirelli non si muoverà da dove sta, alla Bicocca, almeno fino al 2021. Eppure domenica 22 marzo, quinta di Quaresima, non è stata una giornata così banale. Due eventi variamente annunciati promettono di avere conseguenze più forti di quanto il sottotono con cui sono stati presentati lasci presagire», si legge.

LA CORSA PER LA SUCCESSIONE –

Secondo il quotidiano diretto da Ezio Mauro, con l’uscita di Pisapia Milano lascia sul campo un’ipotesi politica, quella “arancione”, che «solo qui, rispetto a Genova, Cagliari o Napoli (con le amministrazioni guidate da Doria, Zedda e De Magistris, ndr), ha avuto la sua espressione più compiuta».

Già è iniziata la corsa per chi guiderà la Grande Milano Metropolitana a maggio 2016. Tra Palazzo Chigi e Palazzo Marino non c’è stato alcun confronto. Nessuna chiamata o sms da Renzi a Pisapia. Ed è probabile che il premier consideri da archiviare il modello “arancione”. Nel toto-nome della successione a Pisapia, in casa centrosinistra ci sono già i nomi del deputato dem e renziano Emanuele Fiano (Pd), dell’ex ad di Luxottica Andrea Guerra e di Umberto Ambrosoli (che fu sconfitto nella corsa alla guida della Regione Lombardia dal leghista Maroni, ndr).